ANNE TYLER.
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POSSESSI TERRENI.
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Titolo originale: Earthly Possessions. 1977.
Traduzione di: Mario Biondi.
1991. Ugo Guanda Editore, PARMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La vita di Charlotte Emory scorre lenta, gravata dai possessi terreni di cui, un po' per caso, la donna si  fatta carico: un marito che ha scoperto in s la vocazione religiosa e si  fatto pastore, una figlia chiusa in una quieta, malinconica follia, una folla di penitenti senza tetto e parenti spostati che il marito porta in casa. Charlotte decide di andarsene, di scappare. Ma gi alla prima scena, il copione della sua fuga prende una piega inaspettata: Charlotte viene presa in ostaggio da un
rapinatore che la trasciner con s in una corsa disperata attraverso gli Stati Uniti... Motel, autostrade, stazioni di servizio, ma anche ricordi, sogni infranti, vaghe aspirazioni finiranno con l'accomunare i due in un unico, irripetibile viaggio, sospeso tra reale e immaginario.
Rivisitando e rivitalizzando il genere del racconto on the road, Anne Tyler ci regala un inedito thriller dei sentimenti, un altro romanzo di singolare fascino in cui le sue semplici e memorabili storie quotidiane sono inserite in un perfetto congegno narrativo.

L'AUTRICE.
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Anne Tyler  una scrittrice, slavista e critica letteraria statunitense, vincitrice di un Premio Pulitzer per la narrativa. Nata a Minneapolis il 25 Ottobre 1941, la Tyler  cresciuta a Raleigh in Carolina del Nord e si  laureata in Letteratura russa presso la Duke University all'et di diciannove anni, perfezionando poi i propri studi di Slavistica alla Columbia University di New York. Ha lavorato quindi come bibliotecaria e bibliografa prima di trasferirsi nel Maryland. Nel 1963 ha sposato lo psichiatra e scrittore iraniano Taghi Mohammad Modarressi, con cui ha avuto due figlie, Tezh e Mitra. Modarressi  scomparso nel 1997. Anne Tyler vive ora a Baltimora, citt in cui sono ambientati la maggior parte dei suoi racconti, che in vari casi hanno come soggetto una famiglia, le cui vicende vengono analizzate accompagnandola nel corso degli anni.
Nel 1989, il suo undicesimo romanzo Lezioni di respiro (Breathing Lessons)  stato premiato con il Premio Pulitzer. Ad un altro suo romanzo, Turista per caso (The Accidental Tourist),  stato assegnato nel 1985 il premio del National Book Critics Circle Award. Lo stesso lavoro  stato finalista per il Premio Pulitzer nel 1986 e, nel 1988, ne  stato tratto un film interpretato da William Hurt e Geena Davis.
Il suo nono romanzo, Ristorante nostalgia (Dinner at the Homesick Restaurant), che lei considera il suo lavoro migliore, nel 1983  stato nella rosa dei finalisti sia per il Premio Pulitzer che il premio PEN/Faulkner. Ha curato l'edizione di tre antologie di racconti: The Best American Short Stories 1983, Best of the South e Best of the South: The Best of the Second Decade.
Pur essendo tra i romanzieri contemporanei di maggior successo,  nota per non concedere mai interviste realizzate con colloqui personali e per partecipare assai di rado ad attivit promozionali per i propri libri o ad apparizioni pubbliche di altro tipo. Si  resa tuttavia disponibile a rilasciare interviste tramite e-mail.
Tra i suoi romanzi: Il turista involontario, Ristorante Nostalgia, Lezioni di respiro, Possessi terreni, Quasi un santo, Per puro
caso, La moglie dell'attore, Il tuo posto  vuoto, Se mai verr il mattino, Le storie degli altri e Quando eravamo grandi.
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POSSESSI TERRENI.
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CAPITOLO 1.
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Il nostro matrimonio non andava bene, quindi decisi di lasciare
mio marito. Andai in banca a prendere i soldi per il
viaggio. Era un mercoled, un freddo pomeriggio di marzo.
Le strade erano quasi vuote e nella banca c'erano pochi clienti,
tutte persone sconosciute.
Una volta a Clarion conoscevo tutti, ma poi hanno aperto
la fabbrica di rossetto e ha cominciato ad arrivare gente da
fuori. A me ha fatto piacere. In quella citt avevo passato tutta
la vita, trentacinque anni, un'eternit. Mi piaceva avere
intorno persone nuove. Quindi ero contenta di starmene in
quella banca avvolta in un senso di anonimato. Davanti a me,
nella fila, uno sconosciuto vestito da uomo d'affari; dietro di
me una persona imprecisata, con addosso una giacca di nylon
che rompeva il silenzio con il suo fruscio viscido. Non conoscevo
nemmeno la cassiera. Avrebbe potuto essere una delle
ragazze Benedict, appena un po' cresciuta. Aveva la voce tipica
dei Benedict, capace di piantarsi a met di una parola.
Come li vuole, signore? chiese all'uomo che mi precedeva.
Da cinque e da un dollaro, rispose lui.
La giovane cont le banconote da cinque e poi allung la
mano verso un posto poco comodo, da dove tir fuori un paio
di mazzette di banconote da un dollaro, avvolte in fascette di
carta bruna. Esattamente in quel momento, alle mie spalle, la
giacca di nylon si mise in movimento. Uno spintone, qualcuno
mi fu addosso. Improvvisa agitazione tutto intorno. Una
manica protetta dal nylon mi schizz sopra la spalla. Una mano
si serr sulle mazzette. Mi sentii profondamente seccata.
Senta, mi venne da dire, stia un po' calmino. Sono arrivata
prima di lei. Ma poi la cassiera si lasci sfuggire uno strido e
l'uomo che stava davanti a me si gir di scatto, finendo muso
a muso con me e slacciandosi la giacca del completo. Uno di
quei tipi pienotti, dalla faccia gonfia, che sembrano sempre
impegnati a trattenere la rabbia, riuscendoci ma per un pelo.
Traffic con la destra all'altezza del torace, tirando fuori un
arnese tozzo e puntandolo contro la giacca di nylon: era nera,
almeno la manica. Manica che scatt all'indietro (la mano
sempre stretta sui soldi) serrandomisi attorno al collo. Per un
attimo mi sentii quasi lusingata. Poi spinsi lo stomaco in
avanti per fare spazio all'oggetto che m.: si premeva tra le costole.
Sentii il profumo vago dei dollari nuovi.
Se qualcuno si muove, la ammazzo, disse giacca di nylon.
Me, intendeva dire.
Arretrammo, con le sue scarpe da ginnastica che stridevano
sul pavimento di marmo. Come una telecamera che zumasse
a ritroso, prima vidi alcune persone e poi sempre di
pi, tutte con la faccia immobile e rivolta verso di me. Il mio
campo visivo divenne ancora pi ampio, arrivando a comprendere
tutto il tetro interno a pannelli della Maryland Safety
Savings Bank. Procedemmo strambando a ritroso fin oltre
la porta.
Corra, mi ordin.
Quindi diede di piglio alla mia manica e ci mettemmo a
correre insieme su marciapiedi lustri di umidit. Incrociammo
un uomo con un cane, uno dei ragazzini Elliott, una donna
che spingeva una carrozzina. Uno immagina che avrebbero
alzato lo sguardo per dare un'occhiata alla scena, no? Invece
niente. Valutai l'opportunit di fermarmi di scatto, chiedendo
aiuto a una persona robusta. (Personalmente avrei optato
per la donna con la carrozzina.) Ma come potevo imporre loro
il peso di tanta pena? Ero in quarantena. Mary l'Appestata.
Non mi fermai.
In realt per qualche istante mi parve che avrei potuto distanziarlo,
ma la presa era molto forte e lui mi rimase di fianco.
I suoi piedi ciabattavano sul marciapiede con ritmo regolare,
senza fretta, mentre io ero completamente sfiatata: la
borsetta mi sbatteva contro l'ileo, i mocassini pieni d'acqua
facevano cic-ciac. Al terzo incrocio mi sembr quasi che una
molla pungente mi fosse esplosa in petto. Rallentai.
Continui a correre, disse lui.
Non ce la faccio.
Eravamo davanti alla Forman's Grocery, l'affabile Forman's
Grocery con le sue pere avvolte in carta velina. Mi fermai
e mi voltai a guardarlo. Che colpo! Me n'ero gi fatta
mentalmente un'immagine: un tipo con una faccia da cattivo.
Invece eccolo l, con un'aria del tutto comune, calmo, una
massa di capelli neri imbrillantinati e due occhi grigio chiaro
cerchiati di nero. Non pi alto di me. E molto pi giovane.
Mi rincuorai.
Be', dissi, sfiatata, io smonto qui, eh?
Dalla sua pistola arriv un clic prodotto chiss come.
Riprendemmo a correre.
Via per Edmonds Street, passando davanti al vecchio signor
Linthicum, sistemato come sempre dalla nuora sulla soglia
di casa. Un omino che si limitava a sorridere, avendo
smesso da un pezzo di esprimersi a parole. Non c'era niente
da sperare. Via per Trapp Street, passando davanti alla casetta
marrone su due piani di mia zia, con il suo vaporoso merletto
di verzura penzolante da tutte le grondaie. Ma in quel
momento lei doveva essere in casa, tutta presa a guardare I
giorni della vita alla televisione. Brusca svolta a sinistra in un
vicolo di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza e poi di
nuovo a sinistra, scartando sotto il portico di chiss chi, retto
sui suoi trespoli, dove una volta, chiss quando, da bambina,
devo avere giocato con un'altra bambina - Sis, Sissy o qualcosa
del genere - della cui esistenza avevo perso la memoria
da anni. E via ancora per la strada in ghiaia di fianco al deposito
di legname - avr un nome? - e su per un altro vicolo. Altrove
la pioggia era finita, ma nelle viuzze pioveva ancora.
Stavamo percorrendo un corridoio climatico tutto nostro.
Avevo perso ogni sensibilit. Mi sembrava di correre senza
muovermi, come succede nei sogni.
Finch: Ecco, disse lui.
Ci trovavamo sul retro di uno squallido edificio tozzo, assicelle
storte in un mare di erbacce e di scatoloni di patatine
fritte. Un posto dall'aspetto poco rassicurante. Giri sul davanti,
mi ordin.
Ma...
Faccia come le dico.
Inciampai in un barattolo di senape grande abbastanza da
metterci in salamoia un bambino.
Pensate la sorpresa quando, arrivati sul davanti, vidi che si
trattava del Libby's Grill. N pi n meno. Che costituisce
anche la locale sala giochi, oltre che la stazione degli autobus.
 vero che non ci ero esattamente conosciuta (non potevo
permettermi di mangiare fuori, non giocavo a flipper, non
viaggiavo mai), ma se non altro era un luogo pubblico, per cui
c'era qualche possibilit che l dentro qualcuno mi riconoscesse.
Oltrepassai la porta tenendomi il pi possibile eretta. Feci
girare lo sguardo su tutto l'ambiente. Ma c'era soltanto uno
sconosciuto che si beveva un caff al banco. La cameriera era
persona a me ignota.
Quando parte l'autobus? le chiese il rapinatore.
Quale?
Il primo.
Lei diede un'occhiata a un orologio da polso che portava
appuntato al seno. Cinque minuti fa, disse. Ma  in ritardo
come sempre.
Be', io e questa signora vogliamo due biglietti fino al capolinea.
Andata e ritorno?
Solo andata.
Lei si port davanti a un cassetto, tirandone fuori due strisciate
di biglietti e mettendosi a martellarli con una serie di
timbri di gomma sistemati di fianco alla macchina del caff.
Insomma, non capiter certamente tutti i giorni che qualcuno
arrivi l a chiedere dei biglietti per il capolinea, dovunque esso
sia, sul primo autobus in partenza. E sicuramente a quella
tipa non sar successo molte volte di vedere una donna dai capelli
inzaccherati, senza fiato, sul punto di crollare per avere
corso troppo, in compagnia di uno sconosciuto tutto vestito
di nero. (Perch ora vedevo che anche i suoi jeans erano neri,
e persino le scarpe da ginnastica, tutto tranne la camicia,
sorprendente, bianca, fuori luogo.) Uno immagina che ci avrebbe
dato almeno un'occhiata, no? Invece niente. Continu a
tenere gli occhi bassi, il mento affondato nelle sue varie pappagorge,
anche mentre prendeva i soldi che lui le pos sui cuscinetti
del palmo. Prima ancora che avessimo completamente
oltrepassato la porta penso che si fosse gi dimenticata della
nostra esistenza.
E naturalmente l'autobus doveva arrivare, tutto uno sboffo,
proprio nel momento in cui uscivamo sulla piattaforma,
senza lasciarmi neanche un paio di secondi per guardarmi attorno
in cerca di una faccia nota. Anche se ormai ero pi calma.
Non sembrava molto probabile che quel tipo mi sparasse
in mezzo alla gente, sia pure gli ottusi rintronati che vidi seduti
in fila nell'autobus, per met addormentati con la bocca
aperta: un'anziana signora tutta presa a parlare da sola, un
militare con radiolina schiacciata contro la guancia. Dolly
Parton cantava La mia vita  una svendita. Il beauty case in
grembo all'anziana signora stava miagolando. Decisi che c'era
speranza. Mi lasciai cadere su un sedile, sentendomi improvvisamente
allegra, come se fossi in attesa di qualcosa. Come
se stessi veramente partendo per un viaggio. Poi il rapinatore
mi si sedette di fianco. Continui a comportarsi bene e non le
succeder niente di male, mormor. (Era un po' senza fiato
anche lui, notai.) Quindi tese una mano, palmo in gi. Una
mano squadrata e bruna. Che cosa voleva? Mi ritrassi, ma lui
si limit a impadronirsi della mia borsa. Ne avr bisogno,
disse.
Io mi districai la cinghia dalla spalla, dandogliela. Lui se la
sistem tra le ginocchia, senza stringere. Io guardai da un'altra
parte. Fuori dal finestrino ecco l il Libby's Grill, l'autista
che scherzava sulla soglia con la cameriera, un ragazzino che
imbucava una lettera. E i miei figli? Si stavano chiedendo dove
fossi finita?
Devo smontare, dissi al rapinatore.
Lui sbatt gli occhi.
Ho dei figli e non ho ancora provveduto per il doposcuola.
Devo smontare.
Che cosa pensa che ci possa fare, io? Senta, signora, se dipendesse
da me saremmo a una trentina di chilometri di distanza
l'uno dall'altra. Come potevo immaginare che un fesso
avrebbe tirato fuori la pistola? Quindi fece girare gli occhi in
uno sguardo circolare, dando una controllata ai volti addormentati.
Al giorno d'oggi ce l'hanno tutti. Gente senza un
filo di buon senso. Se non fosse per lui, io potrei essere libero
come un uccello e lei bella tranquilla a casa sua con i suoi
bambini. Gente del genere sarebbe da rinchiudere.
Ma ormai siamo lontani. L'ha fatta franca, gli dissi.
Provai un profondo imbarazzo. Mi parve di essere senza
tatto a discutere la situazione in maniera cos scoperta. Ma lui
non si secc.
Aspetti e vedr, disse.
Che cosa devo aspettare?
Di vedere se riescono a scoprire chi sono. Se non ce la fanno,
non avr pi bisogno di lei. E la lascer andare. Va
bene?
E improvvisamente mi rivolse un sorriso involontario, breve,
mostrando denti regolari, di un candore sorprendente.
Cespugliose ciglia nere che gli velavano lo sguardo, quale che
ne fosse l'espressione. Non risposi al sorriso.
L'autista mont in vettura. Era un omone tale che quando
tocc terra sentimmo il pavimento inclinarsi. Chiusa la porta
scorrevole, mise in moto. Il Libby's Grill scorse via come se
fosse immerso in un acquario. Il ragazzino davanti alla buca
delle lettere scomparve. Poi la lavanderia a gettoni, il ferramenta,
il lotto non edificato e finalmente la farmacia, con la
solita donna meccanica piazzata in vetrina, tutta presa a sollevare
il braccio per strofinarvi il Coppertone, su e gi, su e
gi. A ridere quel perenne riso sbiadito dentro la sua polverosa scatola di vetro.
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CAPITOLO 2.
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Io sono nata proprio qui a Clarion. Sono cresciuta nella grossa
casa con le torrette che c' vicino al distributore Texaco di
Percy. Mia madre era una donna grassa, di professione maestra
di prima elementare il cui nome da signorina era Lacey
Debney.
Si noti bene che come prima cosa ho parlato della sua grassezza.
Era una cosa che non poteva assolutamente passare
inosservata. La definiva nei suoi contorni, irradiava dalla sua
persona, riempiva tutte le stanze in cui lei entrava. Mia madre
era una donna in forma di fungo, con certi ispidi capelli
biondi che lo sguardo poteva attraversare, faccia rosea, niente
collo. Soltanto una mascella che calava allargandosi sempre
di pi, fino a diventare un paio di spalle. Portava sempre uno
scamiciato a fiori senza maniche, in tutte le stagioni, ed era
uno sbaglio. I suoi piedi erano la cosa pi minuscola che io abbia
mai visto in una persona adulta. Possedeva una gigantesca
collezione di eleganti scarpine.
Quand'era sui trentacinque, maestrina zitella che abitava
nella casa del defunto padre di fianco alla stazione di servizio
della Texaco, un fotografo ambulante di nome Murray Ames
era venuto a fare la foto ai suoi allievi. Un uomo curvo, calvo,
dall'aspetto mite e con due baffi che sembravano quelli di un
morbido topolino nero. Che cosa ci vide in lei? Gli piacquero
i piedini, le scarpe di lusso? Fatto sta che si sposarono. E lui si
trasfer nella casa del defunto padre di lei, trasformando la biblioteca
in uno studio fotografico. Un locale a elle con una
porta che dava verso l'esterno e un bovindo sulla strada. La
sua enorme macchina fotografica, vecchia e complicata,  ancora
l piazzata sul treppiede, di fianco al camino. Anche il
fondale dipinto - un cielo azzurrissimo che fa da sfondo a una
colonna ionica spezzata - davanti a cui chiss quanti scolaretti
si sono messi immobili in piedi, tanto tempo fa.
Lei dovette smettere di insegnare: lui non voleva che sua
moglie lavorasse. (Andava soggetto ad attacchi di un corruccio
freddo, cupo, che spaventavano a morte mia madre, costringendola
a sfarfallargli tutto attorno chiedendosi che cosa
avesse mai fatto di male.) Quindi se ne rimase a casa a mangiare
cioccolata e a fare questo o quell'oggettino. Puntaspilli,
coperture per scatole di Kleenex, elegantissime bambole in
feltro da sistemare sul ripiano del com. Il tutto per anni e
anni. E ogni anno ingrassava sempre pi, trovando sempre
pi difficile muoversi. A ogni passo sbandava, reggendosi con
cautela, quasi fosse una brocca d'acqua strapiena. Divenne
sciatta, soggetta a indigestioni, sfiatata. E si avvi verso la
menopausa. Era sicura di avere un tumore ma non voleva farsi
visitare da un medico. Si limitava a prendere le Pilloline
Carter per il fegato, che considerava il rimedio di ogni male.
Una notte si svegli in preda a spasmi addominali, convinta
che il tumore (sembrava figurarselo in forma di una specie
di pompelmo troppo maturo) si fosse spaccato in due e stesse
cercando di uscirle dal corpo per via naturale. Tutto attorno a
lei il letto era caldo e bagnato. Svegli il marito, che, strizzatosi
alla bell'e meglio nei pantaloni, la port all'ospedale.
Mezz'ora pi tardi diede alla luce una bambina di tre chili.
Tutto questo lo so perch me l'ha raccontato lei stessa, un migliaio
di volte. Rappresentavo l'intero suo pubblico. In un
certo senso era andata distaccandosi dal resto della citt. Non
aveva amici. Viveva la propria vita in totale solitudine, dietro
le sue tende di voile. Eppure in passato la sua famiglia doveva
essere molto aperta alla vita di societ e quella casa sempre allietata
da balli e cene. (Mio nonno si occupava pi o meno di
politica, mi pare che avesse a che fare con il governatore.) Vi
sono diversi ritratti di mia madre in abito da sera di tulle rosa,
una specie di gigantesco cespuglio di rose, tutta presa nella
sua parte di padrona di casa nel periodo seguito alla morte
della madre. Appare sempre sorridente, le mani giunte sopra
lo stomaco come se non stesse in s per la gioia.
Tuttavia mio nonno  stato l'unico uomo a cui lei sia piaciuta
davvero (la chiamava biscottino mio, amava le sue fossette,
diceva di essere contento che lei non fosse pelle e ossa),
e, una volta morto lui, la vita sociale di mia madre prese a diradarsi.
Per qualche tempo soltanto gli amici pi vecchi e gentili
di lui continuarono a invitarla, ma soltanto a noiosi pranzi
di famiglia dove non era necessario appaiare gli invitati. Poi
morirono anche loro e il suo unico fratello si spos con una
donna a cui lei non piaceva. Gli altri insegnanti, poi, erano
tanto giovani e pieni di vivacit da riempirla di pena. Inoltre
a volte aveva la sensazione che a scuola i bambini ridessero di
lei. Finch erano suoi scolari le volevano bene, oh, certo, erano
contenti di farsi cullare da lei quando si facevano male in
palestra, sentire il profumo della rosa di velluto che portava
appuntata al petto, con la goccia di Heure Blue che metteva
su ciascun petalo ogni mattina. Ma un paio d'anni dopo, una
volta passati ad altre classi... Insomma, le era capitato pi di
una volta di notare qualcosa. Risatine, scambi di occhiate,
strofette volgari che non si sarebbe mai abbassata a ripetere.
Una volta sposata, c'era stato un breve soprassalto di inviti,
quasi fosse stata improvvisamente dichiarata viva dopo un
lungo malinteso. Ma... in che cosa consisteva il problema,
esattamente? Non avrebbe saputo dirlo. Non avrebbe potuto
giurarci. Forse dipendeva tutto dal fatto che suo marito non
aveva mai imparato ad adattarsi. Non era abbastanza estroverso.
Era sempre di una cupezza spaventosa. Se gli si rivolgeva
la parola, non alzava lo sguardo. Quanto a parlare lui,
non succedeva praticamente mai. Ciondolava qua e l come
se il corpo non gli appartenesse, con le spalle cadenti, il torace
incavato. Una specie di vestito vuoto. Come meravigliarsi
che la loro vita si fosse ridotta al lumicino in quel modo?
S, avrei voluto replicare, ma allora come faceva Alberta, la
vicina di casa? Anche suo marito era un disastro, eppure lei
aveva cos tanti amici che non ero capace di contarli.
Quando andai a scuola entrai in un mondo completamente
nuovo. Non avevo la minima idea che si potesse essere cos allegri.
Me ne stavo sul bordo del campo giochi a guardare le
bambine riunirsi in capannelli, esplodere in risolini per qualsiasi
nonnulla e raccontare vivaci storie di vita familiare: erano
andate al circo, avevano litigato con un fratello. A loro
non piacevo. Dicevano che puzzavo. E io sapevo che avevano
ragione, perch adesso quando entravo in casa mia quell'odore
lo sentivo anch'io: un'atmosfera stantia, buia, in cui nulla
veniva spostato da chiss quanto tempo. Cominciai ad accorgermi
di quanto fosse singolare mia madre. Notai che i suoi
abiti sembravano immense sottovesti a fiori. Mi chiedevo
perch non uscisse di pi. Poi, una volta, da lontano la vidi
lentamente anfanare verso il negozio di alimentari all'angolo
e arrivai a desiderare che non fosse uscita affatto.
Mi chiedevo come mai mio padre avesse cos pochi clienti,
per lo pi soldati e altra gente di passaggio, e perch dovesse
rivolgersi loro in quel modo tutto fatto di borbottii, da cane
bastonato, che mi spezzava il cuore. Temevo che lui e mia
madre non si amassero affatto, e che dunque un giorno si sarebbero
separati, andandosene ciascuno per i fatti suoi e dimenticandomi
l nella confusione del momento. Perch non
potevano essere come i genitori di Ardle Leigh, che dovunque
andassero si tenevano per mano? Loro invece non si toccavano
mai. Rare volte li ho persino visti guardarsi. Sembrava
che tenessero lo sguardo rivolto verso l'interno, come se si
sentissero imbrogliati o delusi da qualcosa. E sebbene dormissero
nello stesso lettone di legno, la parte centrale rimaneva
perfettamente intatta, una striscia mediana mai stazzonata.
Di quando in quando litigavano (sferzate cariche di irritazione,
senza mai un argomento specifico, veramente identificabile),
dopo di che mio padre passava la notte nel suo studio.
In quelle occasioni ero sconvolta: la nausea mi prendeva allo
stomaco. Volevo pi bene a mio padre che a mia madre. Secondo
lui ero veramente sua figlia. Secondo lei, invece, no.
Era convinta che all'ospedale ci fosse stato uno scambio.
C'era una tale confusione, diceva. E lei si era trovata a essere
un po' stordita. Un parto inatteso  come... s, insomma, una
specie di terremoto! Un tornado! e altri disastri naturali di
varia specie. La mente non ha ancora elaborato una cornice in
cui inquadrarlo. Inoltre, diceva, dandosi strattoni al davanti
del vestito, credo che mi abbiano dato uno di quei gas che
fanno ridere. Dopo di che tutto  diventato un sogno. Non
sono pi stata capace di vederci bene, tanto che quando mi
hanno mostrato la bambina ho pensato che fosse un rotolo di
cotone idrofilo. La tenevano quasi sempre nella nursery. Poi,
il giorno che sono andata a casa mi hanno consegnato questo
fagotto: una bimba tutta nuda fatta su in una coperta scolorita.
No, no! ho pensato subito. Questa non  la mia. Ma, sai,
ero ancora confusa, e soprattutto non volevo dare fastidi. Ho
preso quello che mi davano.
Dopo di che mi esaminava in viso, la fronte tutta corrugata
e dolente. Lo sapevo che cosa si stava chiedendo. Di quale
sconosciuto avevo ereditato l'aspetto? Ero magra e sciatta,
con certi capelli bruni e diritti. Nessuno dei nostri parenti ce
li aveva di quel colore. E c'erano dei tratti specifici della mia
persona che nessuno era in grado di spiegare: l'arco plantare
talmente alto che si rifiutava di farsi inzeppare in qualsiasi tipo
di scarpa, la pelle giallastra, la statura. Ero sempre troppo
alta per la mia et. Da dove veniva un fatto del genere? Non
certamente da mio padre. N dal lato materno, visto che avevo
una mamma alta poco pi di un metro e mezzo, e quel tappo
di suo fratello Gerard e quel pancione di suo padre, sempre
l a gongolare beato con la sua faccia da bambino dalle foto
in cornice. E neppure dalla prozia Charlotte, di cui portavo
il nome, che nelle fotografie compariva sempre con i piedi
comicamente penzoloni quando stava seduta in poltrona.
C'era stato uno sbaglio, chiss dove.
Comunque sia ti voglio bene lo stesso, concludeva ogni
volta mia madre.
Sapevo che era vero. Ma non  dell'amore che si sta parlando,
qui.
Purtroppo sono nata nel '41, mentre Camp Aaron si stava
riempiendo di soldati, per cui nel Clarion County Hospital
erano ricoverate molte pi pazienti del solito, essenzialmente
mogli di militari in procinto di partorire. Di conseguenza tutte
le schede di quel periodo sono sommarie e imprecise, se
non sono addirittura andate perse del tutto. Lo so perch mia
madre ha fatto i suoi controlli. Senza per aver modo di proseguire
nelle ricerche. Chiss dove, in questo mondo, la sua
bimbetta bionda stava crescendo con un nome falso, una falsa
identit, una coppia di genitori falsi, due ladruncoli. E a lei
toccava tirare avanti cos, diceva. Le sue mani compivano un
ampio svolazzo nell'aria, significando l'abbandono di ogni
speranza.
Per lei il mondo era vasto ed estraneo. Mentre io sapevo
che era piccolo. Prima o poi la sua vera figlia sarebbe saltata
fuori. E allora?
Mio padre, se interpellato in maniera diretta, rispondeva
che la vera figlia ero io. E non la faceva lunga. Ma certo, diceva.
Una volta mi port in una stanza per gli ospiti, dove mi
mostr alcuni indumenti da neonata riposti in un baule cerchiato
in ottone. (Non so che cosa questo dovesse provare.)
Quegli indumenti, disse, aveva dovuti comperarli lui stesso,
mentre mia madre era a letto in ospedale. E li aveva comperati
per me, aggiunse, puntandomi un dito contro il petto e poi
grattandosi la testa un attimo, quasi stesse cercando di farsi
tornare in mente qualcosa. Quindi se ne torn nel suo studio.
Avevo paura che stesse preparando una delle sue esplosioni
d'ira. A quegli indumenti diedi appena un'occhiata (erano ingialliti,
raggrinziti, strizzati tutti assieme da tanto di quel
tempo che si sarebbe dovuto separarli uno strato dopo l'altro,
come le foglie di tabacco di un sigaro), dopo di che uscii anch'io
dalla stanza, andando da lui. Lavorai al suo fianco tutto
il pomeriggio, sciacquando grossi negativi su vetro sotto l'acqua
corrente, ma lui non mi disse altro.
I pasti trascorrevano in un forte stato di tensione e in silenzio.
Si sentiva soltanto il tintinnio delle posate. I miei genitori
non parlavano, e se lo facevano era in modo disperato, amaro.
Amari come le ghiande, disse una volta mio padre, dopo
di che pos la tazzina del caff in maniera talmente brusca da
macchiare tutta la tovaglia piena di rammendi. Al che mia
madre chin il viso sulle mani e lui allontan la sedia di scatto,
andando a caricare l'orologio. Io intanto spiaccicavo i piselli
con il cucchiaio. Mangiare non aveva senso. Tutto ci
che si mandava gi, in quella casa, rimaneva sullo stomaco in
eterno, come un sasso.
Ecco le due paure pi grosse che avevo da bambina. Primo,
di non essere la loro vera figlia, per cui prima o poi sarei stata
mandata via. Secondo, di essere davvero la loro figlia, per cui
non sarei mai riuscita a scappare nel mondo esterno.
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CAPITOLO 3.
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Ero contenta che il rapinatore mi avesse lasciato il posto vicino
al finestrino. Non dipendeva certamente dal suo buon
cuore, ma cos se non altro potei veder scorrere via come sui
pattini l'estrema periferia di Clarion. Seguita da una sfilza di
insediamenti abitativi e poi da spaziosi campi aperti, davanti
a cui non potei fare altro che allungarmi sul sedile e lasciare
che lo sguardo si perdesse. Erano anni che non andavo da
nessuna parte.
Intanto c'era questa giacca di nylon che continuava a produrre
il suo rumore viscido al mio fianco, cambiando posizione
senza tregua. Era inquieto, lo capivo benissimo. Inquieto
in via permanente, intendo dire, per natura. A tutti gli stop e
i semafori cambiava posizione. Quando una donna si alz per
scendere a una fermata vicina a una buca per le lettere, in
mezzo a un deserto, sentii le sue dita tambureggiare per tutta
la durata della sosta dell'autobus. Una volta ci tocc rallentare
dietro a un trattore e lui si lasci letteralmente sfuggire un
sonoro gemito. Poi strusciava i piedi, si sgranchiva le spalle,
si grattava il ginocchio. Con la sinistra, naturalmente. La destra
era fuori vista, braccio ripiegato sullo stomaco, pistola
ficcata tra la mia terza costola e la quarta. Non voleva correre
rischi.
Che cosa pensava che avrei potuto fare? Saltare fuori da
quell'angusto finestrino coperto di fuliggine? Invocare aiuto
da parte dell'anziana signora che avevo davanti? Strillare?
Be', questo magari s, avrebbe potuto servire a qualcosa.
(Sempre che non avessero pensato che fossi matta, fingendo
di non sentire.) Ma io non sono una che strilla. Mai stata. Da
bambina una volta sono quasi annegata, colando a picco in
preda al panico sotto gli occhi del bagnino, con le labbra rigorosamente
sigillate. Avrei preferito morire piuttosto che provocare
una qualsiasi forma di fastidio.
Per un po' procedemmo affiancati a un treno merci. Ne
contai i vagoni. Voglio dire, quando uno  nei guai, c' dentro,
tanto vale rilassarsi. Mi chiesi come fosse che la B&O
Railway avesse cambiato il nome in Chessie System. Chessie.
Un nome che sarebbe stato perfetto per un nuovo tipo di condimento
per panini. O per un'istruttrice di ginnastica.
Di quando in quando mi veniva in mente che di l a poco
avrei potuto essere uccisa.
La radio del militare stava trasmettendo un vecchio successo,
Le piccole cose sono piene di significato. Volendo, una volta
chiusi gli occhi avrei potuto immaginare di essere ancora a
ballare alla festa di chiusura del secondo anno delle superiori.
Ma non ne avevo nessuna voglia. La canzone si interruppe a
met di una nota alta, e una voce maschile annunci: Interrompiamo
il programma per trasmettere un comunicato speciale.
Il rapinatore non mosse un solo muscolo, ma fece affiorare
una patina di attenzione che non potei non avvertire.
La polizia di Clarion riferisce che la Maryland Safety Savings
Bank  stata rapinata verso le due e mezzo di oggi pomeriggio.
Un bianco di poco pi di vent'anni, che pare agisse
da solo,  scappato con duecento dollari in banconote da un
dollaro e con un ostaggio, una donna non ancora identificata.
Per fortuna le telecamere automatiche della banca erano in
azione, per cui la polizia ha tutte le speranze di...
Il militare fece girare un nottolino della radio. L'annunciatore
si secc, andandosene per i fatti suoi. Venne sostituito
da Olivia Newton-John.
Cavolo, disse il rapinatore.
Io ebbi un soprassalto.
Che cosa se ne fanno delle telecamere in una topaia del
genere?
Mi arrischiai a rivolgergli un'occhiata. Accanto all'angolo
della bocca si vedeva tremolare un muscoletto. Senta..., attaccai.
La pistola mi pungol, come un pollice. Senta, riattaccai,
parlando con un soffio di voce. Ormai  fuori di l!
L'ha fatta franca.
Gi. Con la mia faccia su tutto un rotolo di pellicola.
Che cosa importa?
Mi identificheranno, replic.
Identificare? Voleva dire che era un criminale noto? O un
folle, magari, un matto scappato dal Lovill State Hospital. In
entrambi i casi, un bel pasticcio.
Un bel pasticcio, mi disse.
Aveva una voce esile e rauca, la voce di uno a cui non importa
niente della figura che fa dal punto di vista vocale. Fatto
che non mi incoraggi per niente. Sbarrai la mente e tornai
al finestrino, dove si vedevano scorrere via pacifiche fattorie.
Che cosa diavolo guarda? chiese lui.
Vacche, risposi.
Verranno ad aspettarmi alla prossima citt. Vedr. Che
citt sarebbe, poi?
Ascolti, dissi. Non ha sentito la radio? Lo sanno che lei
ha con s un ostaggio. Per adesso non sanno altro. Stanno
cercando un uomo che viaggia con una donna. Lei non deve
fare altro che lasciarmi libera. Non le pare logico? Alla prossima
fermata mi lasci andare. E lei rimanga qui sull'autobus.
Le prometto che non dir una parola. Che cosa me ne importa
se la prendono o no?
Sembrava che non avesse nemmeno sentito. Teneva lo
sguardo fisso davanti a s, con quel muscolo che continuava a
vibrare. Se c' una cosa che non posso sopportare,  di finire
in gabbia, disse finalmente.
Gi.
Non mi va gi.
Gi.
Quindi lei resta con me finch non vedo questo filmato
della banca.
Eh?
Comunque quella roba l  sempre sfocata, continu.
Perch agitarsi? Aspettiamo di vedere. Se il filmato non vale
niente, se perdono le mie tracce, la lascio andare.
Ma come far a scoprire se questo filmato vale qualcosa o
no?
Lo faranno vedere alla TV, rispose lui. Nel telegiornale
della sera. Ci scommetto quello che vuole.
Ma dove pensa di vederlo?
A Baltimora, no?
Quindi lasci ricadere la testa contro il sedile. Io mi rimisi
a guardare le fattorie. Mi sembrava di non avere mai visto
niente di tanto spietato come la calma, l'indifferenza con cui
quelle vacche stavano brucando.
Dovevamo essere sulla linea pi locale che sia dato trovare.
Ci fermavamo in localit che non avevo mai sentito nominare
e anche in un sacco di altri posti. Incroci, parcheggi per roulotte,
capannoni tappezzati di manifesti elettorali. Quando
finalmente arrivammo a Baltimora era il crepuscolo. Guardando
nel finestrino vedevo il mio riflesso ricambiare il mio
sguardo, pi interessante che nella realt. Appena dietro si
vedeva il profilo del rapinatore, in perenne, irrequieta agitazione.
Al terminal degli autobus i fari diedero colore a un'intera
parete di neri in berretto a maglia e spolverino di raso, che gironzolavano
qua e l, uno stuzzicadenti ficcato in bocca.
Bal-mora! grid l'autista. Baltimora. I passeggeri si alzarono,
raccattando le loro cose. Tutti tranne me e il rapinatore,
che mi trattenne seduta al mio posto. Voleva che aspettassi
che se ne fossero andati tutti. A quel punto tocc a me essere
irrequieta. Gli spazi ristretti mi creano qualche problema. E
un autobus che non si muove  uno spazio dei pi ristretti.
Ho bisogno di scendere, gli dissi.
Lei scende quando lo dico io.
Ma non ce la faccio pi.
I suoi occhi mi dardeggiarono uno sguardo.
Vuole che mi venga una crisi isterica?
Non sarebbe mai successo, ma lui non lo sapeva. Infatti si
alz, indicandomi con un balenio della pistola di avviarmi nel
corridoio. Seguimmo il militare, la cui radio stava suonando
un motivo che mi sembrava a met strada fra Washington
Square e Mezzanotte a Mosca. Soltanto quando fui smontata,
in piedi sul cemento, stordita e con le gambe molli per il lungo
viaggio, decisi che era Washington Square.
Ci diamo una mossa? disse il rapinatore.
Coppie che si incontravano e baciavano nella luce grigia tra
gli autobus. Le evitammo, dirigendoci verso la strada. Ci trovammo
mescolati a un vortice di persone, per lo pi uomini,
per lo pi insignificanti. Era l'ora dell'uscita dal lavoro, ma
non era certo quello il motivo per cui si trovavano in quel posto,
in piedi a gruppetti, oppure a bighellonare davanti ai bar,
ai porno box a monetine, alle insegne che annunciavano ragazze!
tutte le sere! Un intenso odore di patate fritte.
Tutti avevano un aspetto pericoloso. Ma io avevo alle costole
questo rapinatore con la sua pesante arma calda, e in ogni caso
che cosa potevo rimetterci ancora? La mia borsetta ce l'aveva
lui. Fendevo la folla con l'agio di un pesce nell'acqua,
non ostacolata da nulla, spinta dal pungolo che sentivo nella
schiena.
Alt, disse.
Eravamo arrivati davanti a un locale miserabile, con un'insegna
al neon che sfrigolava sopra la vetrina: da benjamin.
Una porta di legno rossa, dipinta con tanta di quella vernice
che avrei potuto graffiarci sopra il mio nome con un'unghia.
La apr ed entrammo. Un televisore riempiva l'aria di un alone
azzurro e polveroso. File di bottiglie tappate con un globo
d'argento mandavano lampi di luce davanti a uno specchio.
Ci facemmo strada fino al banco, dove ci sedemmo. Io mi
slacciai l'impermeabile. Un uomo in grembiule ci rivolse il
profilo, mentre gli occhi rimanevano fissi sul televisore.
Che cosa prende? mi chiese il rapinatore.
A casa nostra non beve nessuno, ma non volevo sembrare
scortese. Una Pabst Nastro Azzurro, risposi a caso.
Una Pabst e un Jack Daniel's liscio, ordin il rapinatore.
Il barista vers il Jack Daniel's alla cieca, continuando a
guardare uno spot di patatine. Ma per andare a pescare il bicchiere
per la mia birra gli sarebbe toccato voltarsi. Invece in
quel momento inizi il telegiornale, per cui lasci perdere,
passandomi una lattina chiusa, alta e rigida, e tendendo il palmo
a ricevere il denaro che il rapinatore vi pos, fosse quello
che fosse.
Nella zona circostante c'erano diversi politici in visita. Li
vedemmo smontare da aerei, mettersi in posa per stringere
una mano dopo l'altra come se facessero il tiro alla fune. Vedemmo
un tale che era stato assolto da una giuria. Aveva
sempre creduto, dichiar, nel sistema della giustizia americana.
Segu uno spot dell'Alka-Seltzer.
Versamene un altro, disse il rapinatore al barista, porgendogli
il bicchiere. Io aprii la lattina e bevvi un sorso della
mia birra. Il bello di stare seduti a un bar era che non mi toccava
guardarlo. Potevamo fingere entrambi di essere soli.
Ormai gli occhi mi si erano abituati al buio, per cui vidi che
quel posto era poco pi di una stalla, arido, sporco, freddo. Ci
avrebbe fatto freddo anche in luglio: certamente il sole non ci
entrava mai. Mi chiesi come dovevano essere le toilette. Avevo
bisogno di andarci, ma ero incerta circa la procedura da seguire.
Ecco un problema che nei telefilm polizieschi non veniva
mai affrontato.
Il telegiornale regionale rifer della riunione di un comitato
scolastico. Il funerale di un poliziotto. L'arresto di uno spacciatore.
Un incidente a Pearl Bay in cui erano rimaste coinvolte
cinque auto. Una rapina in banca a Clarion.
La faccia dell'annunciatore cedette il posto a un filmato di
diversa qualit, sfocato, oscuro. Comparve un gruppetto di
persone, tutte in fila come tante tessere di domino. Il primo
della fila, un tipo tozzo vestito da uomo d'affari, si strapp
qualcosa dal petto. Sullo sfondo si profil un braccio. Un altro
uomo arretr di scatto, seminascosto da una donna alta e
magra con addosso un impermeabile chiaro. Scomparvero entrambi.
Diversi volti si fecero avanti come fluttuando in un
acquario, una persona di cui non si cap il sesso si port una
sciarpa o un fazzoletto agli occhi. Ero affascinata. Non ero
mai stata in condizione di guardare un locale dopo che ne ero
uscita.
Ricomparve l'annunciatore, una macchia che il viso non arrivava
a colmare, quasi fosse stato colto alla sprovvista.
Dunque..., disse, schiarendosi la voce. Ecco, era... e ricordate,
cari amici, che prima che altrove l'avete vista su questo
canale, un'autentica rapina in banca ripresa in diretta. La polizia
ha identificato nel rapinatore tale Jake Simms, Jr., appena
evaso dalla prigione della contea di Clarion, ma fino a questo
momento non si  ancora fatto vivo nessuno che abbia
fornito elementi utili per identificare l'ostaggio. Comunque
sono stati predisposti posti di blocco e il capo della polizia di
Clarion si dice fiducioso che la persona sospetta sia tuttora
nella zona.
Forza, andiamo, disse Jake Simms.
Ci lasciammo scivolare gi dai sedili e ce ne andammo. Arrivata
sulla soglia mi voltai a lanciare un'occhiata al barista,
che per teneva ancora lo sguardo fisso sullo schermo.
Lo sapevo che sarebbe andata cos, mi disse il rapinatore.
Ma ormai i posti di blocco li ha superati.
Mi stanno cercando e sanno il mio nome.
Ci facemmo strada attraverso folle ancora pi folte, nessuno
dei cui componenti sembrava avere una meta. Mi parve di
non avere pi la pistola piantata nella schiena. Ero libera? Mi
fermai, rimanendo immobile.
Continui a camminare, mi ordin lui.
Voglio vedere dov' la stazione degli autobus.
Perch?
Perch me ne vado.
Ma neanche per sogno.
Eravamo piantati in mezzo al marciapiede, ostacolando il
flusso dei pedoni. Vidi che lui aveva la barba lunga. Il fatto di
avere lo sguardo esattamente all'altezza del suo mi metteva a
disagio: non mi fido degli uomini tarchiati. Tesi una mano,
stando bene attenta a non fare mosse brusche. Potrei riavere
la borsetta? chiesi.
Senta, replic lui. Non sono io a trattenerla, sono quelli
l. Se la piantassero di darmi la caccia potremmo dividere i
nostri destini, cara signora. Non c' niente che mi piacerebbe
di pi. Ma adesso sanno il mio nome, ha capito o no? Quindi
mi si metteranno alle calcagna, e io ho bisogno di lei finch
non sar al sicuro. Chiaro?
Andammo in un altro bar, buio come il primo ma con alcuni
avventori. Questa volta ci sedemmo a un tavolino di legno
in un angolo. Adesso mi faccia pensare. Mi faccia un po'
pensare, disse, anche se non avevo aperto bocca. Dopo di
che fece la sua ordinazione alla cameriera: Un Jack Daniel's
liscio e una Pabst. Un paio di sacchetti di pretzel. Io la Pabst
decisi di non berla per via del problema toilette. Incrociai le
braccia sul tavolo e allungai il collo per vedere la TV, a colori
questa volta, dove c'era un tale che snocciolava la sua tiritera
sulle condizioni del tempo. Intanto Jake Simms aveva posato
la mia borsetta sul tavolo tra noi due. Che cosa ci tiene?
chiese.
Prego?
Niente armi?
Niente?... Ah, no!
Lui fece scattare la fibbia e l'apr. Quindi tir fuori il mio
borsellino, sfrangiato e tutto ciancicato. Dentro c'erano alcune
banconote, per un totale da fare pena. Un po' di moneta e
qualche forcina. La tessera di una biblioteca. Lui le diede
un'occhiata. Charlotte Emory, lesse. Quindi esamin una
foto di me che tengo in braccio Selinda da piccola. Dopo di
che mi guard attentamente in faccia. Lo sapevo che cosa stava
pensando: da qualche tempo mi stavo lasciando andare.
Comunque non fece commenti.
Tir fuori una mazzetta di buoni sconto fatti su con un elastico.
Una confezione di fazzolettini di carta, una spazzola
per capelli, poco pulita, e un paio di forbicine per unghie. Ne
saggi le punte con il pollice e poi mi guard. Io avevo ancora
lo sguardo fisso sulla spazzola: mi aveva coperto di vergogna.
Non stabilii il contatto. Niente armi, eh? disse.
No.
La cameriera ci serv, porgendogli il conto. Mentre lui si
frugava in tasca, io le mandai alcuni messaggi senza parole:
"Non le sembra strano, quest'uomo che svuota la borsetta di
una signora? Non siamo una strana coppia? Non le pare il caso
di parlarne con qualcuno?" Ma lei si limit a starsene l con
uno sguardo sognante fisso nello specchio marmorizzato sopra
le nostre teste, porgendoci il suo vassoietto di plastica.
Quando se ne fu andata, Jake Simms lasci cadere le forbici
sotto il tavolo e le allontan con un calcio. Le sentii scomparire
rimbalzando sul pavimento. Dopo di che lui torn a
ficcare la mano nella mia borsetta, da cui questa volta salt
fuori un tascabile, il mio Manuale di sopravvivenza, a brandelli.
Come cavarsela nel deserto. Lui si accigli. Quindi rovesci
la borsa e la scosse. Ne cadde fuori qualcosa di lustro e
sferragliante, che lui cattur al volo. Che cos'? chiese, tenendolo
stretto tra due dita.
Oh, Signore, il mio distintivo. Un minuscolo distintivo di
latta, in forma di lancia, dall'aspetto vagamente ufficiale o
militare. Questo lo prendo io, gli risposi.
Lui inalber un'espressione sospettosa.
Posso prenderlo, per favore?
Che cos'?
Mah, niente... una specie di portafortuna, una cosa cos.
Posso prenderlo?
Lui strizz gli occhi per leggere la scritta stampigliata su di
esso. Va', non ti fermare! esclam.
Credo di averlo trovato in una scatola di fiocchi d'avena.
Un po' scarso come portafortuna, no?
Ma,  una cosetta che ho trovato in una scatola... non mi
ricordo neanche pi di... che importanza ha? gli chiesi.
Quasi tutti i portafortuna sono carabattole. Zampe di coniglio,
monetine con due teste... Questo l'ho trovato in una
scatola di fiocchi d'avena mentre facevo colazione oggi a
mezzogiorno. Credo che sia un detto popolare, o qualcosa del
genere. Stavo per buttarlo via, ma poi... Oh, lo sa come funziona
la mente. L'ho considerato un segno. Non sul serio, naturalmente.
Ho semplicemente pensato: "E se volesse dirmi
qualcosa?" Come per esempio di tagliare la corda, di non continuare
a starmene l senza fare niente, di mettermi in
azione.
E come diavolo avrebbe fatto ad arrivare a un significato
del genere? chiese lui.
Ho pensato che fosse un'esortazione a lasciare mio marito,
risposi.
Segu una pausa di silenzio.
Potrei riavere il mio distintivo? chiesi infine.
Mi faccia capire bene, ribatt lui. Lei aveva intenzione
di lasciare suo marito.
Be', sa come vanno le cose...
Tesi la mano per riavere il mio distintivo. Lui la ignor.
Porca miseria! esclam invece. Le cose cominciano finalmente
a girare per il verso giusto.
Eh?
E io che stavo maledicendo la sorte! Che credevo di essermi
ficcato in un casino. Che aspettavo che i suoi mi mettessero
l'FBI dietro i tacchi. Ah, la fortuna sta girando, vecchio
Jake.
Be', non vedo come... come...
Io dico che le cose si stanno aggiustando.
Rivoglio il mio distintivo, insistetti.
Neanche per sogno. Credo che me lo terr io. Le medaglie
hanno la spilla e le spille sono armi mortali.
Non  una medaglia!  una vecchia cianfrusaglia spuntata,
venuta fuori da una scatola...
Ma lui se lo fece cadere nel taschino della camicia e io dovetti
guardarlo scomparire.
E di punto in bianco ebbi paura. Non so perch. Voglio dire,
non so perch proprio allora, in quel momento specifico.
Ma di punto in bianco mi sentii senza fiato e tremante, mi
parve che non sarei riuscita a venirne fuori. Non ci ero pronta!
Sono una persona assolutamente tranquilla, che detesta i
rumori forti e che porge sempre le cose affilate tenendole per
il manico. E non mi piace nemmeno guardare la gente in faccia,
figurarsi farci il braccio di ferro. Mi aggrappai al tavolo.
Cercai di gettare i capelli all'indietro. Fissai strenuamente lo
sguardo sul televisore, ma non serv a niente: banditi in groppa
a colossali cavalli. Antiquate ruote di treno che scorrevano
via sferragliando, un uomo che saltava dalla sella su un bagagliaio,
tracciando nell'aria un arco lento e alto che aveva del
miracoloso. Alcune delle persone presenti nel bar esplosero in
un'ovazione.
Eh, s, disse Jake Simms, il guaio di faccende del genere
 proprio questo. A guardarle troppo, si comincia a cercare di
avere qualche avventura anche di persona.
Tirai il fiato e lo guardai. Cos da vicino vedevo la grana
della sua pelle, le macchie scure sotto gli occhi, la bocca sottile,
screpolata, da buon diavolo. Ma lui era ancora concentrato
sulla TV e non si accorse di niente.
Quando finalmente tornammo a uscire era veramente notte.
Tornai ad allacciarmi l'impermeabile. Lui si tir su il colletto.
Arrancammo in mezzo a due pareti di insegne al neon e di
musica, quindi svoltammo a destra in una strada pi scura,
dove ci sfilarono davanti banchi di pegni, tavole calde, lavanderie.
Ne vedemmo una a gettone dove alcune persone stavano
piegando da sole le loro lenzuola.
Nella vetrina di un negozio di elettrodomestici sei televisori
mostravano una donna che si faceva lo shampoo. Poi vedemmo
le labbra di un annunciatore del telegiornale dire
qualcosa di importante. Dopo di che eccoci l sullo schermo,
noi due, che tornavamo ad arretrare fino a scomparire. La nostra
solita danza senza rumore, tutta un inciampo. Rimanemmo
l davanti alla vetrina a guardarci attraverso il contorno
dei nostri riflessi. Eravamo legati a filo doppio. Non c'era scampo.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Non era il primo rapimento che subivo. Era gi successo una volta.
Le cose andarono cos. Ero stata iscritta a un Concorso di bellezza per bambini, alla fiera della Contea di Clarion. Mi avevano iscritto perch il primo passo era rappresentato dall'invio
della foto del piccolo candidato. Se avessi vinto, sarebbe stata una buona pubblicit per mio padre. Ricordo ancora i grossi caratteri bianchi che correvano lungo il lato basso della mia fotografia, foto studio ames. Di solito si limitava a stamparlo sul retro con un timbro.
Nella fotografia i miei capelli sono lisciati con l'acqua, mi scendono belli ordinati fino allo zigomo. La mia espressione avrebbe dovuto essere fiera, ma era risultata triste. (Per quanto ci si desse da fare, nulla avrebbe mai potuto farmi sorridere.) Portavo un pullover scuro su una camicetta con le maniche a sboffo: secondo mia madre mi avrebbero fatto sembrare pi piccola. Avevo sette anni, l'et massima per partecipare al concorso. Si era discusso moltissimo di quanto fossi pi rotondetta in faccia e, be', s, pi carina quando ne avevo sei. Mia madre avrebbe voluto con tutto il cuore che quel concorso si fosse tenuto allora.
Comunque, nonostante tutto era arrivata una lettera in cui si diceva che ero stata scelta per la finale. Dovevo presentarmi alle dieci del mattino del giorno di apertura della fiera, c'era
scritto. Subito prima del Concorso per Miss Clarion. Dopo le Bimbe Belle.
Mia madre mi aveva fatto un abito di organza bianca. Sebbene fossero anni che non andava da nessuna parte, aveva detto che sarebbe venuta con me alla Fiera. Me l'aveva detto mentre mi appuntava l'orlo con gli spilli. Io mi ero irrigidita. Come avrebbe potuto farcela? Sudava e sbuffava persino per attraversare una stanza. Si muoveva dentro un involucro di densa, cieca diversit. Oltre a tutto, da qualche tempo aveva cominciato a sfondare tutto ci su cui si sedeva. In casa nostra erano successe cose orribili, che sarebbero risultate molto imbarazzanti al cospetto di estranei. Avrebbe dovuto portarsi dietro la sua poltrona speciale, quella pesante, di assicelle bianche, con le gambe tozze, di quelle che di solito si vedono nei cortiletti delle case. Non sarebbe stata in grado di inerpicarsi su nessun gradino di legno, n di rimanere in piedi su nessuna piattaforma. Tirami fuori, avevo gridato.
Le braccia le erano ricadute sui fianchi. In quel momento ero in piedi sul tavolo della sala da pranzo, per cui aveva dovuto piegarsi all'indietro per guardarmi a bocca aperta. Tirami
fuori! Tirami fuori! Tirami fuori da questo affare! E mi ero messa a strappare la morbida nuvola di organza bianca.
Charlotte! Char! Tesoro! aveva replicato lei, picchiandomi sulle mani. Che cosa ti succede, Charlotte?
Al che era arrivato mio padre, strascicando le sue ciabatte da camera in velluto. Era in preda a uno dei suoi malumori. Lo si capiva dalla faccia, che sembrava avere perso qualsiasi interesse per alcunch. Aveva alzato verso me gli occhi rivolti all'ingi.
Devo tirarmi fuori da questo affare! gli avevo detto.
Oh Signore! Sembri uno scimpanz in abito da ballo, aveva replicato lui.
E se n'era andato in cucina.
Lentamente, con dolcezza, mia madre mi aveva aiutato a liberarmi dell'abito, mentre io rimanevo immobile come una statua. Piegatolo, lo aveva posato sul tavolo. Aveva accarezzato
l'arricciatura che bordava una delle maniche a sboffo. Lo sapevo che cosa stava pensando: se fosse stata la sua vera figlia a partecipare al concorso!
Come le sarebbe piaciuto. Sarebbe piaciuto anche a me.
Alla fiera ci andammo con gli unici parenti che avevamo, il
mio grasso zio Gerard, sua moglie Aster, a cui non piacevamo,
e loro figlio Clarence, un enorme, goffo trampoliere di
dieci anni. Zio Gerard ci port con la sua Cadillac, un'auto
dall'aspetto cos chiuso e strizzato che ero sicura non avremmo
avuto aria sufficiente per il viaggio. La poltrona della
mamma non la prendemmo perch ci sarebbe voluto il furgone.
Avrebbe dovuto starsene in piedi tutto il tempo, e amen.
Dovetti sedermi vicino a Clarence, che respirava con la bocca.
Aveva qualche problema alle adenoidi. Tenni lo sguardo
strenuamente fisso fuori dal finestrino, fingendo di essere altrove.
Si era nel 1948 e la campagna, a ripensarci adesso, aveva
un aspetto pacifico e ordinato come l'illustrazione di un libro
per bambini. Solitarie pompe di benzina, campi fioriti come
trapunte. Alberi che stavano diventando perfettamente rossi
e perfettamente gialli. All'ingresso della fiera, su un tabellone
faceva bella mostra di s una massaia, labbra dipinte e tutta
un'onda arricciata con le dita, che reggeva un barattolo di
conserva fatta in casa, fiera della contea di Clarion c'era
scritto sul tabellone, un momento per essere orgogliosi.
Lo zio rallent all'altezza del botteghino dei biglietti, porgendo
dal finestrino una manciata di dollari. Quattro adulti e
un bambino, disse all'addetto. Per quest'altra bambina invece
il biglietto non occorre. E qui perch  stata invitata a
partecipare a una sfilata di bellezza. Mia nipote.
Credeva a tutto ci che leggeva, parola per parola. Era veramente
convinto che quello fosse un momento per essere orgogliosi.
La competizione si teneva nel Padiglione dei prodotti agricoli,
tra le melanzane e i panetti di burro. In s non me la ricordo,
per ricordo perfettamente il padiglione, con il suo
soffitto cavernoso e rimbombante, e le spoglie travi di acciaio.
La bambina accanto a me aveva le gambe con la pelle
d'oca per il freddo e aveva paura che i giudici pensassero che
quella pelle d'oca ce l'avesse sempre. Si sentiva un profumo di
rose. No, le rose arrivarono pi tardi. Mi furono messe tra le
braccia quando vinsi. La fotografia mi venne fatta da un tale
che non era mio padre.
Ormai la conosco linea per linea. Se ne stava appesa nel
corridoio al piano di sopra. Un 24 x 30 su carta lucida in cui si
vede un gruppo sfocato di bambine in bianco o colori chiari,
organza, chiffon e mussola svizzera. E in prima fila, al centro,
una brunetta con il suo normale abitino scuro da scuola,
che tiene in braccio delle rose. A dire il vero non  poi tanto
bella. Credo che il segreto del mio successo consistesse in
quell'abbigliamento da orfana, nei capelli lisci a cui mia madre
aveva rinunciato e alla mia espressione di pena. La piccola
fiammiferaia. Come avrebbero potuto sopportare l'idea di ferire
i miei sentimenti?
La vincitrice delle Bimbe Belle venne ficcata nella sua carrozzella
e spedita a casa, da dove non diede pi notizie. Miss
Clarion fece la sua comparsa sul palcoscenico tutte le sere prima
del rodeo. La Bambina Bella, invece non fu altrettanto
fortunata. Mi tocc rimanere l nel Padiglione dei prodotti
agricoli. Ogni giorno dalle tre alle sei (dopo l'orario scolastico),
per una settimana filata dovetti andare a occupare il mio
posto sulla seggiola dipinta d'oro ma scheggiata che avevano
piazzato al centro della piattaforma. Portavo una corona di
carta e reggevo uno scettro, costituito in realt da uno schidione
per hot dog ricoperto da una pioggia di lustrini. Rivedo
ancora la scena in tutti i suoi dettagli. Ricordo ogni cosa. Le
zucche sul loro tavolo, sotto di me, ciascuna sul suo particolare
vassoio di carta. Le massaie di campagna, in cappellino e
grembiule, che gettavano occhiate in tralice alle marmellate. I
bambini che reggevano il loro palloncino con stampigliata di
traverso la scritta hess. il buon fertilizzante. E la donna
dai capelli bruni che se ne stava l davanti a me per ore e ore,
un giorno dopo l'altro, a fissarmi in faccia senza la minima
traccia di un sorriso.
Era bella, in un suo modo severo, a zigomi alti, che non era
ancora di moda. Portava un soprabito lungo e attillato. Mai
avevo visto due gambe cos affusolate. Mi piacevano le due
chiazze di rossetto, quasi avesse la febbre, mentre non ero sicura
circa gli occhi, che avevano un aspetto velato. A guardarci
dentro non si poteva fare a meno di pensare che qualcosa
doveva esserle andato storto.
La gente le vorticava attorno come acqua attorno a una
pietra. Lei li ignorava. Se ne stava l con le mani sprofondate
nelle tasche e con gli occhi fissi unicamente su di me.
Intanto c'erano delle signore che salivano sulla piattaforma
per dirmi quanto ero carina. Bambini che mi facevano le boccacce.
Il cugino Clarence (mio unico accompagnatore adesso
che il concorso era finito) compariva di quando in quando in
mezzo a una marea di vecchi venuti dalla casa di riposo e poi
tornava a scomparire, con i suoi piedi piatti. La donna e io
continuavamo a fissarci a vicenda.
Il pomeriggio dell'ultimo giorno che passai alla fiera, quando
era quasi ora che arrivassero i miei genitori, la donna si fece
avanti e alz le braccia. Io mi alzai e posai lo scettro. Toltami
la corona, la sistemai sul trono. Quindi scesi i gradini, andandole
incontro. Lei mi prese per mano. Uscimmo dalla porta
sul fondo.
Tagliammo per la via principale della fiera, passando davanti
a diversi baracchini dove si poteva vincere un orsacchiotto
centrando con un cerchietto il collo di una bottiglia,
sforacchiando dei palloncini o gettando delle monetine in un
viscido piattino di porcellana. Fino a quel momento avevo visto
soltanto le mostre di carattere didattico, e quindi speravo
che la donna si fermasse l, invece niente. Cos come del resto
non mi offr un giro sulla ruota panoramica. Un solo sguardo
al suo volto mi fece capire che non c'era nemmeno da parlarne:
aveva in mente qualcosa di serio. Camminava in fretta,
leggermente accigliata. Io le strinsi di pi la mano e mi misi a
trotterellare per tenere il passo.
Arrivammo dove non si vedevano che campi, sferzati da un
vento che mi fece rabbrividire nel mio abitino a manica corta.
Il sole era ormai calato. Sullo sfondo del cielo grigio distinsi
un gruppo di roulotte. Dovevano essere state l per tutta la
settimana. Il terreno tutto attorno era pieno di solchi, indurito.
Da alcune si vedevano svolazzare corde da bucato piene di
camicie, accanto ad altre c'era una moto, altre ancora erano
illuminate da fioche luci giallastre. Quella in cui mi port la
donna era buia. Niente corda per il bucato o altre funi per tenerla
ancorata al suolo. Aperta di scatto la porta verso l'interno,
lei allung una mano da fuori ad accendere una lampada.
Io rimasi l fuori in piedi a guardare dentro quella che avrebbe
potuto essere la sala d'aspetto di un medico, spoglia e linda,
tappezzata in varie sfumature di marrone chiaro.
Entra, per favore, mi disse.
Io obbedii, salendo i gradini. La donna chiuse la porta alle
nostre spalle e si port nella parte buia della roulotte, sempre
indossando il soprabito, sfregandosi energicamente le dita fra
loro. Che freddo! disse. Adesso preparo un po' di t. Capivo
che aveva un accento forestiero, ma non avrei saputo dire
di che genere. A Clarion di forestieri non ce n'era neanche
uno. Lo bevi gi il t? mi chiese.
No, risposi.
Invece di offrirmi qualcos'altro, smise di sfregarsi le dita e
torn nel soggiorno. Si lasci cadere sul bordo del divano letto,
dove mi sedetti accanto a lei. Quindi si volt, cercando
con lo sguardo il mio viso. Ti piace questo posto? chiese.
S, risposi.
Per me non significa niente, ribatt.
Lo avevo capito perfettamente.
Comunque  tutta roba sua. Io ho bisogno soltanto di un
com. Nient'altro. Ci tengo le scarpe. E anche il soprabito. Il
vestito. Quindi, se i miei abiti sembrano un po' stazzonati,
ora capisci perch.
Io gettai una rapida occhiata al suo soprabito. Non pareva
affatto stazzonato. A me quella donna sembrava perfetta.
Aveva accostato i piedi in un modo talmente ordinato che
sembravano due scarpine vuote posate accanto a un letto. I
suoi capelli erano pi scuri dei miei, ma li distinguevo da come
cadevano lisci.
Lui per s ha tre com e un ripostiglio, disse ancora lei.
Mi ha offerto un altro com, ma io gli dico che non ne ho bisogno.
Io annuii. Mi sembrava giusto.
Si pu credere che una cosa del genere capita a una come
me? Pensa a tutto quello che avevo prima ! La mia vita  cambiata.
Lui dice: "Devi farti un altro vestito, santo cielo, non
sei pi una profuga". Ma io il posto per un altro vestito non ce
l'ho, gli rispondo. Gli permetto di offrirmi soltanto cose che
non occupano spazio. Pasti al ristorante e gite in posti con un
bel panorama. Mi piace viaggiare. E a te?
Sbattei gli occhi.
Penserai che sono... matta, disse.
Matta? Perch?
Penserai che ormai dovrei essere stufa di viaggiare.
Secondo me viaggiare dev'essere divertente, risposi.
Divertente, mi fece eco lei.
E per un po' rimanemmo l con lo sguardo basso.
Sei stata la prima, riprese finalmente lei. Poi la bambina
si  ammalata, non so di che cosa. E Anna ha detto: "Io non
vado pi avanti". Devi, ormai ci resta pochissima strada da fare,
le ho ribattuto io. In realt non avevo la minima idea di
quanta ce ne fosse ancora. Erano giorni che camminavamo,
non so. Forse mesi. Avevamo le piante dei piedi piene di sangue.
Mangiavamo erbe. Quando sentivamo un rumore e ci
nascondevamo, non avevo pi paura. Che cosa importava?
Anna invece ce l'aveva. Un giorno mi sono guardata attorno e
lei non c'era pi. Forse se n'era andata da un pezzo. Non mi
rimaneva pi niente. Soltanto il vestito che avevo addosso.
Allora mi sono messa a viaggiare tanto per farlo, mettendo
avanti prima un piede e poi l'altro. Prima questo, poi quello.
Devo dire che non pensavo pi a te. Per niente.
Benissimo, commentai.
Capisci, ero cos concentrata su questo fatto di mettere
avanti prima un piede e poi l'altro. Mi dicevo: "Non ho niente".
Mi piaceva. Ero contenta. Lo sapevi?
Scossi la testa.
Lei si volt, cos di scatto che mi spaventai, prendendomi
la faccia tra le mani e attirandomi a lei. Non mi ero resa conto
di quanto tremasse. Di', riprese. Mi perdoni?
Certo, risposi.
Lasci ricadere le mani e si allung all'indietro.
Finch disse: Bene! Ora sorrideva. Si tir a sedere, lisci
all'indietro i capelli. Dobbiamo trovarti qualcosa da fare,
continu. Ti annoi, vero? Vediamo un po' se quello l ha
qualcosa di interessante.
E prese ad aggirarsi per la roulotte, raccattando oggetti.
Forbici. Carta, disse, disponendoli su un tavolino. Colori.
No, non  possibile che ne abbia.
Pure si mise ugualmente a cercarne, aprendo e sbattendo
sportelli nella zona buia della roulotte. No. No. Dovremo
usare le matite, disse. Quest'uomo  poco fornito. E torn
con due matite smozzicate, porgendomene una. Adesso facciamo
un po' di bambole di carta, mi disse.  una cosa che
ti piace fare.
S, convenni, senza chiedermi come facesse a saperlo.
Tagliai una serie di bambole in diverse strisce, come mi era
stato insegnato a fare all'asilo, file di bambine dal vestito
triangolare, che si tengono per mano. Lei le sue invece le faceva
a una a una, tutte diverse. Prima un uomo, poi una ragazza,
poi una vecchia dalle caviglie sottili. Le fattezze le disegnava
con la matita. Le vestiva nel modo pi semplice, soltanto
qualche tratto di matita qua e l per far intuire una manica,
un orlo. A mano a mano che ne finiva una la posava accanto
alle altre sul tavolino, tante gambe bianche di carta tutte
in marcia nella stessa direzione. Sembrava quasi che stessimo
salutando delle persone che se ne andavano. Ma non sapevo
che significato avesse tutto ci.
Finch la porta si spalanc di botto, lasciando irrompere
un omone biondo con addosso un giubbotto di pelle nera.
Quel maledetto Bobby Joe, disse. Che ora ? Gli ho detto:
"Bobby Joe", gli faccio...
E si ferm di botto. Mi guard. La donna continu a dedicarsi
al suo lavoro. Be', che cosa dia...
L'unico rumore che si sentiva era il freddo mordere metallico
delle forbici.
Oh, Ges, riprese l'uomo. E si fece passare una mano sul
viso, quasi stesse tirando via delle ragnatele. Sei la bambina,
disse.
Eh?
Non sei tu? Sei la bambina che tutti stanno cercando.
E torn a rivolgersi alla donna. Ges, ripet.
Lei continu a tagliuzzare. Nella curva delle sue palpebre
lessi la verit: non aveva nessuna intenzione di salvarmi. Avvertiva
di essere in qualche modo in torto. Era come certi
bambini che quando un adulto li rimprovera diventano sordi
e ostinatamente muti. Toccava a me fare qualcosa.
Abito qui, dissi.
Lui si lasci sfuggire un grugnito, tenendo lo sguardo fisso
sulla finestra buia, quasi vi vedesse qualcosa pi importante.
 vero! Abito qui. Lei  la mia vera madre. E io sono la
sua vera figlia.
Avevi un soprabito? mi chiese lui.
Io abbassai lo sguardo a darmi un'occhiata. No.
Ges. Su, vieni.
Se la donna avesse detto una sola parola, se avesse teso una
mano, o mi avesse rivolto un solo sguardo, mi sarei ribellata.
Ma lei se ne rimase l concentrata sui riccioli di una bimba di
carta. Quando quello mi prese per il braccio, me ne andai in
silenzio.
Procedemmo in un buio pi pesto di quanto pensassi, verso
una chiazza di luci rosse e azzurre. Adesso la via principale
della fiera era popolata da una folla completamente nuova e
invasa da una musica pi forte, ma lui mi faceva camminare
in fretta, per cui non ebbi tempo di stare a guardare. Andammo
in un ufficio situato in una baracca Quonset. (Mentre
pensavo che ci saremmo diretti verso i Prodotti Agricoli.) In
una stanzetta fredda che puzzava di sigaro c'erano i miei genitori,
seduti davanti a una scrivania dove un tale era intento
a parlare al telefono. Non appena mi vide, mio padre balz in
piedi. La bocca di mia madre si spalanc di botto verso il basso.
Tese le mani. Aveva il viso madido di lacrime. Andai a baciarla,
ma con la mente fissa sulla seggiola. Una seggiola di legno,
da scrivania. L'avrebbe retta? O mia madre sarebbe finita
inzeppata fra i due grandi braccioli incurvati quando
avrebbe tentato di alzarsi per andarsene? A ripensare adesso
a quell'incontro, l'unica cosa che mi ricordo con chiarezza  il
momento in cui mia madre spost il suo peso, ruotando su
quelle quattro gambette a stecco, chiamando a raccolta le forze
e alzandosi. Da rimanere senza fiato. Ma fu libera, finalmente
- libera! - e pot accostarsi a passi incerti a mio padre
per chiedergli il suo fazzoletto.
Tornai a casa nel furgone, sul sedile viscido, in mezzo ai
miei genitori. Mia madre continuava ad accarezzarmi i capelli,
parlando ininterrottamente e perdendo di quando in quando
il filo. Vedi, prima abbiamo pensato che tu fossi... e a
quelli l non importava un bel niente, voglio dire, alla gente
non importa nulla, ti pare? "Senta, agitarsi non  mai servito a
niente", continuavano a dire. "Agitarmi?" dicevo io. 'Ma 
stata rapita! E voi mi dite di non agitarmi?'.
Ma io non ascoltavo. Non con tutte e due le orecchie, almeno.
Un pensiero mi si formava nella mente. Un progetto.
Un quadro del mio futuro. Come potevo sapere che questo
quadro mi avrebbe poi accompagnata per sempre, senza mai
scomparire, ossessionandomi anche quando fui cresciuta,
sposata e presumibilmente sensata, occupando tutte le mie
notti insonni e ogni momento libero, giorno dopo giorno, tutta
la vita?
In questo quadro cammino per una strada polverosa che
percorro da mesi. Il cielo  di un grigiore intenso, quasi nero.
L'atmosfera  verdastra. Di quando in quando arriva il soffio
di un vento caldo e bagnato. Con me non ho nulla, non un
boccone da mangiare, non un cambio di abiti. Le piante dei
piedi mi fanno male, i capelli sono lunghi e radi, il mio corpo
 pelle e ossa. Non si vede una casa, n alcun punto di riferimento,
nessun segno di vita. Anche se di quando in quando
ho l'impressione che ci sia altra gente, anonima, che procede
nella stessa direzione.
 dal 16 ottobre del '48 che cerco di liberarmi di tutti gli
oggetti che potrebbero appesantirmi durante una lunga marcia.
Allora volevo bene a una bambola di lana grigia, un tempo
azzurra, con la faccia in plastica. Bambola Addormentata
si chiamava, perch aveva gli occhi perennemente chiusi, due
ciglia dipinte in forma di mezzaluna. Avevo in mente di portarla
con me, ma poi crescendo ho rinunciato all'idea. Pi tardi
decisi che avrei preso con me il braccialetto portafortuna,
con la sua minuscola clessidra d'argento contenente un po' di
sabbia vera, ma and perso durante una gita scolastica a Washington.
In un certo senso ne fui sollevata. Sarebbe stato
soltanto un peso.
Ho alle spalle una vita tutta spesa a gettare via ingombri, a
ridurre tutto all'essenziale, a spogliarmi per il viaggio. Possedere
qualcosa mi riempiva di ansia. Quando Saul mi ha consegnato
l'anello di fidanzamento, mi sono preoccupata per mesi.
Come fare per nasconderlo? Perch avrei senza dubbio dovuto
portarlo con me. Avrei potuto venderlo per procurarmi
da mangiare. Ma non avrebbe attirato i banditi, una volta che
mi fossi trovata a dormire sul bordo della strada? Nella fretta
avrebbero potuto finire con il tagliarmi via il dito, e io non
avevo con me il pronto soccorso. Fui dunque contenta quando,
venuto un momento difficile, ci tocc rivenderlo alla
gioielleria Arkin.
Anche un marito  un ingombro. Mi  capitato spesso di
pensarlo. E i figli ancora di pi. (Per non parlare di tutto ci
di cui hanno bisogno: golf, cerotti, animaletti di pezza, vitamine.)
Come avevo fatto a finire con tutta quella roba, dopo
averne buttata via tanta? I miei figli li guardavo con lo stesso
miscuglio di amore e risentimento che provavo un tempo per
la mia Bambola Addormentata. Mi sarebbe piaciuto spogliarmi
anche delle persone. Quando perdevo un'amica ero contenta.
L'unica cosa importante che io possieda da quando sono
diventata adulta  un paio di ottime scarpe per camminare.
Nessuno sapeva naturalmente nulla di questo mio viaggio,
ma capitava spesso che, quando ci pensavo, mia madre si lamentasse
che il mio sguardo si era fatto assente. Non ti capisco,
diceva. Perch ti viene quell'espressione? Sembra che
tu abbia ripiegato la faccia su se stessa, Charlotte. Che cos'
successo? Prima non eri cos. Da quella volta, invece, mah,
non so...
Dalla volta del mio rapimento, intendeva dire. Solo che
non lo chiamava cos. Mi faceva confondere. Certe volte diceva
che ero andata in giro per la strada principale della fiera
per il mio spirito di contraddizione. Altre volte invece diceva
che erano stati quelli della fiera a farmi perdere, per cattiveria.
Finch non capii pi niente: che cos'era successo? Che
cosa aveva significato tutto ci?
Mi avevano rapito, ne ero quasi certa, eppure quando cercavo di ricordarmi non mi sentivo pi cos sicura di chi fosse stato. Ero stata rapita e sistemata sul tavolo di una sala da pranzo, imprigionata in un vestito di organza. Piazzata su un trono dorato ma scheggiato. Spinta attraverso tutto un campo da un uomo che aveva addosso un giubbotto di pelle. Ficcata di furia su un furgone da una grassona che non la smetteva mai di blaterare: Non ho mai avuto tanta paura in vita mia. Credevo che ti avessimo perduto per sempre. La nostra sola, unica, amata figlia. Ho pensato: "Come faremo..." Ho creduto che fossi morta, soffocata, magari, o strangolata. Sei cos magra che non ci sarebbe voluto molto per... Eri magra anche da piccola, tanto che temevo per te giorno e notte. Magra come uno stecco. Come un filo di ferro. Quando ti ho vista all'ospedale ho detto: "Com' magra!" Avevi questi capelli scuri drittissimi. Cos tanti capelli sulla testa di una neonata non li avevo mai visti. E avevi sulla fronte un segno del forcipe, che non  andato via fino a quando hai avuto due anni.
Ricordi, Murray? "Che cosa sarebbe quel segno?" ho chiesto.
"Per la mia bambina non  servito il forcipe.  venuta fuori come niente. Me l'ha detto il dottore in persona." Ma perch non rispondono mai alle domande? Oh!
E si era lasciata ricadere le mani in grembo. Mio padre aveva sospirato. Entrambi avevano fissato lo sguardo nel buio, al di l del parabrezza, mentre il furgone procedeva sferragliando,
portandomi via, rubandomi.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Arrivammo a una tipica stazione di servizio di citt, tutta luci
fluorescenti, ragazzotto sudicio in blue jeans che pompa benzina,
pastore tedesco dietro la vetrina. Jake Simms si mise a
camminare lentamente, continuando a occhieggiarla, non capivo
perch. Finch disse: Questa va benissimo. E tagli
per il cemento, spingendomi davanti a s. Io devo fare un
salto al cesso, disse. E devo fare anche qualche altra cosa.
Vada a chiedere le chiavi al ragazzo.
Che cosa?
Chiavi. Le chiavi. Gli chieda le chiavi del cesso.
Obbedii. Il ragazzo, che in quel momento stava lavando un
parabrezza, per darmi retta dovette interrompersi, come se
non fosse capace di fare pi di una cosa per volta. La sua zazzera
biondastra arruffata si gir verso di me. Aveva le nocche
luride e callose. Vorrei la chiave, gli dissi.
Le chiavi, mi sibil dietro Jake.
Tutt'e due. Una anche per lui.
Il ragazzo mise da parte il cencio e affond una mano nei
jeans, talmente stretti che dovette trattenere il fiato per riuscire
a farla penetrare nella tasca. Una delle due chiavi era attaccata
a un'enorme rondella metallica, l'altra a un dischetto
di legno. Non dimenticatevi di rendermele, disse poi.
Sta' tranquillo, replic Jake.
Girammo attorno alla costruzione per raggiungere le toilette,
che avevano le porte chiuse con tanto di catena e lucchetto.
Aperta quella contrassegnata con la scritta signore, Jake
mi spinse dentro. Non capivo bene che cosa stesse succedendo.
Eravamo al capolinea? Aveva finalmente deciso di piantarmi
in asso? Finch disse: Non se ne vada, chiudendomi
la porta sul muso. Sentii la chiave girare, poi il rumore dei
suoi passi che andava affievolendosi. Per parecchio tempo dopo
che se ne fu andato la catena continu a dondolare sbatacchiando
contro la porta, come se qualcuno continuasse interminabilmente
a tirarle addosso una manciata di biglie.
Insomma, non c' dubbio che ero contenta di vedere l'interno
di un gabinetto. Feci cinque litri di pip, mi lavai le mani,
mi guardai la faccia nello specchio pieno di chiazze. I capelli
erano un po' arruffati, ma per il resto avevo l'aspetto di
sempre. Evidentemente sono cose che non lasciano il segno
che si penserebbe.
Ma poi, sollevato lo sguardo, vidi quanto fosse scuro e basso
il soffitto, e per di pi pieno di una selva penzolante di ragnatele...
Alla faccia dello spazio ristretto! Un'unica finestrella
lass in alto, nella parete a blocchi di calcestruzzo, rete
metallica e vetro smerigliato, parzialmente aperta in verticale.
Mi inerpicai sul sedile del cesso. Stando in punta di piedi
riuscii a premere la faccia contro la finestrella, vedendo il poco
che c'era da vedere: una striscia di buio e i tetti luccicanti
di alcune macchine lasciate l per qualche riparazione. Non
un solo essere umano, nessuno che potesse tirarmi fuori di l.
Chiunque sarebbe stato il benvenuto, persino Jake Simms.
Stavo per mettermi a battere sul finestrino come se fosse la
grata di un carcere, gridando il suo nome. Finch lo vidi. A
poco a poco lo riconobbi in una figura china accanto a una
delle auto parcheggiate. Raddrizzatosi, si avvi verso di me.
Saltai gi e mi appesi la borsetta alla spalla. Quando apr la
porta ero l in piedi, che pi calma non si pu. Non lasciai assolutamente
intendere quanto fossi agitata prima.
Di qua, disse.
E mi guid nel buio, verso il gruppo di auto che avevo visto
dalla finestra. Una era lunga, con il tetto che faceva una gobba:
non la osservai con molta attenzione. Sul lato destro le
maniglie della portiera anteriore e di quella posteriore erano
tenute legate insieme da una catena chiusa con un lucchetto.
Ci tocc dunque fare lo slalom tra le auto per arrivare al lato
sinistro. Jake apr la portiera e mi spinse sul sedile. Passi di
l, mi ordin.
Lo guardai.
Non cerchi di fare scherzi. L'ho bloccata con la catena del
cesso degli uomini.
Mi feci scivolare sull'altro sedile. Anche le auto sono spazi
ristretti, persino quando non hanno le portiere chiuse con un
lucchetto. Quella l poi, mi venne fatto di pensare, con i suoi
coprisedili di pelo pieni di polvere e i suoi finestrini a occhio a
mandorla sarebbe stata capace di far soffocare una persona.
Niente poggiatesta. Dallo specchietto retrovisore pendevano
un paio di gigantesche tessere di domino in pelo. Che razza
di auto sarebbe? chiesi.
Chi chiede l'elemosina non pu essere schizzinoso, replic
lui. Non ce n'era un'altra con le chiavi nel cruscotto.
Quindi, sistematosi nel sedile di guida, chiuse la portiera
con grandissima cautela, in modo che quando la serratura
scatt produsse soltanto un lieve clic. Al che si lasci sfuggire
uno sboffo, rimanendo seduto immobile per un attimo.
Adesso il problema  vedere se va o no, mi disse.
Sentii il fruscio del nylon, una chiave che girava. Il motore
part con un rumore riluttante. Jake innest la marcia indietro
e io vidi l'auto davanti a noi scorrere via. Mentre io, non
essendo capace di guidare, partivo con la faccia in avanti. Per
cui fu un vero colpo quando andammo a sbattere contro qualcosa.
Torsi il collo, ma non riuscii a vedere che cosa fosse.
Una buca per le lettere, a giudicare dal rumore. Qualcosa che
faceva rumore di ferraglia. Oh, cacchio! esclam Jake, innestando
la marcia e infilando la strada con un ruggito del
motore. Neppure stavolta qualcuno ci insegu. O comunque,
per quanto fossi ancora girata a guardarmi alle spalle, non vidi
nessuno.
Sa, non volevo frenare, disse Jake. Non volevo che si
accendessero i fari rossi di dietro.
Ma a quel punto, visto che l'avevamo fatta franca e ci eravamo
mescolati al comune traffico della sera, accese i fari e si
mise comodo sul sedile. Non potevo crederci. Era tutto l?
Una cosa cos semplice? Be'. Mio Dio, dissi. Non avrei
mai immaginato che essere un criminale potesse essere cos
facile.
Lui mi gett un'occhiata di sguincio. Che cosa? chiese.
Essere cosa?
Non risposi (non volevo procurarmi guai). Procedemmo
per un po'. Svoltammo a destra. Oltrepassammo una fila di
persone ferme davanti a un ristorante. Finch: Ah, esclam.
Ci scommetto che secondo lei sono una specie di criminale.
Eh?
Ehm...
Penser che sono un balordo, o roba del genere.
Decisi che era meglio non accennare alla rapina in banca.
Mi lisciai la gonna sulle ginocchia e mi sistemai la borsetta in
grembo. Svoltammo a sinistra. Le case cominciarono a diradarsi.
 cos che la pensa? insistette.
Io non so che cosa lei sia, e non mi interessa, risposi.
Si ferm a un semaforo. Si stava mordendo il labbro inferiore.
Poco da meravigliarsi che fosse cos screpolato. Quando
il semaforo divent verde, l'auto part di scatto, come se
di punto in bianco le fosse venuto in mente qualcosa. I pneumatici
fischiarono, i domino si misero a ballare come impazziti.
Sa, io corro nelle gare di demolizione, disse Jake.
Pensavo che fosse una battuta sul modo in cui guidava, ma
la sua espressione rimase seria. Ne faccio un sacco, qui attorno,
riprese. Hagerstow, Potomac... Nel Maryland ne fanno
dappertutto.
Dappertutto fanno... gare di demolizione?
L'anno scorso ne ho vinte tre. Ma in genere vado molto
meglio.
Oh bella, io pensavo che le gare di demolizione fossero
una cosa che si fa soltanto durante i weekend. Mentre lei ci si
guadagna da vivere?
Quello che faccio io riguarda soltanto me, ribatt lui.
Voglio dire...
Se mi capita di averne bisogno, magari lavoro qualche
giorno da un carrozziere, o roba del genere, ma in realt non
mi piace fare nient'altro che queste gare. Per le demolizioni
vado letteralmente pazzo, mi creda. Mi piace pi che mangiare.
Non potrei mai adattarmi a una vita comoda, in pantofole,
senza poter tagliare la corda da casa, moglie, pesciolino rosso...
A me piace mettere le mani, non so, su una bella Ford di
struttura robusta, del '62, '63 o roba del genere, e stirare tutte
le altre. Spiaccicarla per terra.  la pi bella sensazione che
io conosca.
Quindi sterz per evitare la carcassa di un animale, senza
nemmeno sognarsi di toccare i freni.
Scommetto che secondo lei ero una specie di criminale,
continu.
Be'...
Vuole sapere la verit?
Rimasi in attesa. Lui mi scocc un'occhiata e poi altrettanto
di scatto torn a guardare davanti a s. Al buio la sua
espressione era difficile da interpretare. Il guaio  che sono
una vittima dell'impulso, disse.
Di che cosa?
Impulso.
Ah.
Me l'ha detto un mio amico, continu. Un certo Oliver.
Oliver Jamison. Un tipo in gambissima. Siamo diventati amiconi
quando eravamo ragazzi, in riformatorio. Pensi un po', a
lui non importava niente. Se lo mettevano in gabbia, be', lui
tirava fuori un libro e via che si metteva a leggere. Era fatto
cos. Io, invece, se mi mettono dentro posso anche dar fuori
di matto. Dico sul serio. Faccio tutto quello che c' da fare
per tagliare la corda. Quel riformatorio, per esempio. Mi sono
scassato una caviglia per saltare gi dalla finestra del cappellano.
E con quella caviglia scassata sono arrivato di corsa
fino ai boschi. Che poi mi restava da fare soltanto un mese. 
stato allora che questo Oliver ha detto la sua. Quando mi
hanno riportato dentro, lui mi fa: "Jake"", fa, "tu sei vittima
dell'impulso".  una cosa che mi  restata in testa. "Sei vittima
dell'impulso", mi fa.
Svolt su una autostrada, una robetta a due corsie che portava
lontano dalla citt. Il motore esplose una specie di ringhio.
 a quelli che hanno il potere che non importa niente
delle galere, continu Jake. Insomma, questo Oliver era un
tipo piuttosto sveglio. Mi piaceva. Io lo chiamavo O.J., come
le sue iniziali. Gli piaceva far saltare per aria la roba. Cosette
da bambini, voglio dire. Bombe nelle buche delle lettere. Le
faceva lui a mano. Accidenti se era in gamba. Quando hanno
visto i danni, questa industria chimica gli ha offerto una borsa
di studio, ma lui non l'ha mica voluta. Be', io lo capisco.
Buche delle lettere,  una bella soddisfazione. Invece, che gusto
c' a lavorare per un'industria chimica?
Un'auto che ci veniva incontro fece lampeggiare i fari, senza
dubbio per chiedere a Jake di abbassare gli abbaglianti, ma
lui parve non accorgersene nemmeno.
Per io gli ho risposto: "Be', anche le circostanze hanno il
loro peso. Non  tutto impulso", gli ho detto. Voglio dire,
prendiamo questo pomeriggio, per esempio. Torniamo indietro
un po'. Incidenti, cattiva scelta di tempo, un idiota che tira
fuori il cannone... non so se mi spiego. Non ho fortuna.
Non capisco come possa dire una cosa del genere, replicai.
Eh?
Se per esempio questa macchina non fosse partita? L,
nella stazione di servizio. Si ricordi che era l in riparazione.
Se non fosse partita, dopo che lei era andato l a incatenare...
e se non ci fosse stata la chiave? Ci sono un sacco di posti dove
stanno pi attenti e le chiavi le tengono nel registratore di
cassa, o roba del genere. E se il ragazzo fosse stato fuori?
Eh?
Be', da una parte o dall'altra una macchina me la sarei
procurata, disse lui.
Ma...
Per esempio, si pu ricorrere a una buca delle lettere con
lo strozzo. Mai sentito? Buca delle lettere con lo strozzo. Si
blocca la fessura in modo che la lettera non cada dentro come
si deve. Arriva uno in macchina, cerca di ficcare dentro la lettera,
smonta per vedere che cosa c' che non va. E naturalmente
lascia la chiave dentro, con il motore acceso, la portiera
spalancata. Basta saltare su e via. Semplice, no?
Ma quello capirebbe subito tutto, ribattei. Potrebbe esserle
dietro in un attimo.
Esatto! esclam lui. E fece schioccare le dita. Lei ha capito
al volo. Infatti, se avessi altre vie d'uscita,  un sistema
che non userei mai.
Giusto, commentai, dopo di che mi venne in mente di
che cosa stavamo parlando. S, per quello che intendo dire
 che non pu considerarsi sfortunato, visto come le  andato
tutto liscio.
Lui si volt. Avvertii il suo sguardo fisso su di me. Fortunato?
Ah s? Secondo lei sarei fortunato? Dopo che un fesso
salta fuori che  armato, e che una telecamera si mette a girare,
e che uno si trova tra le mani questa tipa che neanche andare
a cercarla dallo stracciaio, secondo lei questa sarebbe fortuna?
Be'...
Le circostanze lavorano contro di me, continu lui. Come
ho detto a Oliver. Non sono certamente io che preparo le
cose in questo modo. Gli eventi mi scappano di mano. Ma
lui, ah che figlio di buona donna. Un fenomeno. "A te  scappata
di mano tutta la vita", mi fa. "Tutta la vita." Figlio di
buona donna.
Quando ci fermammo, non so che ora fosse. Circa le dieci,
forse. Avevamo viaggiato immersi in quel buio fondo, tipico
della campagna, che fa sentire insignificanti. La strada era
sconquassata e con un iradiddio di curve, incroci, stop... La
testa continuava a ciondolarmi per il sonno, ma ogni scossone
tornava a farmi riaffiorare alla superficie della coscienza, per
cui non avevo mai veramente perso la nozione di dove mi trovassi.
Cos che quando ci fermammo fui sveglia in un attimo,
all'erta. Che cosa succede? chiesi.
Questo dannato motore ci ha piantato in asso.
Quindi accese la luce interna, che mi costrinse a strizzare
gli occhi. Lo sapevo fin dall'inizio che sarebbe capitato qualcosa
del genere, mi disse.
Magari  finita la benzina.
Lui si mise a scrutare l'indicatore. Gli diede un colpetto.
 cos?
Capii che era cos. Lui non mi guardava. Dopo essere
smontato, disse: Si metta al volante, che la spingo sul bordo
della strada.
Ma io non sono capace di guidare, replicai.
Che cosa c'entra guidare. Si metta al volante e basta. Non
le chiedo altro. Su, si dia una mossa.
E chiuse la portiera con uno schianto. Io mi spostai. Un secondo
dopo sentii il suo peso contro il posteriore dell'auto,
che la faceva avanzare di pochi centimetri per volta. Io cercai
di usare il volante meglio che potevo, ma con la luce interna
accesa non era facile vedere un granch. La diressi mentre
avanzava di qualche metro sulla strada, chiedendomi che cos'avrei
fatto se il motore si fosse messo di punto in bianco a
rombare, partendo. Libert! L'avrei piantato l, dirigendomi
verso l'autostrada pi vicina. Se non fosse che davvero non
avevo neanche la minima idea di come si fa a guidare. Sapevo
soltanto vagamente dove fosse il pedale del freno. Quindi
sterzai sulla destra, finalmente, verso una striscia di terra battuta
talmente stretta che alcuni cespugli ruvidi di imprecisata
natura graffiarono il fianco della carrozzeria. Sentii Jake
sbraitare. L'auto si ferm. Lui arriv e apr la portiera, esclamando:
C'era proprio bisogno di farla andare a finire in
mezzo al bosco?
Be', gliel'ho detto che non sono capace di guidare.
Lui sospir. Quindi allung una mano a spegnere i fari. Poi
disse: Vabbe'. Andiamo.
Adesso che cosa facciamo?
Torniamo a quella stazione di servizio davanti a cui siamo
passati un po' di tempo fa.
Io potrei magari restare qui seduta ad aspettarla.
Ma va'!
Smontai. Sentivo le gambe rigide. Mi sembrava che le scarpe
si fossero indurite assumendo una forma che non mi andava
bene.  lontana? chiesi.
Non tanto.
Visto che non arrivava nessuna auto n da una direzione n
dall'altra, ci avviammo esattamente al centro della carreggiata.
Lui era tornato a impadronirsi del mio braccio nella medesima
posizione di prima. Aveva una mano piccola e forte.
Senta, dissi, non potrebbe lasciarmi camminare per conto
mio? Dove vuole che scappi?
Lui non rispose. E neppure moll la presa.
Nell'aria si sentiva un odore di umidit, come se ci fosse la
possibilit che piovesse. La temperatura era pi alta di quella
cui ero abituata. Se non altro non mi sentivo pi piena di brividi.
Dal poco che potevo vedere dedussi che stavamo viaggiando
in una zona agricola. A un certo punto passammo davanti
a un fienile, poi a un capannone da cui si sentiva arrivare
un chiocciare di polli. Dove diavolo siamo? chiesi.
Come faccio a saperlo? In Virginia, chiss dove.
Mi fanno male i piedi.
Che scemata sarebbe che non sa guidare la macchina?
chiese lui, come se fosse da ci che dipendevano tutti i nostri
guai.  la stupidata pi grossa che abbia mai sentito.
Che cosa ci sarebbe di stupido? ribattei. Ci sono persone
che guidano e altre no. E si d il caso che io sia una di queste
ultime.
Sono soltanto le teste di rapa che non sanno guidare, replic
lui. Almeno cos la penso io. E si pul la faccia con la
manica. Continuammo a camminare. Superammo una curva
che aveva fatto nascere in me qualche speranza, ma dall'altra
parte non trovammo che un buio ancora pi fitto.
Mi pareva avesse detto che non  lontana, dissi.
Infatti.
Mi sento i piedi come se volessero cascarmi via.
Rimanga in linea, che siamo da lei in un lampo.
Mi fanno male dalla punta delle dita fino alla rotula.
Vuole darci un taglio? Cavolo, quel tipo l poteva anche
farlo il pieno, una volta tanto.
Forse non sapeva per quanto tempo gliel'avrebbe rubata,
dissi.
Stiamo calmini, signora mia, mi rimbecc lui.
Decisi di stare calmina.
Al di l della curva successiva ecco la stazione di rifornimento,
se la si vuole chiamare cos: un'insegna che mandava
una luce fioca, due pompe e una baracca sbilenca. Non appena
l'avvistammo, Jake mi lasci andare il braccio. Adesso
faccia bene attenzione, disse. Lei va l e chiede a quel tipo
una tanica di benzina. Ricevuto?
Come sarebbe questa storia che se c' qualcosa da chiedere
devo sempre farlo io?
Un oggetto pungente mi si piant nel posteriore: la pistola.
Oh, Signore, quella pistola con cui pensavo l'avessimo ormai
fatta finita e che mi era uscita di mente come se non fosse mai
esistita. Nero mozzicone puntuto in mano a una vittima dell'impulso.
Attraversai la strada e salii i gradini di calcestruzzo,
con Jake alle calcagna. Aprii la porta girevole di legno. Per
un attimo non vidi altro che una piramide di lattine di Penn-Zoil,
uno scolorito calendario illustrato con ragazze in costume
da bagno di lastex - un pezzo solo -, e alcune pile di cataloghi
di ricambi, a fogli sciolti. Poi scoprii un vecchio in una
poltrona di vimini. Stava guardando la televisione con il volume
spento, 'sera, disse, senza voltarsi.
Buonasera.
Vi serve qualcosa, brava gente?
Be', la nostra auto  rimasta senza benzina e... abbiamo
bisogno di una tanica di...
Bene, benissimo, disse lui, continuando a guardare la TV.
Stavano trasmettendo uno spot, qualcuno che teneva alta una
bottiglia godendosela un sacco in silenzio. Dopo di che comparve
un annunciatore dietro a una scrivania spoglia, dall'aspetto
fasullo, al che il vecchio si alz, con un sospiro. Un bidone,
disse. Bidone. E si mise a frugare dietro una pila di
pneumatici ammassati in un angolo, senza tuttavia ricavarne
niente. Aspettate un momento, disse ancora, e usc. Non
appena se ne fu andato, Jake mi spinse all'interno del locale,
chinandosi per alzare il volume del televisore, ...senza che se
ne possa prevedere la conclusione, disse l'annunciatore, anche
se secondo gli esperti verso la met dell'estate potrebbe
verificarsi...
Jake fece scorrere alcuni canali, passando per una donna
che si faceva lo shampoo, un uomo impegnato in un discorso
e un secondo che giocava a golf. Finch arriv a un altro annunciatore,
diafano e sfarfallante. Si prevede che quest'estate
il traffico sul Bay Bridge raggiunger un livello record,
disse, con una voce che sembrava arrivare da lontano. Jake alz
il volume. La voce si fece pi forte, ma non pi chiara. Resosene
conto, l'annunciatore raccolse tristemente le proprie
carte. A quel punto per ecco comparire sullo schermo una
fotografia di Jake e me, che arretriamo davanti alla telecamera.
Nonostante lo sfarfallio, i nostri volti adesso apparivano
pi chiari. Entro la prossima settimana si sarebbe stati in grado
di contarci le ciglia pelo per pelo, se non addirittura di leggerci
nel pensiero. Ma questa volta la nostra permanenza sullo schermo fu molto pi breve, stroncata sul nascere. Fummo
sostituiti da mio marito, una specie di enorme attaccapanni,
curvo, cavernoso e con un'aria spiritata, come sempre, seduto
sul nostro divano a fiori. Il caso della rapina in banca a Clarion,
disse l'annunciatore, non  ancora stato risolto. La
polizia nutre qualche preoccupazione per la donna trattenuta
in ostaggio, che  stata identificata in Charlotte Emory.
Mio marito scomparve, sostituito da una fotografia tremolante
di me da sola, ripresa da mio padre il giorno del diploma
alle superiori: come ero negli anni '50, capelli laccati, sciarpa
da cowgirl e sorriso fosco, insolente. Poi ricomparve Saul. E
l'annunciatore continu: Il nostro Gary Schneider questa
mattina ha intervistato il marito della signora per la rubrica
Spigoliamo le notizie.
Gary Schneider, fuori campo, chiese qualcosa che non afferrai.
Saul smise di fare schioccare le giunture delle dita per
rispondere: S, certo che sono preoccupato, tuttavia confido
che ci verr restituita. Secondo la polizia il bandito dovrebbe
trovarsi ancora in zona.
Aveva una voce sorda. Sembrava che non credesse a ci
che diceva.
Ha qualcosa da dichiarare, continu Gary Schneider, in
merito a quanto affermato dalla testimone oculare che li ha
visti all'esterno della banca, secondo cui si sarebbe detto che
stessero scappando insieme? Ritiene che potrebbe essere stato
un gesto volontario da parte di sua moglie?
 ridicolo, rispose Saul, raddrizzandosi lentamente fino
ad assumere un aspetto torreggiante, minaccioso, che fece
prorompere Gary Schneider in un: Ah, be', ehm...
Charlotte non farebbe mai una cosa del genere.  una
donna a posto, veramente, se non fosse... comunque so benissimo
che non mi lascerebbe mai.
Si sent un rumore metallico. Jake si volt di scatto. Ecco l
il vecchio, con la tanica di benzina, che scuoteva il capo in direzione
del televisore. Quanto tempo  che la guarda? chiese
Jake, con un'aria talmente feroce da non lasciare dubbi.
Ma quello si limit a sorridere.
Be', qui nella valle sono stato uno dei primi a comperarla,
rispose. Questa  la terza. Le altre due le ho ridotte all'osso.
E a dire il vero avrei anche cominciato a fare un pensierino
al colore, se non fosse che ho paura dei raggi cancerogeni.
Ah, gi, tergivers Jake.
Quindi gli pag benzina e tanica. Il vecchio replic che si
fidava che gliel'avremmo riportato, ma lui replic: Non  il
caso di fidarsi troppo, porgendogli i soldi, prendendo il bidone
e spingendomi fuori dalla porta. Quando ce ne andammo,
il vecchio era gi chino sul televisore, tutto preso nella ricerca
del suo canale preferito. Mi aveva detto che suo marito
aveva intenzione di lasciarlo.
Infatti.
E allora perch lui ha detto quelle cose? Lei ha mentito.
Era lui che mentiva, replicai. Non so perch lo abbia
detto. Non soltanto avevo in mente di lasciarlo, ma l'ho gi
fatto, e lui lo sa. Nel '60. E gli ho detto che l'avrei rifatto, nel
'68, oltre che un sacco di altre volte, anche se non sapevo con
esattezza quando...
Cacchio, avrei dovuto saperlo, esclam Jake.
Cio?
Ma lui non rispose. Continuammo a camminare, con i piedi
che strambavano leggermente sulle rughe dell'autostrada.
L'aria adesso era pi pungente, aveva cominciato a cadere
una pioggerellina sottile e gelata.
Oh, come mi sarebbe piaciuto dire la mia a quel Saul. Faceva
sempre cos. Sempre l a dire: Sono certo che non mi lascerai,
Charlotte. Mi sarebbe piaciuto che mi vedesse in
quel momento. Mandargli una cartolina. "Me la spasso un
mondo, finalmente lontana. Un abbraccio a tutti." Dalla Florida,
dalle Bahamas, dalla Riviera.
Finch misi il piede in una specie di pozzanghera. L'acqua
fredda arriv a inzaccherarmi fino alle ginocchia, le scarpe si
misero a colare come se fossero di carta. Superata un'ultima
curva, ecco l l'auto. Massa tenebrosa appiattata nel buio, sbilenca
sul bordo della strada come uno storpio. Quando la raggiungemmo
Jake apr la portiera, infilando un braccio all'interno
per accendere le luci. I fari si accesero, la luce interna
invece ebbe un tremolio, spegnendosi. Ehi! esclamai (fino a
quel momento non ero riuscita a dare un'occhiata come si deve
a quella carretta). Che cosa sarebbe questa roba?
Eh? chiese lui. Quindi pos il bidone per terra, svitando
il tappo del serbatoio.
Ma  un rottame, risposi. Un pezzo di antiquariato.
Gi. Del cinquantatr, direi.
Ma..., ripresi. Quindi feci un passo indietro, esaminando
il frontale dentuto, il paraurti diviso, simile all'apparecchio
per i denti di un bambino. Il lungo corpo bulbiforme presentava
strisce di cromatura in zone del tutto inaspettate. Sopra
i fari c'erano due visiere civettuole come ciglia, e le stesse luci
mi parvero di un colore particolare, arancio scuro, fosco. Ma
si far notare nel giro di un chilometro! esclamai. Se ne accorgeranno
tutti. Attirer gli sguardi come... oh santo cielo!
La benzina entrava gorgogliando nel serbatoio, interminabilmente.
 una vera fesseria, continuai.
La tanica and a volare lontano, tra cespugli, rami o comunque
qualcosa che produsse una serie di schianti. Monti,
mi ordin Jake.
Obbedii. Lui sal dopo di me, sbattendo la portiera. Il motore
part tossicchiando. Quindi ci riportammo in strada con
una serie di strabalzi e sbandate sugli ammortizzatori cigolanti.
Lasciai ciondolare la testa all'indietro sul sedile e chiusi gli
occhi.
Be', una cosa  certa, sentii dire da Jake. Se non altro si
 tolta dai piedi quel Frankenstein di marito e quello schifoso
divano a fiori. E quella vecchia lampada spaventevole, con
tutte le perline che le sballonzolano intorno. No, me non ce la
farete mai a tenermi chiuso in nessuna barba di casa. Dovrebbe
essere contenta di essersene liberata. Vedr che un giorno
o l'altro mi ringrazia. Ci gioco qualsiasi cosa.
Ma  l'unica lampada che abbiamo, avrei voluto ribattere.
Le altre le ho date via. E ho dato via anche i tappeti, e le tende,
e quasi tutti i mobili. Di che cosa posso liberarmi ancora?
Intanto per la testa mi si stava appesantendo e gli occhi non
volevano aprirsi. Mi addormentai.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Mi sognai di mio marito, che per era pi giovane e non aveva
quei due solchi profondi in verticale sulle guance. Portava
un maglione a collo alto che non mi ricordavo nemmeno avesse.
Pantaloni color cachi, come quelli militari che si metteva
quando avevamo appena cominciato a vederci. La sua vista
mi rattrist.
Mio marito e io da ragazzi eravamo vicini di casa, anche se
a essere sinceri non siamo cresciuti insieme. Lui era diversi
anni pi grande di me, quanto basta, a scuola, per fare una
bella differenza. Quando io stavo finendo le medie lui gi frequentava
l'ultimo anno delle superiori: era uno dei ragazzi
Emory, ossa lunghe, pigri, buoni a nulla. Tutti sapevano chi
fosse Saul Emory. Mentre io all'epoca stavo appena cominciando
a orientarmi in questo mondo. Avevo ancora l'aspetto
di una bambina. Mi stavo riducendo sistematicamente alla fame
da quando avevo scoperto di avere le mammelle (due cuscinetti
di grasso, uguali al mento di mia madre): mi si vedevano
le vene azzurre delle tempie e le articolazioni di polsi ginocchi
e gomiti fino ai minimi dettagli. Avevo un problema
di postura e nessuno riusciva a capire che provvedimenti si
potessero prendere per farmi stare in ordine i capelli.
Saul Emory si diplom e se ne and, e io procedetti di anno
in anno, fino ad arrivare io stessa all'ultimo anno di superiori,
a diventare segretaria del Comitato studentesco e prima candidata
alla carica di Reginetta degli ex allievi. Ormai ero diventata
padrona di me stessa. E me lo meritavo: ci avevo
messo tutto l'impegno possibile. Il mio massimo desiderio era
che la gente mi considerasse normale.
Grazie a un immenso sforzo di volont mi ero fatta la fama
di ragazza pi vivace dell'ultimo anno. Oltre che la pi elegante,
con la mia colonia Desert Flower, il filo di perle coltivate
e il mio rossetto per labbra rosa shocking, ritoccato ogni
ora in bagno con uno spazzolino leggero come una piuma, di
quelli che usano le modelle. Avevo diversi ragazzi, anche se
non c'era niente di serio. E anche molte amiche. Ci siamo arricciate
i capelli a vicenda a non so pi quanti pigiama-party.
Anche se personalmente non ne ho mai dati. E nessuno mi ha
mai chiesto perch.
Dopo l'orario scolastico rimanevo l per le riunioni del circolo
femminile, dell'associazione degli studenti pi bravi, del
comitato organizzatore del ballo di fine anno, delle cheerleader.
Ma sono tutte cose che non possono durare pi di tanto.
Alla fine mi trovavo di nuovo a casa, avvolta da un'atmosfera
stantia, tra le perenni domande dei miei genitori. Perch quel
mattino non avevo salutato? Perch avevo fatto tanto tardi?
Chi era il ragazzo che mi aveva accompagnato a casa in auto?
Quella sera sarei rimasta a casa, una volta tanto?
Al che abbassavo lo sguardo su di loro (ormai ero pi alta di
entrambi) e mi tornava in mente tutto. Mi ricordavo chi ero
veramente. Nello specchio annerito alle spalle della mamma
le mie perle apparivano stravaganti come una collana di zanne
d'orso. Il mio viso presentava un contorno ingiallito.
Mi diplomai alle superiori e ottenni una borsa di studio parziale
in matematica per il Markson College, a Holgate. Mi
parve tutto troppo semplice. Continuavo a chiedermi dove
stesse l'imbroglio.
Pure, il giorno dopo il Labor Day(1) eccomi seduta nel furgone
di mio padre, con i bagagli impilati nel cassone. Mia madre
non venne con noi: per lei mettersi in viaggio era un'impresa.
Mentre la salutavo con la mano dal finestrino, fui d'improvviso
presa dalla preoccupazione che sapesse quanto fossi contenta
che se ne rimanesse a casa. Mi chiesi addirittura se non
fosse proprio per quello che se ne restava l. La salutai con ancora
pi energia, mandandole baci. Fu l'unica volta che cercai
di non sottrarmi al dovere di salutarla.
Dopo di che mio padre mi port al Markson College, dove
cerc di dire qualcosa ma alla fine ci rinunci, lasciandomi al
pensionato studentesco. Fui praticamente la prima ad arrivare,
tanto avevo voglia di essere l. La mia compagna di camera
non era ancora arrivata, chiunque lei fosse. Era mezzogiorno,
ma la mensa non apriva fino all'ora di cena, per cui mangiai
una mela che mi ero portata dietro e qualche fico secco che
mia madre mi aveva ficcato nella valigia e che mi riemp inaspettatamente
di nostalgia di casa. Ogni boccone mi provocava
un dolore al torace. Mi tocc finire con il nasconderli in un
cassetto. Dopo di che disfeci i bagagli e sistemai le lenzuola
su uno dei due letti, mettendomi a camminare avanti e indietro
per il corridoio, sbirciando nelle camere deserte. Quindi
passai una mezz'ora seduta alla mia scrivania, con lo sguardo
fisso su un cielo privo di nuvole, fuori dalla finestra. Mi ero
portata dietro delle tende, ma non avevo intenzione di appenderle
finch non avessi avuto l'approvazione della mia
compagna di camera. Tuttavia il tempo ormai incalzava. Decisi
di appenderle comunque. Le spiegai, mi tolsi le scarpe e
montai su un radiatore. Mentre ero l, con le braccia spalancate
nel riquadro della finestra, abbassai per caso lo sguardo
sulla corte interna. Ed ecco quel grassone di mio cugino Clarence,
che procedeva goffamente verso la mia ala del pensionato
nel suo modo energico, tutto di sghimbescio.
L'avevo saputo fin dall'inizio che la fuga non poteva essere
cos semplice.
Mio padre era all'ospedale. Aveva avuto un incidente mentre
tornava a casa con il furgone. I medici non erano tanto preoccupati
per le ferite quanto per l'infarto che aveva provocato
l'incidente stesso. O forse era stato l'incidente a provocare
l'infarto. Non credo che siano mai arrivati a stabilirlo con
esattezza.
Passammo tre settimane al suo capezzale. La mamma seduta
nella poltrona da giardino, in legno, che Clarence aveva
portato da casa, io in una sdraio. Gli guardavamo la faccia,
che in posizione orizzontale aveva un'aria strana. La pelle attorno
agli occhi era tutta raggrinzita. Si stancava a dire anche
poche parole. Per lo pi dormiva, mentre mia madre piangeva
e io me ne stavo l seduta a sperare che si svegliasse, in modo
che potessi arrivare a conoscerlo. Soffrivo pensando al modo
in cui per tutti quegli anni avevo consentito che le nostre due
vite scorressero parallele, senza toccarsi. Facevo un sacco di
promesse, sapete com'. Portavo a mia madre t e focacce
con la glassa, l'unica cosa che le rimaneva sullo stomaco. Ero
io a trattare con medici e infermiere. Cercai di leggere alcune
riviste femminili, ma tutte quelle chiacchiere circa il trucco, il
controllo del peso e altre frivolezze del genere mi davano la
nausea. Non ricordo di avere mai mangiato nulla, anche se
devo certamente averlo fatto.
Finch lo lasciarono andare a casa, ma soltanto in ambulanza.
Sistemato un letto nel suo studio, ve lo stendemmo. Lui
cominci a comportarsi in maniera pi naturale, lamentandosi
del cerotto con cui gli avevano bloccato le costole rotte, che
gli dava il solletico. Charlotte, disse, quella macchina fotografica
tu sai usarla. Voglio che tu lo faccia per una settimana,
pi o meno, finch sar di nuovo in piedi. Ce la fai?
Risposi di s. Fino a quel punto ero rimasta come inebetita.
Ma adesso che lui stava bene avevo finalmente capito dove
fossi: a casa, in trappola, senza scampo. Priva del mio aiuto
mia madre non era nemmeno in grado di tirarlo a sedere. Vidi
la vita scorrermi via davanti come un interminabile tappeto
ammuffito.
A me sembrava che le fotografie paralizzassero le persone,
pinzandole sul cartone come tante farfalle. Che cosa se ne facevano?
Eppure evidentemente non potevano farne a meno.
Madri bianche, di famiglia povera, in abito sciolto di rayon,
con in braccio un bimbo troppo coperto. Soldati che tenevano
stretta la loro amichetta, tutta pelle e ossa, una gran massa
di capelli cotonati. Li fotografavo in tutta indifferenza. La
macchina fotografica era vecchia e complicata. Quasi tutto
ci che si faceva doveva avvenire al buio. Ma era quasi una
vita che l'usavo, quindi non capivo per quale motivo tutto
d'un tratto mio padre si fosse fatto tanto meticoloso e critico.
Sposta un po' quella lampada, mi diceva dal letto. Quella
luce non va bene. Adesso mettiti pi d'angolo. Le fotografie
di fronte non mi sono mai piaciute.
A lui piacevano quelle di mezzo profilo. Occhi bassi, viso
rivolto all'ingi. Il bovindo in cui erano esposte le sue foto
sembrava un campo pieno di fiori, tutti piegati dalla stessa
forte brezza.
Nella camera oscura (un ripostiglio ristrutturato) mi venivano
degli attacchi di asma. Ma io stringevo i denti e tenevo
duro, continuando a stampare copie con la met sensata della
mente. Tutto, in quel posto, era depresso. Stipato, colante,
spelacchiato. Tutte le etichette si erano staccate dalle bottiglie
dei composti chimici. Niente era dove avrebbe dovuto essere.
Sembrava che a mio padre non importasse di pi che a me.
Ma dal modo in cui si comportava non lo si sarebbe mai
detto. Brontola, brontola. Metteva in discussione qualsiasi
minima cosa facessi. Quando arrivava il momento di fargli
vedere delle stampe, pretendeva che le appendessi a una cordicella
per i panni stesa accanto al suo letto. Al che seguiva un
lungo silenzio carico di disapprovazione, con lui l disteso,
tutto accigliato, a pizzicarsi i baffi. Oh, be', diceva finalmente,
in ogni caso tra questa gente non c' quasi nessuno
che sia in grado di giudicare. Mentre io non ero affatto convinta
di andare male. In realt credo che moltissimi clienti
preferissero me a lui. Mio padre, tanto per cominciare, aveva
delle idee fisse. Continuava a fotografare i bambini accanto a
quella sua colonna ionica. Io invece le foto le facevo nell'angolazione
richiesta dal cliente. Non avevo nessun preconcetto.
Ormai ci stavamo riducendo a vivere in una parte sempre
pi ristretta della casa, chiudendo piani a cui mio padre non
poteva pi salire, locali che non potevamo permetterci di riscaldare.
Il furgone era l fuori, retto su quattro blocchi di
calcestruzzo, e comunque n la mamma n io sapevamo guidare,
per cui tutte le compere andavamo a farle a piedi. E non
veniva a trovarci nessuno. Gli Emory, nostri vicini di casa,
ormai avevano traslocato. Gli altri vicini ci consideravano
gente un po' particolare. Tutte le mie amiche erano al college
o si erano sposate, separate da me per sempre. Arrivai al punto
di accogliere i clienti pi disparati come se fossero parenti
che non vedevo da un pezzo. Ma vedevo con che aria perplessa
ci guardavano. Sapevo bene che razza di quadro componessimo:
una madre grassona in calze elastiche, un padre tutto
rattrappito, un'imbronciata figlia zitella. Una casa dove
tutto andava a perdersi sotto qualcos'altro e dove nella torretta
stavano sicuramente a penzolare dei pipistrelli.
Il Markson College mi mand una lettera in cui si diceva
che, se avessi voluto, avrei potuto iniziare i corsi in gennaio.
Non so che cosa sperassi. Forse che chiudessero la scuola del
tutto finch non fossi stata in grado di andarci. Invece non
mi dicevano nemmeno chi fosse la mia compagna di camera, e
in ogni caso capii che ormai si era trovata un'altra. Pensai che
per me le cose non avrebbero mai cominciato a girare per il
verso giusto. Tutti i clienti che vedevo sospesi a testa in gi
attraverso la mia macchina fotografica avevano un'aria pi felice di me.
In dicembre i medici dissero finalmente che mio padre poteva
cominciare ad alzarsi. Il suo primo gesto fu di staccare le
mie fotografie dalla cordicella per i panni per sistemarci alcune
delle sue. Sembrava che non vedesse l'ora di farlo. Se ne
stava l in piedi con addosso le sue ciabatte di velluto, il golf
infilato per sbaglio nei pantaloni, il dito fisso a indicare foto
che aveva fatto lui stesso vent'anni prima. Ah, questa s che
 bella... Questo qui, se ricordo bene, era un uomo molto importante,
che pi tardi  salito a un'alta carica di governo.
Credo che sia venuto da me perch le foto che faccio io sono
oneste. Vedi, Charlotte, io non ho mai sopportato quelle foto
tutte elaborate. Non ha senso voler far credere che una persona
sia diversa da ci che .
Gli abiti lo inghiottivano letteralmente, i capelli grigi avevano
assunto una sfumatura color tabacco, la pelle era cascante.
Ma non riuscivo a indurlo a riposare un po'. Continuava a
tirare fuori altre foto, imbullettandole al tabellone, ficcandole
sugli scaffali e sugli appendini. Uomini d'affari, studenti
appena diplomati, cerchie di dame di un tempo, gi gi fino
ai militari e ai bimbi troppo coperti. Che tuttavia in quelle fotografie
apparivano seri anche loro, mentre i soldati se ne stavano
impettiti accanto alle loro ragazze come tanti padri di
famiglia. Tutti avevano un'espressione assorta ed enigmatica,
una postura perfetta. Nessuno sorrideva. Non me n'ero mai
accorta. Guarda! dissi.  come un album di fotografie di una volta.
Fare foto oneste non passer mai di moda, replic mio padre.
Temetti che stesse preparando una delle sue terribili fasi
umorali. Vedevo che stava appendendo altre stampe troppo
in fretta, senza nemmeno guardarle, continuando a pescare
nello schedario verde arrugginito che c'era accanto al suo letto.
Guarda, questo ... era... questo tipo mi ha ordinato
quaranta stampe, tanto gli piaceva il modo in cui lavoro io.
 molto bella, pap, convenni. Avrei soltanto voluto che
la smettesse di muoversi per la stanza in quel modo esagitato.
Delle foto non mi importava un fico secco, fossero sue o mie.
Non sar il caso che ti riposi un po', adesso?
Chiedi a tua madre dove ha messo quelle mie vecchie lastre, replic lui.
Andai a cercarla. Stava guardando la TV dalla sua panca da
giardino, in cucina. Pap vuole i suoi vecchi negativi, dissi.
Quali negativi? Perch li chiede a me? Non capisco proprio
perch conservi tutto quel vecchiume, rispose lei. Se
ne stanno l a riempirsi di crepe per effetto del loro stesso peso.
E si sa benissimo che quelle persone ormai non riordineranno
mai una copia, se non sono addirittura morte.
Tornai nello studio. Non li ha visti, dissi. Mio padre stava
frugando una scatola per scarpe piena di foto di gruppo
scattate in chiesa. Dall'occhiata che mi gett si sarebbe potuto
pensare che quei negativi li avessi persi io. Non capivo perch
fosse cos irritato con me.
Quella notte mi sognai che andavo al Markson College,
trovandolo sprangato e abbandonato, la corte interna risonante
di echi. Ma quando mi svegliai stavo di nuovo perfettamente.
Mi misi l'accappatoio e scesi in cucina a preparare il
caff. Mentre filtrava, me ne rimasi l a guardare fuori dalla
finestra il sole che emergeva da un intrico di alberi ghiacciati.
Quindi ne versai due tazze, una per me e una per mio padre,
che gli portai nello studio. Era disteso a letto sotto una coperta
perfettamente ordinata. Non respirava. Tutto attorno e
persino sopra il suo corpo c'erano foto di persone che non
sorridevano, ma delle quali nessuna era immobile come lui.
Al funerale provvide lo zio Gerard. Dopo di che lui e zia
Aster andarono ad assistervi (non so chi altri ci sia andato, se
pure qualcuno lo ha fatto), mentre io rimanevo a casa con mia
madre, che stava andando a pezzi. Letteralmente a pezzi. Mi
sembrava che fosse l'espressione pi adatta, visto che insieme
a se stessa sembrava voler ridurre in pezzi anche tutto il resto.
Se ne rimase l seduta sulla sua panca a pizzicare senza
tregua il cuscino, finch non vi furono pezzetti di imbottitura
sparsi su tutto il tappeto. Ridusse tutte le piante alla pi assoluta
calvizie, arrotolando le foglie a una a una e poi facendole
a pezzettini. Di quando in quando si faceva scorrere con aria
sognante le dita tra i capelli, strappandone qualche filo, a uno
a uno. Non sapevo che cosa fare. L'unica soluzione che riuscii
a escogitare fu di tenerle strette le mani, dicendole: Adesso basta, su.
L'ho sempre pensato che le cose sarebbero andate cos,
mi disse, con una voce che aveva perso ogni intonazione. Non
potete immaginare che effetto spaventevole faccia sentire
una persona che stampa per cos dire le parole a una a una in
quel modo.  proprio quello che ho sempre temuto, continu,
e adesso  successo. Sono rimasta senza marito per sempre.
A dire il vero a me sembrava che avrebbe dovuto provare
sollievo. Non le restava pi niente da temere. Ma naturalmente
non lo dissi ad alta voce. Le accarezzai il braccio. Le
portai del t. E non appena si fu addormentata andai dallo
zio. Ero disperata. Gennaio era l appena svoltato il cantone.
Zio Gerard, io devo andare al college, gli dissi.
College? chiese lui, accendendosi uno dei suoi sigari neri dalla puzza tremenda.
Mi hanno dato una borsa di studio parziale e lo sai che di
soldi ne abbiamo pochi. Dovr chiederti un prestito.
Ah, gi, soldi, tesoro, certo, replic lui, ma per la mamma
come farai?
Non posso stare con lei tutta la vita.
Ehi, ragazzina! E una donna distrutta. E tu vuoi lasciarla
sola in un momento del genere?
Potrebbe magari venire a stare qui con voi.
Con Aster e me?
O forse potreste darle un'occhiata di tanto in tanto. O
mandare l Clarence. Voglio dire, soltanto per...
Senti, io invece suggerirei di fare cos, replic zio Gerard,
serrandosi le mani tra le ginocchia tozze e chinandosi
verso di me, tutto un esalare odore di gomma bruciata. Tu
hai, quanti? diciassette anni? Diciotto? Guardati: hai tutto il
tempo di questo mondo. Prenditi un anno. Inizia i corsi il
prossimo autunno. Che cos' un anno per una come te?
 un diciottesimo della mia vita.
Ed ecco che cosa far io: tu aspetti fino al prossimo
settembre e io ti pago tutte le spese. Dalla prima all'ultima.
Niente prestiti.  un affare, non capisci?
Be', grazie, zio Gerard, replicai, perch avevo capito che
le sue intenzioni erano le migliori. In definitiva non era veramente
molto ricco. Era proprietario di una lavanderia a secco.
Ma quando me ne andai non riuscii a indurmi a salutare
zia Aster, con i suoi capelli d'oro e la sua pelle curatissima.
Quando mi chiam dalla cucina finsi di non sentirla.
La mamma non migliorava. Tanto che mi chiesi se aspettare
fino a settembre sarebbe stato sufficiente. Mi sembrava di
essere chiusa a chiave dentro un calendario: il tempo si stava
rivelando il pi ristretto degli spazi. Ogni giorno dovevo aiutare
la mamma a inzepparsi nell'abito, continuando interminabilmente
a raccontarle qualcosa. Mentre lei non faceva altro
che parlare di mio padre. L'ho sposato per disperazione,
mi diceva. Mi sono accontentata di quello che veniva.
Tu non farlo mai, Charlotte.
No, mamma.
Non c'era bisogno che me lo dicesse.
Ha sempre avuto qualcosa contro di me, fino dal principio.
Ancora adesso non so che cosa fosse. Aveva detto che gli
piacevano le donne forti, e invece dopo un po' ha cominciato
a starmi addosso con la storia che dovevo mangiare meno.
"Come sarebbe?" gli ho chiesto. Scoprirlo fatto cos  stata
una brutta sorpresa. Comunque ho cercato, oh, se ho cercato.
Per lui... Quante volte sono rimasta senza mangiare. Diventavo
debole e mi venivano le vertigini, tutto per cercare di calare
un po' di peso. Dopo di che, non so, mi toccava ricominciare
a mangiare. Io sono fatta cos, ho pi bisogno di nutrirmi
degli altri. E comunque non sarebbe cambiato niente. Era
un uomo insoddisfatto, Charlotte. Che cos'altro avrei potuto
fare?
Non so, mamma.
Credi che pensasse anche lui di essersi accontentato di
quello che veniva?
Ma neanche per idea, mamma.
Per lo diceva sempre. "Ah, perch mi sono lasciato incastrare
in questa vita?" diceva. Al che io ribattevo: "Vattene
via, chi ti ha chiesto di rimanere? Se non ti piace stare qui,
va' da un'altra parte. Sposati una puttana qualsiasi", gli dicevo.
Ma lui si limitava a guardarmi da sotto quelle sue sopracciglia
e non diceva altro. "Te la trovo io una sposa!" gli dicevo.
Ma ne sarei morta, Charlotte. Non  comico? Ridi. Aveva l'espressione
pi dolce, pi triste. Quel modo di piegare la testa
di lato mentre ascoltava. Oh, Charlotte, credi che sia mai stato
felice?
Certo che lo  stato, mamma, dicevo, dopo di che me ne
andavo. Dovevo farlo. Passavo nello studio, dove i ritratti
fatti da mio padre continuavano a distogliere lo sguardo e dalla
cui finestra l'insegna ammaccata continuava a garrire: studio
ames. bei ritratti. Ogni tanto arrivava qualcuno a suonare
all'ingresso e io lo facevo entrare, non avendo niente di
meglio da fare. Facevo qualsiasi foto mi chiedessero. Potrebbe
fotografarmi il barboncino?  vecchio e vogliamo un ricordino,
caso mai dovesse morire. Avvertivo sulla pelle la smorfia
di mio padre. Ma non dir che mi preoccupasse veramente,
e comunque avevamo bisogno di soldi.
Quell'inverno mettemmo assieme a stento il necessario per
nutrirci. Lo zio Gerard di quando in quando ci allungava un
biglietto da dieci dollari, che bastava appena per pagare la
medicina per la pressione della mamma. Finch, in preda alla
disperazione, appesi fuori dalla porta un cartello con la scritta
si affittano camere e il guardiano di una fabbrica, tale
Robb, prese quella sul davanti rivolta a est. Per non gli piaceva
un granch. Disse che tenevamo il riscaldamento troppo
basso e dopo tre settimane se ne and. Il cartello rimase l a
riempirsi di polvere. Cercai di procurarmi pi lavoro per lo
studio, chiedendo a tutti i clienti di parlarne ai loro amici, ma
non serv a niente. Credo che a farli scappare fosse la vista
della mamma. Aveva la mania di comparire di colpo, magari
nel bel mezzo di una seduta, ciabattando e reggendosi ai mobili.
Che fosse comparsa lo capivo dall'espressione improvvisamente
perplessa che mostrava la faccia del cliente.  fantastico,
diceva dalla soglia, come tutti gli angoli di questo
mondo si trovino simultaneamente d'accordo nel riconoscere
che una persona  morta. Non vi sembra? Voglio dire, se uno
muore in una stanza, il pasto che gli  stato preparato in
un'altra rimane intatto, l'appuntamento con il dottore non
viene onorato, le foto che stava scegliendo rimangono l in un
mucchio. Mai uno sbaglio, il mondo ha combinato tutto alla
perfezione.
Mia madre, spiegavo al cliente. Guardi un po' verso la
luce, per favore.
Del resto non ho mai avuto una gran fiducia nei fatti fisici,
continuava lei. Quante volte mi  capitato di appoggiare
una tazza da qualche parte e di lasciarla l, rimanendo poi sorpresa
di trovarcela ancora un paio di settimane dopo? Ogni
tanto potrebbe anche esserci una falla, no? La tazza potrebbe
anche perdere coscienza di se stessa e, ecco, essere di nuovo l
sulla credenza quando tornassi a guardarla. Oppure la forza
di gravit, per esempio. Bisognerebbe poterla prendere alla
sprovvista, una volta tanto. Lasciare sospeso per aria un vassoio
e vederlo rimanere l. No?
Il cliente si raschiava la gola.
S, in questo mondo non ho proprio mai avuto una gran fiducia,
concludeva lei, tornando a sparire.
Certi giorni storti mi veniva una gran voglia di tagliare la
corda, ma naturalmente non lo feci mai.
Un pomeriggio alla fine di marzo suon il campanello dell'ingresso
principale e, aperta la porta, mi trovai davanti un
militare altissimo con il berretto in mano. Aveva certi capelli
neri diritti e quel tipo di faccia rigorosamente chiusa che si
tiene per s tutto ci che ha dentro. Una faccia Emory. Per
non ero sicura di quale fosse. Amos? chiesi.
Saul, mi rispose lui.
Saul!
Ciao, Charlotte.
Non sorrise. (Gli Emory lo fanno di rado. Tirano fuori
sempre e soltanto quest'aria paciosa.) Ho visto il cartello,
disse. Sono venuto in citt per vendere le nostre cose e mi
domandavo se non potrei stare a pensione qui da voi finch
non avr provveduto a tutto il necessario.
Certamente, risposi. Ne saremo felici.
Mi dicono che quest'inverno avete avuto qualche guaio.
Be', s, convenni.
Lui si limit ad annuire. Ai guai gli Emory erano abituati.
Non si scomponevano pi di tanto.
Ecco come erano fatti. Alberta, la madre, non aveva segreti.
I suoi fatti li raccontava a tutti, persino a noi. Ci portava
una torta, o una tazza di frutti di bosco appena colti, e rimaneva
mezza mattina l sulla soglia della nostra cucina, a chiacchierare
ininterrottamente con quella sua voce pastosa. Parlava
di suo marito, Edwin, il radiotecnico, che beveva molto
pi di quanto lavorasse. E dei suoi quattro figli ben piantati,
Amos, Saul, Linus e Julian. L'ultimo della mia et, gli altri
pi grandi. I maschi di casa erano scapestrati in un loro modo
misterioso, ma grazie a lei noi sapevamo sempre che cosa stessero
facendo. Amos continuava a scappare di casa. Saul aveva
continuamente problemi con le ragazze. Linus era soggetto a
inesplicabili esplosioni di rabbia e Julian aveva una certa inclinazione
per il gioco d'azzardo. Non credo ci sia stato un solo
giorno in vita loro in cui non fossero vittime di qualcosa di
complicato.
Questa Alberta era un tipo zingaresco, bella a modo suo,
vestita in maniera disinvolta, trasandata, sorprendentemente
giovane. D'estate andava spesso in giro scalza. Va da s che le
volevo bene. Credevo ciecamente a tutto ci che mi diceva.
E poi? E poi? Avrei tanto voluto che mi adottasse. Anelavo
letteralmente alla sua affollatissima casa, ai suoi guai cos importanti.
Vedi, sembrava sempre dire, com' importante
la mia vita? Vedi quanta agitazione mi  stata concessa da
Dio? Dopo di che sollevava le brune mani calde, spargendo
ricchezza.
Quella donna  completamente scriteriata, diceva mia
madre.
Credo che intendesse priva del criterio di rendersi conto
del mare di guai in cui sguazzava. A lei sarebbe piaciuta di pi
se una volta tanto si fosse messa a piangere. Invece Alberta
non piangeva mai. Le sue vicende le raccontava tra accessi di
risa: scandali, disastri, miracoli, misteri. Qualcuno aveva fatto
irruzione nel negozio di radiotecnico, spazzolando via tutto
e lasciando l un biglietto con sopra scritto: Scusate per il
disturbo. Con la calligrafia di Julian. Un giorno si era presentato
sulla soglia di casa il suocero con tutto ci che possedeva,
sessant'anni di ritagli di giornale e di vecchi costumi
teatrali. Visto che non c'era una camera da letto per gli ospiti,
dormiva in sala da pranzo, circondato da cappe di finto ermellino,
uniformi teatrali, sciabole, corone, cappelliere. La
chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiederle
un salutare spuntino.
Quella casa bisognerebbe sbarrarla con le assi e farla abbattere,
diceva mia madre.
L'inverno del mio terzo anno di superiori, Alberta scomparve
con il suocero.
Be', non era certamente una cosa di tutti i giorni. Edwin
Emory se ne andava attorno con le gambe molli e con dipinta
in faccia un'espressione inebetita, anche se non pi della mia.
Non capivo perch li avesse lasciati in quel modo. (Mi avesse
lasciato.) Mi sembrava cos felice. D'altra parte a quei tempi
credevo anche che i quartetti popolari che si sentivano alla radio
fossero un solo cantante con la voce rauca. Voglio dire:
era facile che mi facessi ingannare dalle apparenze. Forse tutte
le famiglie, anche quelle di aspetto pi comune, a conoscerle
bene erano strampalate come le nostre. Forse Alberta in segreto
era triste come mia madre. O magari, come diceva sempre
la mamma: Quella l voleva soltanto essere invidiata per
qualsiasi cosa, persino per quel vecchio straccione del suocero.
Ai miei occhi non era mai parso che le cose stessero in
quel modo.
Per qualche tempo portai agli Emory dei biscotti e qualche
stufato, senza tuttavia suscitare mai una gran reazione. La casa
si era come richiusa su se stessa, diventando silenziosa. Edwin
se ne stava seduto a bere moscatello con addosso soltanto
la sua biancheria termica, mentre Linus cercava di mandare
avanti la bottega. (Saul e Amos se n'erano andati di casa da
qualche anno.) Ma i congegni meccanici lo deprimevano, per
cui fin con l'avere un esaurimento nervoso, dopo di che venne
mandato a vivere da una zia. Poi Julian piant in asso la
scuola. Ebbe una lite per un debito di gioco e non se ne sent
pi parlare. E alla fine se ne and anche Edwin. Non sapemmo
mai esattamente quando, n per dove. Non c'era pi, e
basta. Un giorno, guardando per caso fuori dalla finestra, vidi
uno sconosciuto che sbarrava con assicelle la loro casa, proprio
come la mamma aveva sempre detto che si sarebbe dovuto
fare. E tutto fin l.
Almeno apparentemente, finch Saul torn a casa. Portava
un'uniforme cos linda da sembrare di metallo. Stava in piedi
in una delle stanze come se ci fosse stato piantato. Risult
evidente che gli Emory non erano scomparsi soltanto perch
li avevo persi di vista io. Anche se non aveva idea di dove fossero
un paio di loro, Saul sapeva per che erano tutti vivi,
compreso Julian. Mentre Alberta si trovava con il suocero in
California, chiss dove, o per lo meno fino al Natale prima
era rimasta l. Non che a lui importasse niente. Soltanto Edwin
se n'era andato per sempre. Era morto di mal di fegato
mentre si trovava in visita da una sorella, nel New Jersey.
Ora l'Amoco aveva intenzione di comperare la casa per abbatterla
e costruire al suo posto una stazione di rifornimento
con cui fare fuori la Texaco, e lui era l per concludere la vendita
e usare i soldi per pagare le tasse arretrate. Voleva vendere
anche la bottega di radiotecnico. Avrebbe accettato la prima
offerta, firmando le carte e andandosene, disse. Era appena
stato congedato dall'esercito, aveva una vita da cominciare.
Non poteva permettersi di perdere troppo tempo in quella
faccenda.
Invece lo perse eccome. La vendita della casa prese pi
tempo di quanto avesse previsto -  ben noto quanto possa
diventare complicata, con gli Emory, anche soltanto la ricerca
del titolo di una vicenda -, e d'altra parte non  che ci fosse
questa gran domanda di una bottega sgangherata di radiotecnico.
Quindi rimase con noi tutto marzo e aprile. A me fece
piacere. Con lui intorno la vita sembrava avere assunto dei
contorni pi definiti. Dovevamo rispettare un programma,
servirgli i pasti all'ora prevista. Inoltre era bravo a sistemare i
guasti, per cui provvide a riparazioni di cui avevamo bisogno
da anni. Di sera guardava la televisione con me e la mamma
(che nonostante lui esibisse modi molto cortesi non gli diceva
neanche bu), oppure mi portava fuori. Andavamo al cinema,
al ristorante, al bar. Si comportava come un fratello, non arrivando
mai pi in l del tenermi per mano, anche se sembrava
sempre misurarmi con lo sguardo. Non capivo che cosa aspettasse.
In definitiva, alla fine della serata, salita in camera mia,
nello specchio mi vedevo di fronte una ragazza in et da college,
golf e camicetta, non una vecchia zitella acida.
Insomma, naturalmente mi innamorai di lui. Come avrei
potuto evitarlo? Con quel suo viso sereno, puro, quegli occhi
dalle palpebre pesanti. Forse per la prima volta in vita mia fui
colpita dall'idea che una persona si portasse chiuso dentro la
testa un mondo intero che non sarei mai arrivata a capire.
Morivo dalla voglia di sapere che cosa pensasse degli eventi
della vita. Com'era stato avere una famiglia come la sua, una
madre come Alberta? Che sensazione provava, adesso, quando
passava davanti a casa sua, con le imposte che cadevano
dai cardini? Lui non ne parlava mai. E io non ero capace di
chiederglielo. Ogni volta che lo vedevo avrei voluto farlo, ma
ero talmente impressionata dal suo distacco che non mi sembrava
possibile. Non andavamo oltre le solite quattro chiacchiere
amichevoli sull'accettazione delle ipoteche e sui rubinetti
che perdono. La vera conversazione procedeva in silenzio:
lui mi aiutava a infilarmi il golf come se stesse imballando
un regalo fragile. Stranamente, sapeva sollevarmi i capelli nel
modo giusto per sistemarli sopra il colletto esattamente come
andava fatto. E io sprecavo tre tazze di pastella nel tentativo
di fare le focacce di grano saraceno come quelle di Alberta.
Era una conversazione cui prendeva parte anche mia madre,
che adesso, quando eravamo tutti insieme, si irrigidiva, si immobilizzava.
Ci scoccava rapidi sguardi da roditore. Eravamo
tutti e tre appesi a un elastico, nessuno di noi poteva muoversi
senza far ballonzolare anche gli altri.
Poi una sera di aprile stavamo tornando a casa dopo avere
visto un film, Lana Turner in non ricordo pi che cosa. Per
caso passammo davanti alla bottega di radiotecnico di suo padre.
Un locale angusto, tetro, in legno, piazzato tra una panineria
da quattro soldi e una risuolatrice, tutte chiuse in quel
momento, nere come una bocca sdentata. Io mi sarei messa a
piangere soltanto a guardarla, quali potevano essere i sentimenti
di Saul? Allungai una mano a toccargli un braccio. Immediatamente
lui si ferm, impadronendosi della mano e abbassando
lo sguardo su di me. Senti, attacc.
Mi fece paura. Pensai si fosse seccato perch l'avevo toccato.
In qualche modo dovevo avere scosso il suo equilibrio. Invece
disse: Lo sai, Charlotte, che non ho ancora un mestiere?
Un mestiere? chiesi.
E a quanto pare non ho neanche il minimo interesse. Non
so che cosa far in vita mia. Quindi me ne sto ad aspettare di
vedere che cosa mi casca addosso, ma per il momento non 
successo niente.
Non capivo a che cosa mirasse. Ehm..., tergiversai.
 di te e di me che sto parlando, Charlotte.
Ah, dissi.
Io penso che prima di farti una proposta bisognerebbe che
avessi davanti a me un futuro.
Continuavo a non capire. A dire il vero mi sembrava una
scusa. Ero abituata agli appuntamenti con i ragazzi dei tempi
delle superiori, in cui il futuro non c'entrava assolutamente
niente. Be', replicai,  tutto l quello che stai aspettando?
Io ti preferisco senza un futuro.
Ma avrei anche potuto tenere la bocca chiusa, visto che il
suo viso rimase rannuvolato per il resto della camminata fino
a casa. Anche se continu a tenermi la mano e sul portico mi
baci, ma soltanto una volta, e con aria solenne, da persona
molto, molto pi vecchia di me. Come in un certo senso era.
Com'ero giovane io! Non pensavo affatto a ci che mi aspettava.
Pensavo soltanto a come fosse strano affiorare alla superficie
in quel modo, emergendo dal profondo dei nostri due
io privati. Avrei potuto stare l tutta la notte con la testa appoggiata
alla sua spalla coperta di lana. Fu lui a dire finalmente
che dovevamo rientrare.
Mia madre cominci in un certo senso a condensarsi, a rattrappirsi,
a disseccarsi. Vedevo come osservava Saul con i
suoi occhietti lustri, velati da una membrana. Quanto pi lui
era gentile con lei, tanto pi attentamente lei lo osservava.
Quando lui le faceva una domanda, le ci voleva un bel po' per
rispondere: doveva salire in superficie attraversando una
quantit di strati di paura. Di sera, quando la aiutavo a mettersi
a letto, mi afferrava il polso con forza e mi scrutava in
viso, muovendo le labbra ma senza dire niente. Dopo di che,
quando andavo di sotto, Saul mi prendeva per lo stesso polso,
attirandomi a s. Per un istante mi sentivo ogni volta confusa
e piena di agitazione. Che cosa c'? mi chiedeva lui, ma non
glielo dissi mai.
Continuavo a sforzarmi di capirlo. Non era facile. Non era
affatto sconsiderato come pensavo un tempo. Come forse addirittura
speravo. Caso mai era troppo serio. (Quando ero alle
superiori ci insegnavano di continuo che dovevamo cercare
gente dotata di senso dell'umorismo.) Mi trattava in un modo
severo, senza sorrisi, che mi intimidiva. Inoltre non riuscivo
a farmi un'idea precisa di questa faccenda del mestiere. Sembrava
aspettarsi che il lavoro della sua vita gli piovesse sulla
testa come un destino. Com'era pieno di fiducia! Forse dovresti
metterti in moto e andare a cercartela in giro, la fortuna,
gli dicevo, scherzando ma non del tutto. Io per lo meno
farei cos. Come mi piacerebbe venire con te! Partire domani,
andare ovunque.
No, non lo faresti, ribatteva lui. Lasciare tua madre?
Alla sua et?
Non capisco come un uomo del genere potesse essere figlio
di Alberta.
In maggio mi comper un anello di fidanzamento. Se lo tir
fuori di tasca una sera mentre stavamo cenando tutti e tre:
un minuscolo diamante. Io non ne sapevo niente. Quando me
lo infil al dito rimasi l a guardarlo fare.
Ho deciso che ormai era ora, mi disse. Mi scusi, signora
Ames, continu poi. Non posso pi aspettare. Voglio sposarla.
Ma io... replic la mamma.
Non subito, naturalmente, riprese lui. Non la porto certo
via domani. Per adesso non so neanche che lavoro far. Mi
creda, rimarremo qui per tutto il tempo che lei avr bisogno
di noi. Glielo prometto.
Ma... ripet la mamma.
E tutto fin l.
Avrei dovuto rifiutare. In definitiva non ero completamente priva di risorse. Avrei dovuto dire: Mi spiace, ma non so dove metterti. Durante questo viaggio non ho mai pensato di
portare con me un'altra persona. Invece non lo feci. Era l seduto al mio fianco, e il sentore di cuoio della sua pelle, sconosciuto, reclamava tanto amore che sembrai esserne contaminata.
Tutto ci che diceva era straordinariamente chiaro, come pronunciato in un'atmosfera di gelo. In realt non mi venne nemmeno in mente di respingerlo.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Mi svegliai con la sensazione che qualcuno mi cullasse e scuotesse.
Mi tirai a sedere e mi guardai attorno. Il sole era talmente
forte da farmi male agli occhi, ma riuscii comunque a
vedere che eravamo parcheggiati in un campo acquitrinoso,
color paglia. Jake, al volante, stava borbottando qualcosa.
Due uomini in giacca di tela jeans si stavano buttando contro
il baule della macchina. Adesso! grid uno dei due, e io sentii
il tonfo prodotto dai loro corpi. Le ruote girarono a vuoto.
Idioti! esclam Jake, spegnendo il motore. Se quei due l
una volta tanto lavorassero insieme...
Che cosa succede? gli chiesi.
Mi gett un'occhiata con gli occhi ridotti a due fessure, e
smont dall'auto. Quello che ci serve  quel trattore l, lo
sentii dire ai due uomini. Non dovete fare altro che metterglielo
di dietro e darle una spinta.
Trattore? Quale trattore? chiese uno dei due. Quello l
cos, vuoi dire? Ma  una baracca da dodici cavalli che mia
moglie usa per il giardinetto di casa. Pensi che riusciremmo a
darti una spinta con quello? E comunque non c' modo di
metterci l di dietro. Quella riva  troppo ripida.
Tiratela fuori dal davanti, allora. Per me fa lo stesso.
Ma non ce la fa neanche a tirarla, quello che stai guardando
 un giocattolo. Quella baracca l non riesce nemmeno a
manovrare bene.
Sentite, disse Jake. Questi venti dollari mi dicono che
potete farcela benissimo.
Attraverso il lunotto lo vidi porgere del denaro a quello che
aveva in testa un berretto di tessuto plaid. Dalle loro bocche
uscivano nuvolette di nebbia. In biglietti da un dollaro?
chiese l'altro.
I soldi sono sempre soldi.
Be', in effetti una prova si pu sempre fare. Forza, Cade,
andiamo.
E se ne and per i campi con questo Cade. Jake torn a
montare in auto portando con s una ventata di aria fredda,
tanto che rabbrividii e mi strinsi le braccia sul petto. Mi sentivo
stordita, pi o meno avevo perso tutta una notte. Si pu
sapere dove siamo? chiesi.
Se guarda fuori dal finestrino, vedr che siamo in un campo
di grano.
Come abbiamo fatto ad arrivarci, voglio dire.
Credo di essermi addormentato al volante, rispose Jake.
Quindi prese a sfregarsi il mento, che ormai era ispido. Eh,
s, proprio, continu, anche se non ha senso. Sono famoso
perch non dormo mai. Non ho bisogno di dormire, come
fanno quasi tutti gli altri. Alle feste e roba del genere sono capace
di stare sveglio tutta la notte e poi, il mattino dopo, di
farmi i fatti miei come al solito. E la notte dopo stare su ancora,
se mi viene voglia. Anche se certe volte ci si sente un po'
soli. Tutti a nanna e io l sveglio. Comunque sia, eccoci qua.
Stavo guidando senza pensare a niente e di punto in bianco
mi trovo in mezzo a un campo di grano. Nel cuore della notte,
non un'anima in giro e lei l come morta. Non ho potuto
fare altro che rimettermi a dormire. Poi anche stamattina mi
 toccato aspettare un bel po' prima di vedere questi due tipi
arrivare di volata tra l'avena.
Grano, lo corressi, anche se in realt non so affatto distinguere
l'una dall'altro. Quindi strizzai gli occhi per guardare
le spighe gialle fuori dal finestrino. E vidi l'uomo con il
berretto che portava verso di noi un piccolo trattore verde,
mentre Cade camminava al suo fianco tenendo in mano una
fune arrotolata. Adesso guardi, disse Jake. Quel trappolino
ci far uscire di qui svelto come un grillo. Vedr. Mi sono
trovato in situazioni ben peggiori. Dopo di che abbass il finestrino,
mettendosi a gridare: Agganciatela, ragazzi, e poi
via con calma. Non tirate di scatto.
I due non lo ascoltarono nemmeno, mettendosi a lavorare.
Secondo me Jake non sapeva trattare con loro. Mi vergognai
di essere stata trovata in sua compagnia e mi allungai sul sedile
in modo da abbassarmi, per cui non vidi quando cominciarono
a trainarci. Per me ne accorsi. Mi trovavo in quell'auto
da tanto di quel tempo che ormai per me era diventata come
una seconda pelle. Sentii, o per lo meno mi parve di sentire,
le loro mani nodose trafficare al paraurti, facendovi passare
una fune ruvida e legandovela. Dopo di che Cade venne al finestrino
di Jake. La signora la fai scendere? chiese.
Jake ci pens su un attimo. No, rispose poi.
Ma ti alleggeriresti un po'.
Ha la portiera bloccata, ribatt Jake. Lascia perdere. E
gir la chiave dell'accensione. Cade si fece indietro e il trattore
trasform il suono del motore in un furibondo ronzio lamentoso.
Sentii la fune tendersi. Le ruote fischiarono. Ci
spostammo di qualche decina di centimetri. Dopo di che ci fu
un soprassalto, io sentii un ping! e la macchina si ferm di botto.
Tiratami su di scatto, diedi un'occhiata dal finestrino,
giusto in tempo per vedere il nostro paraurti anteriore che se
ne scappava via sobbalzando per i campi. Ges, disse Jake.
Il trattore si ferm e il guidatore smont. Quindi i due tornarono
verso di noi, grattandosi la testa. Jake smont dall'auto
e and loro incontro. Dopo di che eccoli l tutti e tre a grattarsi
la testa e a guardare con aria accigliata il punto in cui
prima stava sospeso il paraurti. Questa qui  un'autentica
Ferramenta & Affini del '53, disse Jake. Gli altri due annuirono,
come se stessero prendendo appunti. E guardate queste
gomme. Lisce come una canna per innaffiare il giardino.
Ne colp una con una pedata. Io avvertii la vibrazione. Segu
un lungo silenzio solenne.
Finch: Be', senti, disse quello che guidava il trattore.
Mi spiace veramente moltissimo per il tuo paraurti.
Mica colpa tua, replic Jake.
Per secondo me forse riusciamo a spingerla. Vedi? Adesso
 venuta fuori dal fosso. Il muso non  pi puntato verso
terra. La signora potrebbe mettersi al volante e noi tre potremmo
spingere.
Jake torn indietro e infil la testa nel finestrino. Non so
guidare, lo avvertii prima ancora che potesse chiedermelo.
Dov' l'acceleratore lo sa.
No, non lo so, e soprattutto non ho la minima idea di dove
siano i freni.
Ma s che lo sa, ribatt lui. Quindi mont e riaccese il
motore. Dopo di che indic il pavimento: acceleratore, freni.
Ma i freni li lasci stare, continu, finch non arriva a quella
strada l. La vede? No, non pu vederla. E una stradetta di
campagna. Ghiaia. La spingiamo l invece che sull'autostrada.
Non c' verso che possa arrampicarsi su per quella riva.
Forza, passi di qui.
E smont. Io feci come mi aveva detto. Come autista non
 un granch, spieg Jake, e i due risposero con un grugnito.
Vidi che adesso si erano coalizzati. Tutti e tre spalla a spalla,
rassegnati, con lo sguardo fisso sulle nocche bianche delle mie
mani serrate attorno al volante. Non abbia paura, signora.
Ci dia gas lentamente, e basta, disse Cade.
Va bene, risposi.
Non la faccia imballare.
No, no, stia tranquillo.
Quindi si spostarono verso il bagagliaio, fuori dal mio campo
visivo. Li sentii sistemarsi dietro l'auto. Forza, grid Jake.
Ha messo il piede sul freno?
Risposi con un cenno affermativo della testa.
Eh?
S.
La marcia la metta su "l". Sulla "l".
Lo feci. Il suono del motore cambi tonalit.
Adesso acceleri.
Schiacciai l'acceleratore. I tre si appoggiarono al bagagliaio
con tutto il loro peso. Le ruote esplosero un gemito, mettendosi
a girare a vuoto. Dopo di che, lentamente, in un subisso di scossoni,
l'auto avanz di qualche centimetro. Prese velocit. Si lasci
alle spalle i tre, prese a danzare freneticamente sopra solchi
e pietre, aprendosi un varco tra le spighe e lasciandosi dietro un
nastro giallo appiattito. Nastro sul quale, guardando nello specchietto,
mi vidi inseguire di corsa dai tre, che agitavano le mani e
gridavano. Ma purtroppo mi ero dimenticata di guardarmi davanti,
cos che, quando mi vidi balzare incontro la stradina di
ghiaia, era gi troppo tardi. La stradina torn a sparirmi alle
spalle. In preda alla confusione schiacciai ancora pi forte l'acceleratore.
Poi mi aggrappai al volante, cercando di tirarlo verso
di me. Poi mi misi a cambiare freneticamente le marce, finch ne
trovai una che fece fischiare furiosamente i pneumatici, bloccando
l'auto e mandandomi a sbattere con la faccia contro il parabrezza.
Quando Jake arriv, lo vidi attraverso un velo di ovali
multicolori che aleggiavano su uno sfondo nero. Al centro della
fronte mi si era formata una protuberanza in eccesso. Visto?
disse lui. Chi l'ha detto che non sa guidare? Quindi mont in
auto, mentre io mi facevo scivolare nel sedile di destra. Dopo di
che mise in moto, portando l'auto a marcia indietro sulla stradina
di ghiaia. Salut con la mano i suoi amici, che stavano procedendo
verso di noi al piccolo trotto per i campi. Loro risposero
con uguali cenni. Ci dirigemmo verso l'autostrada.
Sarei capace di mangiarmi un cavallo, disse Jake. E lei?
Io tremavo troppo per essere in grado di rispondere.
Facemmo la prima colazione a una stazione di rifornimento
della Sunoco: un sacchetto di cotenne di bacon e due bibite
prese da un distributore. Io mi servii della toilette, dove rimasi
l un bel po' a guardarmi nello specchio che c'era sopra
la macchinetta degli asciugamani di carta. Sentivo di avere
bisogno di rimettermi in sesto. I miei occhi ricambiarono il
mio sguardo, sorprendentemente scuri. (Pensavo quasi di trovarli
schiariti nella tonalit di grigio di quelli di Jake.) La faccia
aveva un aspetto sciupato e confuso. Dare di piglio alla
borsetta e tornare all'auto fu un sollievo.
Stavamo correndo in mezzo a un paesaggio di pini, punteggiato
di fattorie e di supermercati nuovi, fatti con blocchi di
calcestruzzo a vista. Di quando in quando andavamo a piantarci
dietro a un camion o a un trattore, senza modo di superarli,
al che Jake si metteva regolarmente a borbottare: Razza
di un fesso! Buzzurro. Testa di rapa. Che Dio gli mandasse
un accidente.
Mah, non capisco, dissi. Il Maryland non sar l'unico
stato che abbia le autostrade con lo spartitraffico, no? Qui invece
hanno soltanto questo tipo di strade?
Sono io che le scelgo, io, replic lui. Si sa benissimo che
nessuno sbirro si dar mai la pena di venirci a fare un controllo.
Secondo me aveva troppa fede, anche se effettivamente
non avevamo incontrato nessuna auto di pattuglia. Soltanto
qualche Chevrolet o Ford sgangherata, oltre ai perenni camion.
Quando gli esplodeva la rabbia, pi o meno ogni quarto
d'ora, Jake si fermava a un supermercato a prendere qualcosa
da mangiare per tutti e due. Patatine fritte. Biscotti con
la crema in mezzo. Masticavo al ritmo di un'intera sequela di
motivetti pubblicitari che mi sentivo risuonare in testa. E intanto
Jake tirava il motore al massimo, arrivando a piantarsi
davanti allo stesso camion di prima. E sempre su un dosso o
prima di una curva, oppure con un'auto che ci veniva incontro
sull'altra corsia. Lui bestemmiava. Io continuavo a masticare.
Ho il dono di sapermi adattare. Non dovevo fare altro
che fingere di trovarmi su un grande nastro trasportatore, che
attraversava liscio e lento una campagna piena di cartelloni
pubblicitari, una settantina di centimetri dietro un camion
carico di falciatrici da giardino.
Per pranzo ci fermammo in una tavola calda, ai margini di
una citt imprecisata. Ma  tutto il mattino che mangiamo,
protestai. Io non ho fame.
Non fa nessuna differenza. Sono io che devo riposare.
Dovunque guardassimo si vedevano fabbriche e cimiteri di
automobili; il ristorantino se ne stava acquattato su un nastro
di cemento talmente angusto da far pensare che qualcosa se lo
fosse smozzicato tutto. All'interno era una festa di alluminio
e di vinile screziato d'oro, prossimo all'invecchiamento. L'unico
cliente oltre a noi era un adolescente che mangiava un
hot dog. La cameriera era una donna dal viso severo, sicura
colonna della sua chiesa, con un paio di occhiali dalla montatura
in metallo. Mentre prendeva l'ordinazione di Jake torse
gli angoli della bocca verso il basso: tutto alla griglia, unto, salato.
(Ormai avevo cominciato a imparare i suoi gusti alimentari.)
Per me soltanto un caff, dissi. La cameriera si lasci
sfuggire uno sboffo e se ne and impettita.
Quando se ne fu andata allungai la mano verso lo sgabello
accanto a me, da dove presi un giornale. Usato, ripiegato malamente,
ma non c'era altro. Vuole che le legga le barzellette?
chiesi a Jake. Lui esib un'espressione furente. Io risposi
con una scrollata di spalle. Quindi feci passare con la massima
attenzione tutta la prima pagina, e poi la seconda. Elezioni
primarie, costo della vita, contratti di lavoro... non una sola
parola su Jake e me. Eravamo usciti di testa alla gente, avremmo
potuto benissimo non essere mai esistiti. Il pubblico aveva
spostato la propria attenzione su argomenti di maggior rilievo.
Ero sbalordita. Jake invece no. Quando abbassai il
giornale non sollev nemmeno lo sguardo. Era troppo occupato
a riempirsi le tasche di bustine di zucchero.
Qui non ci siamo, gli dissi.
Eh? replic, guardandosi attorno.
Sul giornale. Non ci siamo.
E allora?
La cameriera port ci che avevamo ordinato. Io me ne rimasi
a sedere con lo sguardo fisso sul caff, senza toccarlo. Jake
si tir su le maniche della giacca e allung una mano a
prendere il sale. Quanto grano ha? mi chiese.
Grano?
Ho bisogno di saperlo.
 una cosa che non la riguarda, ribattei.
So che un po' ne ha. Gliel'ho visto nel borsellino.
Sono soldi miei, ribattei ancora.
Di solito dei soldi non me ne importa un fico secco, visto
che non ne ho mai, ma questa volta era diverso. Mi trovavo l
sola e dimenticata, piantata in asso da tutti quelli che avrebbero
dovuto essere impegnati a darmi la caccia, ed ecco che
questo sconosciuto cercava di portarmi via i miei ultimi mezzi
di sostentamento. Inoltre mi sentivo ferita nei miei sentimenti.
A dire il vero avrei preferito che fossero gli altri a pagare
per me. Potrebbe anche mostrare un po' di rispetto, dissi.
Senta, signora, ribatt lui. Cio, Charlotte. Questo viaggio
non viene a costare poco, se non altro per via della benzina.
Sto finendo i soldi. Di norma non mi passerebbe neanche
per l'anticamera del cervello di portare via qualcosa a un privato,
ma date le circostanze mi tocca chiederti di darmi il borsellino.
Finsi di non averlo sentito.
Diciamo che  un prestito, continu lui.
Non voglio fare nessun prestito.
Ti prego. Devo averlo. Che cosa credi, che quei miserabili
biglietti da un dollaro durino in eterno?
La cameriera gir la testa a gettarci un'occhiata. I suoi occhiali
mandarono lampi.
Tu mi uccidi, insistette Jake. Te ne stai l seduta ad ammazzarmi.
Aveva una voce bassa ma che tendeva a spezzarsi nelle note
alte. Capii che stava per fare una scenata. E io le scenate
non le posso soffrire. Quindi tolsi il portafogli dalla borsetta
e lo sbattei sul banco.
Ah! esclam lui.
Sette miseri dollaruzzi, dissi. Spero proprio che tu sia contento.
Ti do la mia parola d'onore che te li rendo, Charlotte. Ci faccio la croce.
S, figurati, ribattei.
E poggiai il mento sul pugno. Stavo l a meditare sopra il
caff, sbattendo gli occhi per il vapore. Quindi mi guardai attorno
in cerca dello zucchero, ma il contenitore metallico era
vuoto. Avrei potuto mettermi a piangere. Non c' zucchero! dissi.
Toh, tieni, replic lui, pescando una bustina dalla tasca.
Quindi l'apr e me la vers nel caff. Io mi rilassai sul sedile,
guardando la scena. Quando ebbe finito vi vers ancora un
po' di panna, agitando il tutto con un cucchiaino di plastica.
Bevilo, mi disse.
Mi sentii confortata. Non dovevo fare altro che sollevare la tazza, che era calda, pesante, solida. A tutto il resto si era provveduto. Come ci si prendeva cura di me.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Una volta che Saul e io fummo fidanzati, mia madre procedette
a qualche aggiustamento nel suo modo di pensare. Credo
che stesse in qualche modo escogitando il modo di tenerci
per sempre con lei. Prese a comportarsi in maniera pi cordiale
nei confronti di Saul. Si fece pi vivace e bisogn portarla a
vedere i vestiti da sposa. Disse che covava nel cuore il desiderio
di assistere a un vero matrimonio in chiesa. Saul replic
che per lui andava bene. Nessuno di noi apparteneva a una
qualsiasi confessione religiosa, ma perch stare a sottilizzare?
Io mi lasciai trasportare dagli eventi. Sentivo a mani e piedi
una piacevole sensazione di peso che mi costringeva a muovermi
con inusuale lentezza. Anche se di quando in quando
mi capitava di tirarmi a sedere con il cuore che martellava. Lo
sto veramente facendo? mi chiedevo. Ho intenzione di andare
fino in fondo? Che cosa avr mai in testa? Al che per mi
liberavo la testa da qualsiasi pensiero. I muscoli mi si scioglievano,
venivo ripresa dalla sensazione di quel peso.
Adesso, quando facevo una foto rimanevo talmente a lungo
immobile dietro la macchina da far sorgere un interrogativo
circa chi si intendesse tramandare ai posteri sotto conserva:
il cliente o me stessa? La sera, seduta accanto a Saul, cercavo
riparo sotto il suo braccio e me ne rimanevo l ad ascoltarlo
elaborare progetti per la nostra vita in comune. Voleva
sei figli. Io pensavo di non poterne avere (considerandomi
erede, senza nessun motivo logico, della non-gestazione e della
falsa figlia di mia madre), ma annuivo lo stesso. Mi immaginavo
sei bimbetti bruni, indistinguibili l'uno dall'altro, tutti
con il naso diritto di Saul, tutti attaccati alle mie gonne. Immaginavo
me stessa diventata di punto in bianco vivace, generosa
e calorosa come Alberta. La mia vita angusta, raggrinzita,
che si apriva come un fiore. Non dovevo fare altro che
cedere. Tranquilla. Mi lasciai guidare da lui. Accettai tutto.
Era un piacere tale che mi sentivo placida e sonnacchiosa come
una gatta al sole.
Finch la mamma dichiar che nei negozi di abiti nuziali
non c'era niente di adatto, per cui si mise a prepararmene lei
uno in casa. Raso bianco, collo alto, maniche con i bottoni.
Con ogni evidenza non pensava che il matrimonio potesse
avere luogo d'estate. Si era ormai quasi in giugno. I soldi di
Saul cominciavano a scarseggiare. E lui non aveva ancora scoperto
che cosa volesse fare. Mentre l'unica cosa che volessi
fare io era andare a letto con lui, il che per andava contro le
sue convinzioni. Aveva saltato la cavallina abbastanza, diceva,
e adesso era in cerca di una casa, di una famiglia, di una
vita regolare. E non mi avrebbe sposato finch non avesse
trovato un lavoro: tutto doveva essere perfettamente a posto.
Per me avrei preferito sposarmi sui due piedi, ma non stetti a
discutere. In preda a questo mio nuovo stato d'animo, mi limitavo
a rispondere sorridendo. Mani e piedi mi si facevano
sempre pi pesanti giorno dopo giorno, gli occhi avevano assunto
la luminosit perlacea di una persona in trance.
Finch Saul prese un autobus per il Colorado. Andava a
trovare un ex commilitone, disse. Dovevano parlare di formare
una certa societ. Forse una bottega dove potessero fare
qualcosa di manuale. Mi chiese di tenere le dita incrociate.
Secondo lui avremmo potuto sposarci in giugno.
La sua assenza fu terribile. Mi parve di essermi svegliata da
un lungo sogno ovattato per rendermi conto della mia vera situazione:
di nuovo senza amici, pallida, diversa dagli altri,
tutta sola con mia madre, circondata da mostruose piante in
vaso pi alte e vecchie di me. Alberi della gomma e palme cinesi
che non mettevano una foglia nuova da quando ero nata.
Ammuffite collezioni di classici che ci osservavano da dietro i
vetri della libreria, dolcetti impolverati in vassoi con il piedino.
E la mamma di nuovo piena di ansie a causa di questo
viaggio, che si crucciava, borbottava e lasciava andare in malora
il mio abito nuziale sul manichino in sala da pranzo. Stavo
veramente valutando l'opportunit di andare cos lontano?
mi chiese. L'avrei portata con me?
Io non stavo valutando l'opportunit di andare da nessuna
parte, assolutamente nessuna. E comunque non l'avrei portata
con me.
Mi trasferii nella camera di Saul. (Per la mamma fu un colpo.)
Lui ci conservava un sacco di cianfrusaglie, che per se
non altro erano piene di vita. Tutte le sue cose militari mandavano
un sentore di salato e selvatico. Il poco che aveva salvato
dalla casa di Alberta - una cassetta per gli attrezzi verde,
in metallo, e due fucili da caccia - sembrava volersene stare
sulle sue. Me ne rimanevo l per ore con lo sguardo fisso su
una foto di gruppo in cui si vedevano Edwin, i quattro bambini
e una torta di compleanno. Al centro, un riquadro tagliato
via. Dormivo nel suo duro letto ripiegabile, mi drappeggiavo
nel suo accappatoio di spugna e di quando in quando infilavo
i piedi in un paio di scarpe sue. Ma introdursi nella sua
vita continuava a sembrare impossibile. Ciabattando qua e l,
trascinandomi dietro quindici centimetri di troppo di manica
in spugna, mi portavo alla finestra per fissarmi nella memoria
la vista che da l godeva lui: la casa di Alberta, ormai senza
vetri e privata del tetto. Aprivo il suo armadio tanto per respirare
nei suoi indumenti. Una volta arrivai fino a portarmi
alla spalla uno dei fucili, appoggiando la guancia al legno oliato
del calcio. Fissando lo sguardo di un solo occhio lungo la
canna bluastra, appoggiando il dito su un grilletto non pi
complicato del pulsante di una macchina fotografica, mi era
facile immaginare di sparare a qualcuno. E il logico completamento
dell'azione: una volta presa la mira, come si pu resistere
all'impulso di arrivare fino in fondo?
Saul rimase via dieci giorni, ma torn senza avere concluso
niente. L'amico non gli piaceva veramente come gli sembrava
di ricordare. Ma fatto sta che in un modo o nell'altro non erano
sembrati andarsi a genio. Preferiva continuare a cercare.
Ad aspettare qualcosa di giusto.
Quella sera mi misi una vestaglia vaporosa e aspettai di
sentire la porta della mamma che si chiudeva. Dopo di che
raggiunsi furtivamente nel buio il sentore salato della sua camera,
il suo letto ripiegabile, la sua finestra che incorniciava
la visione della luna e della cadente casa di Alberta.
Il mattino dopo lui disse che forse era il caso di procedere
comunque al matrimonio.
Comunque il matrimonio non fu in giugno. Ci sposammo in
luglio. Questo perch ci tocc frequentare la chiesa del Santo
Fondamento per un mese prima che il locale pastore ci sposasse.
Al Santo Fondamento, un posto tutto battesimi per immersione
totale e fiamme dell'inferno, un tempo Edwin
Emory era stato fabbriciere, per cui a Saul era venuto in mente
che gli sarebbe piaciuto sposarsi l. Be', io non appartenevo
ad alcuna chiesa e non ero assolutamente religiosa in nessuna
forma, mentre la mamma aveva piantato in asso i metodisti di
Clarion una ventina di anni prima a causa di un insulto che le
era incidentalmente arrivato all'orecchio. Cos per quattro
domeniche di fila ce ne andammo al Santo Fondamento, con i
suoi falsi mattoni a vista disegnati sulla tappezzeria e il suo
soffitto di legno affumicato, a cantare inni scarabocchiati su
un tabellone che avevamo davanti al naso, mentre il reverendo
Davitt se ne stava l a borbottare e salmodiare, con il suo
naso a becco e la sua veste nera, aggrappato al pulpito quasi
temesse per la propria vita. Saul e io ci andavamo a sedere
nelle primissime file (volevamo essere notati). Di conseguenza
venivamo a trovarci in una posizione tale da poter osservare
le lacrime delle persone che avevano preso posto nella panca
dei pubblici penitenti, nonch lo sbattere delle loro palpebre
quando sollevavano il volto in preghiera. Per che cosa
fanno penitenza? chiesi una volta a Saul mentre tornavamo
a casa. Per i loro peccati, rispose lui.
E allora perch non la chiamano panca dell'esultanza, replicai,
visto che ci vanno per tornare a nuova vita?
S, per prima devono pentirsi per i loro atti passati.
Tu ne sai certamente moltissimo, dissi.
Be', s, ci sono stato sulla panca dei penitenti.
Ci sei stato?
Certo.
E sei stato... salvato?
Salvato, pentito e immerso nel lago di Clarion, mi rispose.
Prima di andare a militare.
Non potevo crederci. Il resto della camminata fino a casa la
feci in un silenzio totale. Non avevo mai davvero capito
quanto fosse profondamente diverso da me.
La mamma non la finiva mai di prepararmi il vestito. Arrivai
a sospettare che lo scucisse ogni notte. Per cui il giorno prima
del matrimonio le dissi: Senti mamma, per me  lo stesso anche
se mi sposo con addosso la mia vecchia sottoveste di pizzo.
Voglio dire, il fatto di non portare quel vestito non impedir
certamente le mie nozze. Lei allora si mise all'opera di
lena, cucendo tutto il pomeriggio e facendomi mettere in piedi
sul tavolo della sala da pranzo per appuntarmi l'orlo. Io girai
lentamente su me stessa, come la sposina di un carillon.
Lei intanto blaterava senza tregua della porcellana di nonna
Debney che doveva passare a me, ma io l'ascoltavo soltanto a
met. C'era qualche minimo filo di malinconia che mi agitava
la mente, come una marionetta.
Poi andammo nello studio, dove io preparai la macchina fotografica
perch la mamma facesse una foto a Saul e me. Ci
mettemmo in posa impalati, come le coppie di una volta,
mentre lei chiedeva: Dov'? Dove devo tirare? Adesso come
faccio? Tocc poi a me fare una foto a Saul che la teneva
stretta con un braccio. Oh, no, per favore, non sono fotogenica,
disse lei, ma lui replic: Adesso lei fa parte della nostra
famiglia, mamma Ames, e quindi voglio la sua foto per
metterla nell'album di casa.
Sei stato gentile a comportarti in maniera tanto carina con
lei, gli dissi pi tardi.
Carina? chiese lui. Ma quale maniera carina? Io facevo
sul serio.
E capii che era vero.
Fu un matrimonio alla buona. Niente damigelle d'onore,
niente testimone dello sposo. (Saul avrebbe voluto che lo facesse
uno dei suoi fratelli, ma nessuno di essi era riuscito a venire.)
Alberta non me la lasci invitare, per cui vennero soltanto
la famiglia di mio zio e alcuni fedeli del Santo Fondamento
che avevano letto l'annuncio sul bollettino. Dopo di
che andammo a Ocean City con il furgone di mio padre, che
Saul aveva riparato e dipinto. Comunque non facemmo quasi
mai il bagno. Saul pass le giornate a camminare avanti e indietro
sulla battigia, mentre io me ne rimasi stesa sulla sabbia
tutta la settimana a recuperare anni di solitudine, a scaldarmi,
a scottarmi, ad abbronzarmi.
La data me la ricordo ancora. Il 14 luglio 1960. Un gioved.
Eravamo tornati da cinque giorni da Ocean City. Io ero nello
studio a rifilare un ingrandimento. La mamma stava lavorando
a maglia sul divano. Saul entr dalla porta con una busta
in mano. Disse che voleva parlarmi un momento.
S, certo, dissi.
Gi mi sentivo a disagio.
Lo seguii su per le scale fino in camera sua. Cio, la nostra,
ormai. Mi sedetti sul letto stile impero. Lui si mise a camminare
avanti e indietro, battendosi la busta su un palmo. Sta'
a sentire quello che ho intenzione di dirti, attacc. Io deglutii
e raddrizzai il busto.
 da parecchio, continu, che continuo a chiedermi come
mai le cose siano andate in questo modo. Avere trovato
te, voglio dire, proprio in questo momento della mia vita. Oh,
certo, lo avevo deciso che una volta smobilitato avrei avuto
una moglie e una casa. Ma prima avrei dovuto essere in grado
di guadagnarmi da vivere. Per cui quel giorno che mi hai
aperto la porta, con addosso quel morbido golf scolorito... Insomma,
mi sarebbe piaciuto sapere perch proprio in quel momento.
Quando non avevo ancora i mezzi per mantenerti e
nulla di sicuro da offrirti. Non poteva succedere pi tardi?
Poi ho cercato di convincermi che era meglio lasciarti perdere,
ma non  stato possibile. Be', Charlotte, adesso la risposta
l'ho trovata. So il perch.
Smise di andare avanti e indietro e, voltatosi, mi sorrise,
dall'alto. Mi sentii pi perplessa che mai. Davvero? chiesi.
Charlotte, rispose lui, sono stato chiamato a predicare.
Sei stato... che cosa?
Non capisci? Cos sono andate le cose. Se non ti avessi incontrato
non sarei tornato alla Chiesa del Santo Fondamento,
e di conseguenza avrei rischiato di non scoprire mai quello
che dovevo fare. Adesso  chiaro.
Be'. Ero talmente stupefatta da non riuscire nemmeno a
respirare. Voglio dire, non ero preparata a una cosa del genere,
nulla che fosse successo fino ad allora me lo aveva neanche
minimamente fatto pensare. Ma... ma, Saul..., dissi.
Lascia che ti spieghi come ci sono arrivato, riprese lui.
Ti ricordi quella domenica che ho aiutato a mettere via gli
innari? Ne ho portato uno scatolone in cantina. E per farlo
sono passato davanti all'aula della scuola materna che frequentavo
da piccolo. Lo stesso linoleum azzurro e le stesse
canne su cui continuavano a dirci di non dondolare. E in quel
momento ho sentito una canzone. Io e i miei tre fratelli che
cantavamo L'amore mi ha innalzato. Te lo giuro. Mi credi? Le
nostre voci, tali e quali, non avrei mai potuto sbagliarmi. Sono
rimasto l a bocca aperta. Sentivo persino quella pronuncia
blesa che poi Julian ha perso quando ha messo i denti nuovi.
Abbiamo cantato due versi e poi sul terzo la nostra voce si 
affievolita, andando a svanire lentamente.
No, scusa, un momento protestai. Tutti e quattro insieme?
Nell'aula dell'asilo? Ma  una cosa che non pu mai essere
successa. C' troppa differenza di et.
S, non  una cosa del tutto logica, convenne lui.
Assolutamente, dissi io.
Secondo il reverendo Davitt, comunque, si tratterebbe di
un'esperienza di natura religiosa.
Il modo in cui formul la frase non mi piacque. Certe parti
del suo corpo cominciarono ad apparirmi tipiche di un pastore,
persino la sua struttura ossea, l'eco della sua voce, lo
sguardo placido che si sarebbe anche potuto considerare di
sufficienza, a pensarci adesso. Come mai non l'avevo notato
prima? Ero troppo occupata a cogliere altri messaggi, ecco
perch. Non avevo avuto neanche un barlume di avvertimento.
Comunque tenni duro. Senti, Saul, dissi. Forse si trattava
di onde sonore disperse, o di qualcosa del genere. Ci hai
mai pensato?
Secondo il reverendo Davitt potrebbe trattarsi di una
chiamata. Ne abbiamo parlato diverse volte, replic Saul.
Lo guardai aprire la busta, con certe dita lunghe e brune
che si sarebbero con tutta facilit potute immaginare impegnate
a sfogliare le pagine di una Bibbia. Anche se non credevo
in Dio, in quel momento riuscii quasi a cambiare idea,
immaginandomene uno. Chi altri avrebbe potuto giocarmi uno
scherzo del genere? L'unico spazio pi ristretto di quella casa
era una chiesa. L'unica persona pi stramba di mia madre era
un fustigatore che minaccia le fiamme dell'inferno. Scoppiai
quasi a ridere. Fui presa da un vago interesse divertito per il
foglio di carta che estrasse dalla busta.
Ecco che cos' arrivato con la posta di oggi. Non ho voluto
dirtelo finch non l'avessi ricevuta, disse. Una lettera di
ammissione al College Biblico di Hamden.
College Biblico? ripetei.
Oh, lo so che ci vogliono dei soldi. L'esercito non mi pagher
una scuola non riconosciuta. Un puro pregiudizio. Ma
senti i vantaggi. A Hamden sono soltanto due anni di scuola,
ed  a mezz'ora da qui. Potremo continuare a vivere con tua
madre! Io riaprir la bottega di radiotecnico del pap per pagarci
la retta. Perch ormai so di essere destinato a rimanere
qui a Clarion, Charlotte. L'ho scoperto.  ci che sono chiamato
a fare. Capisci?
Io capivo soltanto ci che vedevo dalla sua finestra. Uno
spaccato della casa di Alberta. Tappezzeria a fiori, tubi di rame
che si attorcevano verso il cielo, un armadietto dei medicinali
spalancato e vuoto. Era chiaro: stavano abbattendo tutto
il resto del mondo. Non avrebbero lasciato in piedi che la
casa di mia madre. Mi stavano chiudendo in trappola l per
sempre, per tutti i lunghi e lenti giorni a venire della mia vita.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Viaggiammo per tutto un interminabile pomeriggio, attraverso
zone che sembravano avere subito un deterioramento. Baracche
cadenti e case non imbiancate, bestiame macilento reclino
sulle staccionate. Dove diavolo siamo? chiesi.
In Georgia, rispose Jake.
In Georgia?
Raddrizzatami sul sedile, mi guardai attorno. Non avrei
mai immaginato di trovarmi in Georgia. Comunque non c'era
un granch da vedere. Be', dissi, sai cosa penso? Penso che
andr di dietro a farmi un pisolino.
No, ribatt lui.
Perch?
Non ho nessuna intenzione di vederti filare via. Potresti
aprire la portiera dietro a me e tagliare la corda.
Ma santo cielo! esclamai. Mi sentivo insultata. Perch
dovrei fare una cosa del genere? Voglio semplicemente farmi
una dormita. Bloccala quella portiera, se vuoi.
Non si pu.
Procurati un'altra catena da qualche parte.
Gi, cos mi chiudo dentro anch'io.
Potresti tenerti una chiave. Trovare uno di quei...
Dacci un taglio, Charlotte.
Rimasi in silenzio per un po'. Esaminai i cartelloni pubblicitari.
Finch dissi: Dovresti smetterla con questa storia dei
lucchetti, sai?
Ti ho detto di darci un taglio.
Andai in cerca di una radio, di cui non c'era nemmeno
l'ombra. Aprii il cassetto del cruscotto per verificare che cosa
ci fosse dentro. Carte stradali, una torcia elettrica, sigarette e
altre cose noiose del genere. Lo chiusi sbattendolo. Poi: Jake,
dissi.
Hmm.
Si pu almeno sapere dove stiamo andando?
Lui mi gett un'occhiata. Adesso, me lo chiedi? Stavo cominciando
a pensare che ti mancasse qualcosa.
Che mi mancasse qualcosa?
Una rotella, un venerd, roba del genere. Questo fatto di
non esserti chiesta prima dove eravamo diretti.
Be', non pensavo assolutamente che avessimo una meta,
replicai.
Credevi che tutta questa corsa in macchina la stavo facendo
per divertimento?
Dove stiamo andando, Jake?
A Perth. In Florida, rispose.
Perth?
 l che vive Oliver. Il mio amico del riformatorio.
Ah, Oliver.
Vedi, sua madre si  trasferita l per tenerlo fuori dai guai.
Ha aperto un motel.  vedova. Non ha mai avuto una gran
simpatia nei miei confronti, quindi Oliver l'ha portato alla
larga da me. Adesso per andiamo a trovarlo, ma prima facciamo
una tappa a Linex, in Georgia.
E prese a frugarsi nelle tasche. Finch ne tir fuori un pezzo
di carta di block notes, che mi porse. Che cos'? chiesi.
Leggilo.
Apertolo, ne lisciai le increspature. Era stato scritto con
una matita a mina dura, di quelle che segnano l'altra superficie
della carta. I puntini delle i erano rappresentati da tanti
cuoricini belli grassi.
Caro Jake,
per favore, tesoro, vieni a prendermi presto! Qui  come
una prigione. E tanto che ti aspetto. Non hai ricevuto la mia
lettera? Ti ho chiamato a casa, ma tua madre mi ha detto che
non sapeva dove fossi. Vuoi che tuo figlio nasca in galera?
Ti amo! Baci!
Mindy
La lessi due volte. Poi guardai Jake.
Insomma,  un'idea che non posso sopportare.
Che cosa?
Che mio figlio nasca in galera.
Perch  finita in prigione, questa ragazza?
Non  in prigione,  in una casa per ragazze madri.
Ah, capisco, dissi.
Sua madre  un demonio. Un vero demonio. L'ha mandata
in questa casa che  gestita dalla sua chiesa, senza farmi sapere
un solo bah finch l'ha impacchettata e spedita via.
Mindy  una mina.
Ci misi un po' a capire. Sulle prime pensai intendesse dire
che lavorava in una miniera. Vidi aprirsi ai miei piedi un sontuoso
mondo nero, sotterraneo, dove ciascuno aveva un grosso
problema, drammatico. Ma mi sentii troppo pallida per entrare
a farne parte, per cui mi ritrassi, piegando per bene la
lettera. Insomma,  troppo giovane per poter dire la sua,
continu Jake, ma io, pur avendo finalmente capito, continuai
a immaginarmela in un posto oscuro. Non ha neanche
diciassette anni. Comunque secondo me avrebbero dovuto lasciare
che fosse lei a decidere, e anch'io. Voglio dire, sono ormai
tre anni che stiamo insieme, tra alti e bassi.
Come? esclamai. Un momento! Tre anni?
Ne aveva quattordici, rispose lui, ma era molto sviluppata.
Non ho mai sentito una storia del genere.
D'accordo, signorina Schizzinosis, ma non  stata colpa
mia.  stata lei a fissarsi con me. Mi ha puntato e non mi ha
mollato pi. Abitava appena pi avanti di dove stiamo io e
mia madre, Statale Quattro, appena fuori Clarion, sul fiume
Pimsah. Sai dov'? Ci conoscevamo un po' da qualche anno,
ma non avevamo mai parlato. Poi una volta  venuta con i genitori
a vedere questa gara dove per caso correvo io. E ho vinto.
Credo che la cosa ai suoi occhi mi abbia fatto diventare
una specie di eroe. Da quel momento ha cominciato a seguirmi,
a telefonarmi, a portarmi i panini e le birre che aveva fregato
al pap. Che poi  Darnell Callender. Il padrone di una
rosticceria. Pu darsi che ne hai sentito parlare. Ha sempre in
testa un panama. Insomma, sulle prime ho pensato che era
troppo giovane, e oltre a tutto non mi piaceva neanche. Ma
sembrava che fosse impossibile scrollarsela di dosso. Ce l'avevo
sempre intorno, e quando la cacciavo via non si offendeva.
Anzi, se ne andava sorridendo. E poi io stavo male. Era soltanto
una bambina, sai com'. Era estate e portava quei sandali
con i legacci, roba dall'aria fragilissima. Finch mi  sembrato
che insomma, va be', potevo anche cominciare a uscire
con lei.
Ma non siamo mai stati, come dire, regolari, continu.
Spesso mi vedevo con altre ragazze e roba del genere. Mi
chiedevo: "Come diavolo avr fatto a impegolarmi con questa
Mindy? Che senso ha?" Chiacchierava troppo, e sempre di roba
di cui non mi interessava niente. Certe volte mi sembrava
cos noiosa che quando l'avevo intorno quasi mi mancava l'aria.
Ma altre volte mi diceva delle cose cos precise che capivo
che mi osservava, che mi capiva, non so se mi spiego. E allora
pensavo: 'Questa dovr per forza avere un legame con me'.
Non amore, voglio dire. Un'altra cosa, ma che cosa? Peggio
ancora. Pi difficile da rompere. Come se dovessimo starci
addosso, fare qualcosa insieme, non so. Giuro: mi ha fatto
quasi diventare matto. Poi ogni tanto mi dicevo: "Ma dai", mi
dicevo, "non  che un impiccio. Non  il caso di andarsi a impegolare
in questo modo". E allora ci lasciavamo. E come
sempre lei se ne andava tutta sorridente. Dopo di che eccola
di nuovo l, sempre intorno, finch finivo con il trovarmi incastrato
come prima. Hai capito?
Annuii. Capivo come potesse andare una storia del genere,
me la vedevo precisa davanti agli occhi, ma fino a quel momento
non avrei mai immaginato che potesse capitare a lui.
L'autunno scorso mi chiama al telefono. E mi dice che 
incinta. Una bella botta: in quel momento era una delle tante
volte che ci eravamo lasciati. Era da agosto che non stavamo
neanche vicini. Di solito con lei cercavo di evitare, ma sai com'
certe volte. E devo proprio dire che parecchio  dipeso da
lei. Molto. Voglio dire, era lei che... Insomma, eccomi l. Fregato.
Che cosa potevo fare? Era successo tutto in un lampo.
Be', se mi scriveva una lettera, magari mi dava il tempo di
pensarci su. Ma no, quella l va a telefonarmi. "Sto per avere
un bambino, Jake." Contenta come una Pasqua. "Penso che
sia il caso di sposarci", mi fa.
Sono stato preso alla sprovvista, ecco che cos'. Se avessi
avuto il tempo di pensarci le avrei detto: "Sta' calmina,
Mindy. Vediamo di trovare un altro modo per uscirne". Invece
ero troppo sorpreso. Cos le ho detto: "Sei andata via di testa?
Ti girano le rotelle al contrario? Credi veramente che mi
sposerei? Che mi farei incastrare a fare il bravo maritino?" le
faccio. "E sposare proprio te, poi." Dopo di che ho sbattuto
gi il telefono. Ero nero. Ma lo so che questa storia avrei dovuto
affrontarla meglio di come ho fatto.
Eri semplicemente confuso, dissi.
A dire il vero non avevo intenzione di mettermi dalla sua
parte in quel modo. Ma mi aveva commosso il modo teso, disperato,
in cui teneva le mani serrate sul volante. Le unghie
smozzicate mi riempivano di pena. Avrei detto lo stesso anch'io,
continuai.
Mah, replic lui. Passano un paio di settimane, un paio
di mesi, e comincio a essere in pensiero. Non l'avevo pi vista.
Cominciavo ad accorgermi che non l'avevo pi intorno.
Ed ecco che nella mente mi cominciano a comparire certe immagini.
I fazzoletti coloratissimi che si metteva intorno alla
fronte, per esempio. Il modo in cui l'avevo sempre dietro
quando andavo a fare i miei numeri, e come batteva le mani
quando avevo finito. Come se fosse davvero una bambina,
capisci? Sempre l a canticchiare, a saltellare, a tenermi la mano
passeggiando... E allora ho cominciato a chiedermi come
diavolo se la passava con quel demonio di madre che ha. Oltre
a tutto, la nostra storia i suoi non l'avevano mai presa
troppo bene. Quindi ho pensato: "Be', se non altro potrei cercare
di darle una mano.  vero che non gliel'ho chiesto io, ma
non voglio comunque sentirmi colpevole". Voglio dire, io non
sono mica un mascalzone. No?
No, no, certo, convenni.
Allora ho telefonato a casa sua. Sua madre mi fa: 'Troppo
tardi, Jake Simms'. Insomma, mi ci sono volute tre settimane
per rintracciarla. Mi  toccato chiedere notizie a suo cugino
Cobb. Dopo di che le ho scritto una lettera. Volevo sapere se
stava bene, se aveva bisogno che le mandavo qualcosa. E lei
mi ha risposto: "Ho bisogno soltanto di tagliare la corda da
questo posto. Fammi il favore di venire a prendermi".
Potevo benissimo farlo. Ma c'era un problema. Una volta
portata via, dove la mettevo? Se fosse stata appena appena un
po' pi grande avrebbe potuto avere un'amica sposata, o roba
del genere, da cui andare a stare, ma cos com'era non credevo
che ce l'avesse. Conclusione: ho deciso che l'avrei portata
in Florida, dove avrei cercato O.J. Sai, siamo sempre rimasti
in contatto. Mi manda questi auguri di Natale. E a me viene
spesso da pensare a lui e a questo fatto che non appena lo ficcano
in gabbia, comunque sia, lui si mette a leggere.
Ho pensato che Mindy poteva rimanere in Florida finch
il bambino nasceva, dopo di che l'avremmo dato in adozione.
Non credo comunque che come madre sarebbe un granch.
Poi lei poteva tornarsene indietro e io magari restavo l in
Florida. Da quelle parti fanno delle ottime gare. Magari Oliver
e io potevamo andare ad abitare insieme, come una volta.
Ma per andare in Florida bisogna avere i soldi, no? Mentre
io non avevo niente. Ero disoccupato. Questo carrozziere
dove andavo ogni tanto a lavorare mi aveva licenziato in maniera
scorretta. La stagione delle gare era finita e comunque
non mi era andata un granch bene. Quindi mi toccava starmene
l a ciondolare per casa. Mi alzavo tardi, pescavo qualcosa
nel frigo e guardavo la TV. Sceneggiati. Sport. Gente che
vince mille lattine di cibo per gatti, oppure un letto fatto a
cuore, e tutto quello che viene in mente  come diavolo faranno
a trovare delle lenzuola che vadano bene. Roba del genere.
Io sono sempre stato il tipo che spende tutto quello che ha, e
quindi non avevo un risparmio. Non potevo neanche dare
una mano per quello che consumavo in casa. Un brutto momento.
E gli amici? Una volta si poteva farsi prestare qualcosa,
ma, non so, da qualche tempo sembra che si siano sposati tutti.
Via! Lo hanno fatto diversi dei miei amici migliori, pi duri.
Roba da matti. Piantarmi l solo soletto, e si sa benissimo
quanto poco grano abbia da prestare un uomo sposato. Sembra
che siano sempre l a risparmiare per comperarsi un grill
automatico o roba del genere. In quell'ambiente non c'era
niente da sperare.
Be', lo sai che cosa ho fatto? Sono andato da mio cognato,
Marvel Hodge. Il gestore della Marvelous Chevrolet. Sono sicuro
che ne hai sentito parlare. Ogni volta che nello spettacolo
della sera tardi, alla TV, succede qualcosa, fanno un'interruzione
ed ecco che compare lui, con il suo faccione e i suoi
boccoli, tutto un sorriso, che ti molla una manata su un parafango.
Perch mia sorella lo abbia sposato, non l'ho mai capito.
Personalmente non posso neanche vederlo.
Comunque sono andato da lui. Sono andato a trovarlo
con la vecchia Ford della mamma. (Le avr mai dato una Chevrolet
gratis? Macch. Neanche una di seconda mano.) L'ho
trovato nel piazzale, che faceva il fesso con alcuni clienti con i
suoi modi allegri. "Marvel", gli ho detto, "avrei bisogno di parlarti
un momento."
E lui mi fa: "Forza, parla".
L davanti a tutta quella gente. Eh, gi.  fatto cos, lui.
"Marvel", gli ho detto, "anche se pi o meno dovresti essere
mio parente, non sono cos stupido da chiederti un regalo o
un prestito. Ho un bisogno disperato di soldi, ma non ho intenzione
di chiedertene. Piatto piatto: voglio semplicemente
un lavoro. Tanto per rimettermi a galla", gli ho detto. "Lo sai
benissimo che quanto ad automobili sono pi in gamba di tutti
e tre i tuoi meccanici. Che cosa ne pensi?"
Lo sai che cosa ha fatto?  scoppiato a ridere. Si mette a
ridere e muove la testa qua e l. Di fronte a questi clienti.
Un'intera famiglia, padre, madre, due ragazzine e una specie
di zio o qualcosa del genere. "Ragazzi", fa, "si dovr sentirne
ancora? Un lavoro, dici? Dare un lavoro a Jake Simms, che
non  mai stato alla larga dai pasticci fin dal giorno in cui 
nato. Dovrei proprio essere un fesso integrale."
Devo dire che sono riuscito a mantenere la calma. "Marvel",
gli ho detto, "in giovent posso anche avere fatto un paio
di cosette sbagliate, ma tu non hai nessun diritto di farmele
pesare. Ormai sono un uomo adulto, e i pasticci in cui vado a
finire al massimo sono che il sabato sera ne bevo uno o due di
troppo. Mi faresti un grosso piacere se volessi ripensare a
quello che hai detto."
"Adulto?" fa lui. "Adulto? Dubito che sar ancora qui il
giorno in cui tu diventerai adulto", fa. "Fila, ragazzo, lasciami
in pace con questa brava gente."
Insomma, io sono rimasto calmo ancora una volta. Me ne
sono tornato alla mia Ford senza dire una parola. Mi pareva
di stare per scoppiare, ma ho tenuto il becco chiuso. Sono
montato, ho messo in moto, ho raddrizzato lo specchietto retrovisore
come se stessi preparandomi a fare marcia indietro.
E poi invece sono partito in avanti. Chiss com' successo.
Voglio dire: avevo intenzione di farlo, ma non lo sapevo che
l'avrei fatto. Sono entrato sparato nel piazzale delle macchine.
Lui  schizzato via come una molla sulla sinistra, i suoi
clienti idem sulla destra. Ho preso in pieno una Bel Air nuova
di zecca, le ho fatto fuori tutta la fiancata destra. Poi, messa
la marcia indietro, sono andato a sbattere contro una Vega. E
via che ho tirato diritto contro tutta la fila di auto che c'era l,
sfasciando tutto quello che mi capitava davanti. Parafanghi
che si accartocciavano come carta, paraurti che si stortavano,
portiere che saltavano via... Che bellezza, ogni volta che andavo
a sbattere contro qualcosa! Crac! Sbam! Con tutti che
saltellavano qua e l come ossessi, strepitando. Certo, anche
la mia macchina si  scassata un po', ma non quanto si potrebbe
pensare. In realt credo che avrei potuto portarla a casa, se
non mi fosse venuto in mente di andare a sbattere frontalmente
contro una Monza. Sai, nelle gare, di scontri frontali
non se ne fanno. Le regole non lo consentono. Quindi mi ha
preso questa voglia matta. Gli sono andato addosso frontalmente,
ed eccoti l tutt'e due le macchine ridotte a una fisarmonica
sola. Dopo di che sono saltato fuori il pi in fretta
possibile, ma sono stato beccato sul piazzale da tre della polizia.
Scoppiai a ridere. Jake mi lanci un'occhiata, quasi si fosse
dimenticato della mia presenza.
Poi mi sono saltati in testa tutti, continu. Persino la
mamma. Tutti l a chiedermi come mai avevo perso la calma.
Mentre io continuavo a spiegare che in realt non l'avevo
persa affatto, perch se l'avessi persa sul serio avrei potuto
mettere sotto anche Marvel e i suoi clienti.
Persino in galera sono rimasto calmo, cercando in tutte le
maniere di non scappare. Vedi, avevo deciso di comportarmi
con buon senso. Me ne sono rimasto bello come il sole ad
aspettare il processo. Nessuno di mia conoscenza aveva voluto
pagare la cauzione, e la mamma era completamente al verde.
Quindi mi  toccato restare dentro. Non  stato facile.
Ogni tanto mi venivano questi strani attacchi di sudore che
mi riempivano di formicolii in nove decimi del corpo, eppure
sono riuscito a evitare di tagliare la corda.
Poi arriva questo avvocato d'ufficio, il quale dice che 
meglio se mi dichiaro colpevole. Non c' altra soluzione, mi
fa. Io gli ho ribattuto che cos facendo avrei dichiarato il falso.
Ero stato costretto a distruggere quel posto. Non avevo
altra scelta. Marvel Hodge mi aveva praticamente obbligato.
"E sarei colpevole?" ho chiesto. "No, caro signore, io ho tutte
le intenzioni di dichiararmi innocente." Siamo andati avanti a
discuterne un bel po'. E intanto il tempo passava. Capirai che
ogni giorno serviva a stiracchiarmi un tantino oltre il punto di
rottura. Eppure continuavo a tenere duro. Duro.
Poi, il giorno prima del processo la mamma mi ha portato
questa lettera. Era l'unica persona che veniva a trovarmi.
Mia sorella Sally non mi parlava pi. E naturalmente Marvel
non si  mai fatto vivo. D'altra parte, se lo avesse fatto l'avrei
accoppato. Sarei saltato fuori dalla cella e l'avrei ammazzato.
La mamma mi ha portato questa lettera di Mindy, quella
che ti ho fatto vedere. Con su l'indirizzo di casa mia. Evidentemente
Mindy non sapeva niente del pasticcio in cui mi trovavo.
Sua madre, o non lo sapeva o non le aveva trasmesso la
notizia, anche se mi pare strano che si sia lasciata scappare
l'occasione. Comunque sia, ecco l questa lettera, in cui mi si
chiedeva se volevo che mio figlio nascesse in prigione. Mi 
sembrato di impazzire. Ho dato fuori. Com' possibile che in
questo mondo ci siano tutti questi modi per mettere in gabbia
un essere umano? Non c'era verso che potessi starmene l calmo
e tranquillo a lasciare che succedesse una cosa del genere.
Il mattino dopo vengono a prendermi per portarmi in tribunale,
e in Harp Street ho tagliato la corda, portandomi via
la pistola di un poliziotto. Un gioco da bambini. Quando uno
 diretto al processo, lo tengono meno d'occhio. Lo sanno che
si pensa al futuro, che si spera di essere assolti. Ma io no. Io
non avevo nessuna speranza. Ero, come dire, incastrato, fregato.
Tutti avevano un pregiudizio nei miei confronti. Lo sapevo
che l'unica speranza che mi restava era tagliare la corda.
Ma come ho fatto a sbagliare cos? Facendomi quella banca
pensavo di poter raccattare almeno un migliaio di dollari.
Dopo di che ero convinto che sarei stato libero come una farfalla.
Senza intoppi. Invece eccoci qui. Pare che tutto sia andato
a rotoli. Un errore a ogni passo, ogni due centimetri.
Ogni mossa che facevo era peggio della precedente.
Hai avuto sfortuna, dissi. Nient'altro. Prendila con filosofia.
E pensare, concluse lui, che tutto questo l'ho messo in
piedi per far vedere che non sono un mascalzone. Non sar da
ridere?
Verso la fine del pomeriggio arrivammo a Linex, che sembrava
formata da un'unica via molto ampia e deserta. Ci fermammo
davanti a un negozio di alimentari per servirci della
cabina telefonica. Questo posto che cerchiamo si chiama Casa
Dorothea Whitman, disse Jake, mentre sfogliava l'elenco,
che non era pi spesso di un opuscolo. Il suo dito tozzo scorreva
lungo le colonne. Aveva tenuto la porta aperta, cos che
alle sue spalle mi era dato di vedere nientemeno che un brulichio
di farfalle che costellava l'aria dorata. Avevamo veramente
viaggiato un bel po': ci eravamo lasciati alle spalle la
falsa primavera del Maryland per trovarne una vera. Guarda!
esclamai, e lui si volt di scatto verso la porta. Farfalle,
gli spiegai.
Vuoi lasciarmi lavorare?
Io non portavo pi l'impermeabile e lui si era aperta la lampo
della giacca. Ora mostravamo un nuovo strato di noi stessi:
due camicie bianche identiche. Chiusi sotto vetro come ci
trovavamo a essere, sotto gli ultimi raggi del sole, eravamo
entrambi coperti da un leggero velo di sudore come due piante
in una serra. A Clarion magari nevica, dissi.
Poco probabile, replic lui. Il dito aveva trovato il punto
giusto e l si era fermato. Casa Dorothea Whitman, disse.
Io faccio il numero e tu parli.
Perch io?
Non crederai che diano la linea a un uomo!
Non capisco perch non dovrebbero.
Be', non  il caso di correre rischi. Chiedi di Mindy Callender,
di' che sei sua zia, o qualcosa del genere.
Quindi infil una monetina da dieci centesimi e compose il
numero. Io mi premetti il ricevitore all'orecchio. Una voce
femminile rispose: Dorothea Whitman.
Mindy Callender, per favore, chiesi.
Un momento.
La linea parve andarsene e poi torn. Segu una pausa,
quindi una vocetta disse: Pronto?
Pronto. Mindy?
Chi ?
Io porsi il ricevitore a Jake. Ciao, disse lui, aprendo la
bocca in un largo sorriso. S, s, sono io. Sono qui. No, era
soltanto... Mah, io sto bene. E tu?
Quindi rimase in ascolto a lungo, con un'espressione che
era tornata a farsi seria. Mi spiace moltissimo, disse infine.
Davvero? Be', mi spiace... Senti, Mindy, ho bisogno di sapere
una cosa. Qualcuno ha per caso chiesto di me? Se sapevi
dov'ero? Sei sicura? No, non sono nei pasticci, piantala. Dimmi
soltanto dove devo venire per portarti via.
Io premetti la schiena contro il vetro della cabina, cercando
di fare spazio. Guardai le dita di Jake tamburellare sull'elenco
e poi immobilizzarsi. Perch no? chiese. Non  ancora
scuro. Sta' a sentire, Mindy, abbiamo come dire un po' di
fretta, e... Eh? Ma va'. Che dovrei farmene di una scala a
pioli?
Quindi rimase in ascolto un po' pi a lungo. S, be', disse
infine. La prima a sinistra dopo... Va bene. Va bene, ho capito,
non sono cos stupido. D'accordo. Ciao.
Quindi appese e si fece passare le dita nei capelli. Cacchio!
esclam.
Che cosa c'?
Prima dice che oggi non pu uscire, poi vuole che vada l
a mezzanotte per portarla via con una scala a pioli. Una scala
a pioli! Devo proprio dire che certe volte Mindy ... Dopo di
che, quando le dico di no, lei ribatte che allora magari ci vediamo
domani mattina alle sei. Per non sa. Che gioco sta facendo?
Secondo me una scala a pioli  una cosa un po'... rischiosa,
dissi.
Tu non conosci Mindy. E proprio il tipo di cose che le piace
di pi, replic lui. Mi sorprende che non pretenda di vedermi
arrivare a passo di carica in sella a un cavallo.
Lasciammo la cabina ed entrammo nel negozio di alimentari.
Jake prese un rasoio Gillette, un barattolo di schiuma da
barba, una bottiglia gigante di Coca e un sacchetto di patatine
fritte. Io, avvistato un freezer pieno di succo d'arancia, mi
sentii prendere da una voglia travolgente di berne un po', ma
lui ribatt che sarebbe stato un traffico allungarlo. Io pensai
che aveva veramente poca pazienza. Quindi lui si mise a incrociare
per le corsie, borbottando fra s e facendomi fretta
ogni volta che rallentavo. Su, su, non abbiamo a disposizione
tutta la notte.
A me invece pare proprio che ce l'abbiamo, ribattei.
Non  il momento di mettersi a fare i furbi, tagli corto
lui.
Una volta finito nel negozio di alimentari ci mettemmo ad
attraversare in auto Linex, che una volta tramontato il sole
aveva assunto una colorazione argentea. Andammo talmente
lontano da farmi chiedere se stessimo per caso andandocene
per sempre, piantando in asso Mindy. Secondo me sarebbe
stata un'ottima idea. (Persino il fatto di piantare in asso una
persona amata da un altro riusciva a riempirmi di una sorta di
gioia maligna.) Ma poi Jake rallent, mettendosi a scrutare il
bosco sulla destra. Dovrebbe essere da queste parti, disse.
Su un'insegna marrone di legno si leggeva incisa la scritta
campeggio tunsaquit. Svoltammo su una strada in terra battuta
e procedemmo in un subisso di sobbalzi, superando un
tabellone vuoto, un cesso pubblico e diversi bidoni della spazzatura.
Finch la strada fin. Jake ferm l'auto e si allung sul
sedile. Bene, tergiversai io.
Proprio: bene, mi fece eco lui.
Quindi abbass il finestrino. L nel cuore del bosco era gi
il crepuscolo. L'aria fresca, odorosa di funghi, ci colp in faccia
come una ventata di foglie umide. Lui torn ad alzare il finestrino.
Pensavo che avessero almeno qualche tavolo da
picnic, disse.
Potremmo magari provare un po' pi avanti.
No.
Mi tirai addosso l'impermeabile, mentre lui se ne stava l
immobile, tamburellando con le dita sul volante. Finch ficcai
una mano nel sacchetto delle provviste, aprendo le patatine
fritte. Ne vuoi un po'? chiesi. Lui scosse il capo. Io allora
ne presi una manciata, mettendomi a mangiarle a una a
una. Sono buone, gli dissi. Prova.
Non ho fame.
Se avessimo quel succo d'arancia, ci starebbero benissimo
insieme.
Di' un po', come facevamo ad allungarlo, qui in mezzo al
bosco? E poi dovevo fare attenzione ai soldi. Non ne abbiamo
quasi pi.
Se sei l che conti i soldi, perch hai comperato il rasoio?,
ribattei. Io avrei preferito il succo d'arancia.
E io invece preferisco farmi la barba, ribatt lui. Quindi
si raddrizz, dandosi una controllata al volto nello specchietto
retrovisore. Il nipote di Barbabl, comment, lasciandosi
ricadere. Se appena mi d un'occhiata, quella l taglia la
corda. Non posso fare a meno di radermi.
E io non posso fare a meno di mangiare un po' di frutta, replicai. Muoio dalla voglia. Credo che mi stia venendo lo scorbuto.
Vuoi darci un taglio? La pianti di ossessionarmi con questa storia?
La piantai. Mangiai ancora qualche patatina guardando il bosco. Una volta abituatami alla sua aridit - suolo scivoloso di aghi di pino, colori spenti dalla penombra -, decisi che era un posto piuttosto gradevole. Mentre lui era terribilmente agitato. Cominci a frugare nel sacchetto delle provviste.
Prese un po' di patatine, tir fuori la bottiglia di Coca, svitando il tappo e innaffiandoci tutti e due con uno spruzzo tiepido.
Accidenti, scusa, disse.
Non fa niente.
Prendine un po'.
No, grazie.
Se vuoi, continu, questa sera puoi dormire di dietro. Io ho in mente di starmene qui seduto a dare i numeri.
Va bene.
Non capisco come tu possa prendertela cos calma, comment lui.
Dimentichi, ribattei, che sono stata sposata.
Quindi ce ne rimanemmo l seduti a sgranocchiare patatine fritte e a guardare gli alberi farsi pi alti e neri a mano a mano che la notte avanzava.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Mio marito lo piantai per la prima volta nel '60, dopo un litigio
a proposito dei mobili. Dei mobili di Alberta, voglio dire,
che lui aveva messo in un magazzino, chiss perch, invece di
venderli insieme alla casa. Non eravamo neanche sposati da
un mese quando noleggi un camioncino, portandosi a casa
tutto quanto: la camera da letto traballante, il tavolo con il ripiano
di linoleum e le sue sedie consunte, le tende multicolori,
gli scialli, i vestiti... Per non parlare degli oggetti gi appartenuti
al suocero, tutte le attrezzerie e i costumi che il vecchio
aveva ammassato in sala da pranzo. Sulle prime pensai
che avesse in mente di metterli in vendita tutti insieme, o
qualcosa del genere. Certo non potevamo continuare a pagare
le spese di magazzinaggio. Invece poi fu chiaro che non aveva
alcuna intenzione del genere. Si tenne tutto, pezzo per pezzo.
La casa era gi zeppa di roba, per cui gli tocc mettere i mobili a ridosso uno dell'altro. Un tavolinetto da divano appoggiato
a un altro, un secondo divano schiena schiena con il primo.
Una follia. Ogni mobile con la propria ombra, con un fratello
siamese. Mia madre non parve affatto trovarla una stranezza
(ormai stravedeva per lui, pensava che non potesse mai fare
niente di sbagliato), ma io s. Se non voleva nemmeno aprire
le lettere di Alberta, che cosa se ne faceva dei suoi mobili?
Io ai tempi pensavo a lei tutti i giorni, avevo covato con gli
occhi per anni tutto ci che le apparteneva, ma questi non
erano che gli scarti. Se era riuscita a buttarli via lei, potevo
benissimo farlo anch'io. Saul, dissi, dobbiamo liberarci di
tutta questa robaccia. Non riesco a muovermi. Non respiro! Deve sparire.
Oh, un giorno o l'altro faremo una cernita, si limit a replicare.
Gli credetti. E continuai a inciampare in casse da imballaggio
piene di scarpine di raso e di stivali da cavallo, a escoriarmi
le tibie in quell'intrico di gambe di seggiola, sempre in attesa
che lui facesse qualcosa. Ma lui aveva cominciato a frequentare
il College Biblico ed era preoccupatissimo. Di sera
studiava, il poco tempo libero che gli rimaneva veniva dedicato
alla bottega di radiotecnico. Era chiaro che di quei mobili
si era completamente dimenticato.
A ottobre decisi di procedere da me a eliminarli. Lo riconosco:
lo feci a sua insaputa. Non chiamai l'associazione benefica
in un modo scoperto e chiaro, cos che potesse accorgersene,
ma eliminai le cose a poco a poco, a una a una, depositandole
accanto al bidone della spazzatura. Il camion passava il
mercoled e il sabato. Quindi il mercoled io misi fuori un comodino
e il sabato uno scaffale per i libri. Non potevo buttare
via pi di una cosa per volta perch il comune aveva messo
un limite alla quantit dei rifiuti. Questo mi riempiva di impazienza.
Di notte rimanevo sveglia a cercare di decidere che
cosa togliermi dai piedi la prossima volta. Una scelta difficilissima.
Il com? O il tavolino da divano? Una parte di me
avrebbe voluto procedere a eliminare le seggiole da cucina,
ma erano otto, per cui sarebbe stata una cosa lunghissima, di
settimana in settimana. Un'altra parte di me avrebbe voluto
andare dritta al divano, l'oggetto pi voluminoso che avessimo
in casa. Ma lui se ne sarebbe sicuramente accorto. O no?
Il suo atteggiamento si era fatto affettuoso ma distratto,
non esattamente quello che si desidera da un marito. Mi aveva
assorbito nella sua vita in quattro e quattr'otto, dopo di
che era passato ad altri progetti. Mi sentivo come un oggetto
appeso a una funicella trascinata qua e l da un bambino distratto.
Non riuscivo a capire come avessimo fatto ad arrivare
cos in fretta allo stesso rapporto viscoso, intricato, sbagliato
che avevo con tutti gli altri.
Cominciai a considerare tutti gli oggetti che possedevamo
tenendo conto della figura che avrebbero fatto una volta messi
accanto al bidone della spazzatura. Non solo le cose di Alberta,
ma anche le mie e quelle della mamma.  poi veramente
necessario scrivere seduti a un tavolo o camminare sui tappeti?
A met del pranzo mi bloccavo di colpo, fissando l'armadio
delle porcellane, pieno di piatti da dessert. Ah! Ci sarebbero
stati anche dentro il bidone, senza farmi perdere un
solo giorno di raccolta degli oggetti scartati. E la Graflex di
mio padre, che non avevo mai usato? E i miei vestitini da
bambina, nel baule con i cerchi di ottone? E gli schedari pieni
di foto tessera di persone morte? Che cosa me ne facevo?
Il mercoled mattina presi la mia decisione: il com di Alberta.
Aspettai dunque che Saul se ne fosse andato alla bottega
da radiotecnico, dopo di che lo portai faticosamente gi
per le scale, prima i cassetti a uno a uno e poi il mobile. Quest'ultimo
era difficile da reggere, per cui fece parecchio fracasso.
Sei tu, Charlotte? grid mia madre dalla cucina. Mi
tocc fermarmi per posarlo su un gradino e far cessare il tremito
della voce prima di rispondere: S, mamma.
Che cosa succede lass?
Niente, mamma.
Lo portai fuori dall'ingresso principale, in modo che lei
non potesse vedermi. Quindi lo trascinai tutto attorno alla
casa fino al vicolo sul retro, dove infilai al loro posto i cassetti
a uno a uno, piantandolo l accanto al bidone. Dopo di che
andai al negozio di alimentari e a quello di articoli fotografici
per prendere un po' di bromuro. Quando tornai a casa era
mezzogiorno. Entrai dalla porta, posai i pacchetti, e davanti a
me trovai il com di Alberta.
Accidenti! Fu come imbattersi in un cadavere che avessi
gi bell'e sepolto. Ero veramente stupefatta. E certamente le
cose non mi vennero facilitate dal fatto che dietro al mobile si
profilasse la sagoma di Saul con le braccia conserte. Be'?
chiesi. Che cosa ci fa qui questo aggeggio?
L'ho trovato vicino al bidone della spazzatura, rispose lui.
Ah s?
Per fortuna oggi  il Columbus Day, per cui non l'hanno portato via.
Ah, gi, il Columbus Day, gli feci eco.
Quante altre cose hai buttato via?
Mah...
Non  roba tua, Charlotte. Non puoi buttarla via. Perch l'hai gettata via in questo modo?
Mah, ripetei. Avr anch'io il diritto di dire la mia su
quello che c' in questa casa, no? Ma ogni volta che cercavo
di parlartene avevi troppo da fare. Oh, no, non potevi occuparti di vicende terrene.
Lavoravo, ribatt lui. Ogni sera mi addormento sui libri.
Non posso interrompermi cos di punto in bianco per rimettere in ordine i mobili.
Di punto in bianco? Te l'ho chiesto in agosto. Ma no, tu
dovevi aspettare il momento giusto. E poi te ne andavi chiss
dove, a borbottare le tue sacre scritture, ad allenarti a stringere
mani o sa Dio che cosa fate in quel tuo posto. Io non lo so di certo.
Naturale che non lo sai, replic lui, visto che non sei venuta
a Hamden per l'inaugurazione dei corsi. Hanno spiegato tutto.
A me Hamden non piace, ribattei. E tutta questa idea
mi d fastidio, tanto che ti farei piantare in asso ogni cosa se
fossi sicura di avere il diritto di far diventare la gente diversa da quella che .
Non ti capisco, disse lui.
No, lo so che non capisci.  un interrogativo che i predicatori
non si pongono mai. Ecco dove sbagliano.
Quale interrogativo? Di che cosa stiamo parlando? Senti,
io desidero semplicemente che tu lasci stare le mie cose. Non
toccarle. Un giorno o l'altro me ne occuper.
Anche se mi fanno rompere l'osso del collo? chiesi.
Lui si fece passare una mano sulla fronte, come se fosse
esausto. Non ho mai pensato di scoprirti fatta cos, Charlotte,
disse. Quei mobili sono miei e dunque sar io a decidere
che cosa farne. Adesso sono in ritardo per la lezione. Ciao.
E se ne and, chiudendo la porta troppo silenziosamente.
Sentii il furgone partire. Raccattati i miei pacchetti, li portai
in cucina, dove trovai mia madre rigidamente seduta sulla sua
panca da giardino. In quel periodo era dimagrita un po'. Ora
era semplicemente una donna di taglia molto forte, per cui
poteva sedersi ovunque, ma nei momenti di tensione tornava
alla panca. Portava dipinta in viso l'espressione impaurita di
una volta e serrava sui braccioli scheggiati certe dita dalle
punte pallide. Non preoccuparti, mamma, le dissi. Va tutto bene.
Come lo tratti male, replic lei. Mentre lui  cos gentile ed educato.
Devo difendermi, mamma, ribattei.
Ma non  il caso di farlo scappare, disse.
Farlo scappare? esclamai. Ah! Era esattamente quello
che volevo. Mi vedevo mentre lo cacciavo via con un bastone,
come la ragazza che si vede sull'etichetta dello smacchiatore
Old Dutch. Indietro! Indietro! Dammi aria! Se avessi potuto
cacciarlo via, quel senso di disperazione e di impotenza
sarebbe svanito come nebbia al vento. Mi sarei liberata di
quel suo sguardo inquisitore che notava tutte le mie colpe e i
miei peccati, che si sbarrava nello scoprire come fossi fatta
veramente. Mi sarei tolta dai piedi la sua presenza gentile ed
educata, eternamente rivolta a mettermi a nudo. Ma a mia
madre non dissi nulla di tutto ci. Posai i pacchetti sulla credenza,
la baciai su una guancia e uscii, facendo dondolare la
borsetta. Andai al Libby's Grill. Ordinai un biglietto dell'autobus
per New York.
Credo che sia stato il momento pi limpido, pi felice che
io abbia avuto in vita mia.
Ma ci avveniva nel '60, badate bene, quando Clarion era
ancora una cittadina sonnolenta e non c'erano tutti gli autobus
che ci sono oggi. Che giorno intendi partire? mi chiese
Libby. (Nel '60 esisteva ancora una vera Libby.)
Che giorno? chiesi.
C' un autobus il luned e uno il gioved, Charlotte. Per
quando lo vuoi il biglietto?
Quel posto non voleva lasciarmi andare via. Se non altro, il
passaggio degli autobus avrebbero potuto sincronizzarlo con
quello della nettezza urbana.
Gioved, per favore, risposi. Domani.
Dopo di che dovetti svuotare la borsetta. Non mi restitu
che otto dollari. Ma decisi che il biglietto ne valeva la pena:
era tanto lungo che avrebbe potuto cingermi la vita. Lo piegai
con cura, sentendomi rallentata e avvilita.
A questo punto mi occorreva un posto dove stare fino a
gioved. Purtroppo da mia madre era venuto a vivere Saul.
Ridicolo. Zia Aster non mi avrebbe mai lasciato usare la sua
camera degli ospiti. Quindi alla fine mi tocc andare al Blue
Moon Motel, quattro dollari per notte, uno scherzetto per ragazzi
delle superiori che si mettevano in testa certe idee. Dovetti
passare il pomeriggio stesa su un sordido copriletto di ciniglia,
con le calze ai piedi, senza nessun televisore da guardare,
neanche una limetta con cui farmi le unghie. La mia vita
piomb in un'immobilit totale, ma mi dicevo che si trattava
dell'immobilit di una belva prima di scattare in azione.
Allora non avevano ancora aperto la fabbrica di rossetto.
Perci non appena Saul fu tornato dalla sua lezione, non credo
che ci abbia messo pi di venti minuti a rintracciarmi.
Tutti sapevano dove fossi andata, non c'era persona che non
mi avesse visto percorrere di furia la strada senza soprabito,
in quella pungente giornata di ottobre. O per lo meno cos dicevano.
(In realt me n'ero andata camminando con la massima
calma.) Venuto al motel, Saul buss alla mia porta. Due
colpi secchi. Fammi entrare, Charlotte. Che cosa ti succede?
Mi sentii improvvisamente piena di energia. Piena di gioia.
Mi venne voglia di mettermi a ridere.
Charlotte!
Dal tono di sicurezza della sua voce risultava chiaro che non sapeva quel che aveva di fronte. Mi rifiutai di rispondergli. Dopo un po' se ne and. Allora tutto parve farsi confuso e sprofondare. Mi sentii profondamente triste, mi parve che qualcosa mi si spezzasse nell'intimo. Avrei voluto che fosse possibile cancellare tutto ci che avevo fatto, rinunciare e morire. Cos, quando il telefono suon sollevai la cornetta. Era lui. Charlotte, smettila, per favore.
Non la smetter mai, ribattei.
Vuoi che mi faccia dare una chiave dalla signora Baynes e venga dentro a portarti via?
Non puoi. Ho messo la catena alla porta.
Sta' a sentire. Lo so benissimo che non mi lasceresti mai, riprese.
Ah s?
Lo so che mi ami.
Non  affatto vero.
Secondo me tutta questa faccenda dipende dallo stato in cui sei, continu lui.
Quale stato?
Sei incinta. Vero?
Non essere ridicolo, replicai.
Non me la fai. Mi ricordo ancora com' da quando sono nati i miei fratelli. Un sacco di volte ho... Charlotte?
Io stavo contando. Mi guardai attorno in cerca di un calendario, che per non c'era. Mi tocc contare sulle dita, dicendomi le date a bassa voce. Charlotte, ripet Saul.
Oh, Dio del cielo! esclamai.
Charlotte, ripet ancora lui, fammi un favore, non nominare il nome di Dio invano in quel modo.
La gravidanza ebbe per me effetti che non avevo previsto.
Tanto per cominciare divenni piena di energia. Schizzavo qua e l per lo studio spingendo da parte pesanti cartoni e facendo
ruotare quel catafalco di macchina fotografica sul suo cigolante treppiede, finch il soldato di turno, o chi che fosse,
si alzava dalla poltrona con un'espressione preoccupata, dicendo: Ehm, signora, pensa che sia una cosa saggia fare cos?
Ero pi forte e avevo meno bisogno di dormire. A volte il cuore della notte mi coglieva ancora l a camminare avanti e
indietro a grandi passi. Ma era anche facile ferirmi, potevo mettermi a piangere per niente. Julian, per esempio.
Il pi giovane dei fratelli di Saul, il pi bello e indolente di tutti. Aveva un'aria da italiano, imbronciata, arruffata, che ai
tempi affascinava tutte le ragazze della scuola. La sua debolezza era il gioco. Ma i giocatori non sono persone sensazionali
come li dipingono le canzoni popolari. Quando sono in rosso da un po' tendono ad andare in crisi. Julian ci comparve
sulla porta di casa un mattino con l'aria di non essersi lavato da un pezzo. Stracciato, inseguito da una sfilza di assegni scoperti
che arrivava fino al Texas. Si lasci cadere di schianto in uno dei vecchi letti di Alberta e dorm una settimana di fila,
alzandosi soltanto alle ore dei pasti. Quando finalmente si rimise in piedi sembrava purificato, una persona guarita dalla
febbre. Disse che avrebbe fatto qualsiasi cosa, cambiato completamente modo di vivere, restituito ci che doveva ai suoi
creditori fino all'ultimo centesimo. Quindi si mise a lavorare nella bottega di radiotecnico, mentre Saul scrisse su carta intestata
della scuola biblica una lettera a tutti i detentori di uno dei suoi assegni, promettendo di mandare il denaro non appena lo avessimo avuto.
Durante la passeggiata quotidiana ordinatami dal medico,
passando davanti alla bottega lo vedevo ingobbito su tubi e
fili, nella penombra di una vetrina sgranata come una vecchia
fotografia. Al di l di quella vetrina si vedevano le stesse cose
che vi vedevo quando ero bambina: una manopola di plastica,
un torciglione di carta straccia, i polverosi visceri di un vecchio
fonografo RCA Victor. Mi veniva voglia di entrare per tirarlo
fuori di l. E qualche volta arrivai quasi a farlo.
Ma lui sosteneva di essersi sistemato, di essere venuto l
per sempre, di avere persino intenzione di entrare anche lui a
fare parte della chiesa. In Texas, disse una sera, ho pensato
moltissimo alle chiese. Alle canzoni che ci si cantano, a tutti
quegli inni di cui una volta non mi importava niente. Un
mattino, svegliatomi in galera senza nemmeno sapere come
avessi fatto a finirci, mi sono detto: "Se esco di qui torno a casa,
entro a fare parte della chiesa e rimetto in sesto la mia vita.
Star con mio fratello fino alla vecchiaia", mi sono ripromesso.
Io guardai Saul.
Raccontalo ai fedeli, domenica, disse.
Ho conosciuto parecchia gente, in prigione. Bah. Era una
vita che andavano dentro e fuori di galera, non avevano pi
nessuna speranza. Sapete come facevano per ammazzare il
tempo? Masticavano il pane e ne facevano delle statuette, che
davano alle guardie perch le vendessero all'esterno.
Basta! esclamai.
Statuette di Paperino, Minnie e personaggi del genere.
Fatte di pane masticato.
 una storia che non voglio sentire, dissi, scoppiando a
piangere. Tutti si voltarono a guardarmi. Su, Charlotte,
disse Saul. Mia madre si frug in seno in cerca di un Kleenex.
In quei mesi ero davvero una persona particolare.
Nostra figlia nacque il 2 giugno 1961 all'ospedale della contea
di Clarion, dove rifiutai qualsiasi anestetico, compresa l'aspirina,
in modo da poter essere assolutamente sicura che nessuno
me la scambiasse con un'altra. La chiamammo Catherine.
Aveva una pelle chiara e capelli color biondo cenere, ma il viso
era quello di Saul.
Apparve subito chiaro che era sveglia. Fece tutto presto: tirarsi
a sedere, muoversi gattoni, camminare. A meno di un
anno era gi capace di comporre alcune parole brevi, e poco
pi tardi, a letto, cominci a raccontarsi certe storie segrete.
A due anni si invent una compagna di giochi di nome Selinda.
Sapevo che era una cosa normale, per cui non me ne
preoccupai. Cos, quando pestavo i piedi a Selinda chiedevo
scusa, e le apparecchiavo sempre un posto a tavola. Finch,
dopo un po', quel posto venne occupato da Catherine, che lasci
vuoto il proprio. Ci spieg di avere un'amica di nome Catherine
che nessuno di noi vedeva. Finch Catherine smise
persino di nominarla. Evidentemente, con noi era rimasta Selinda.
Che da allora  sempre l. Ripensandoci, avrei anche
potuto lasciarmi anestetizzare.
Ogni tanto alla radio fanno queste offerte gratuite: gli si manda
una busta con su il proprio indirizzo e loro spediscono un
opuscolo intitolato E se Cristo non fosse mai venuto?  una cosa
che ogni volta mi fa venire da ridere. Mi vengono in mente
tantissime cose di cui saremmo stati privati se non fosse mai
venuto. L'Inquisizione, per esempio. Oppure questa storia
che mio marito mi  stato portato via dal College Biblico di
Hamden.
Perch lo avevo perso. Non era pi il vecchio Saul Emory.
Aveva adottato tutta una serie di nuove regole, atteggiamenti,
luoghi comuni, pregiudizi. Non aveva nemmeno bisogno
di pensare. In qualsiasi situazione gli bastava affidarsi alle sue
frasi fatte. Poteva allungare la mano, prendere la sua religione
e avvolgersela intorno come la sua veste da pastore.
Mentre mi trovavo all'ospedale in attesa di Selinda, un piano
sotto di me il reverendo Davitt era a letto moribondo.
(Cancro ai polmoni: uno dei tanti scherzetti di Dio. Il reverendo
era sempre stato contrario al tabacco.) Cos, nell'autunno
del '61 Saul divenne il pastore del Santo Fondamento.
Non avrebbe ricevuto gli ordini che in giugno, ma gi aveva
un suo gregge, la sua chiesa con la sua tappezzeria di falsi
mattoni e un cubicolo di ufficio dove i fedeli potevano discutere
con lui le loro varie forme di infelicit. A un certo punto
dichiar che gli sarebbe piaciuto che cominciassi a presenziare
alle funzioni. Io mi rifiutai. Gli dissi che avevo i miei diritti,
ma lui replic che li avevo, certo, ma che contava comunque
sulla mia presenza, che per lui sarebbe stata molto importante.
Naturalmente, finii con l'andarci. La prima domenica lasciai
Selinda nell'asilo di sotto e mi misi a sedere in una panca
tra Julian e mia madre. Indossavo un abito blu cobalto, un
cappello a tocco, dei minuscoli guanti bianchi. A uso e consumo
della congregazione cercai di esibire l'aria rapita consona
all'occasione. E quando Saul fece il suo ingresso con addosso
la sua veste, come un estraneo, mettendosi a leggere il brano
delle scritture del mattino con voce ferma, autorevole, cercai
di dissimulare lo shock. Alcuni membri anziani, risposero
Amen, gli altri si limitarono a mantenere un silenzio tranquillo.
Dopo di che ci alzammo tutti a cantare un inno. Poi,
quando fummo tornati a sederci, Saul sistem alcune carte sul
pulpito. Ho qui, disse finalmente, un ritaglio del giornale
di mercoled scorso. Le risposte del dottor Tate.
Le sue parole fecero risuonare una breve eco, quasi fossero
state pronunciate in una stazione.
"Caro dottor Tate, le scrivo perch ho un problema a parlare
con il mio medico curante. Lo dico per fare capire che cosa
penso dei medici e quanto essi pretendano dalla gente.
Ogni gioved questo mio medico viene a visitarmi, e si meraviglia
che il mio diabete continui a peggiorare. Io gli dico che
non capisco come mai. Invece, dottor Tate, il fatto si  che io
mangio un bel po' di paste di nascosto. Ogni tanto mi viene
una gran voglia di rimpinzarmi. E poi esagero anche con il vino.
Lo so che il vino non  un liquore vero e proprio, per
quando bevo di giorno mi sento in colpa, e poi non ho il coraggio
di dirglielo. Vede, dottor Tate, mio marito non mi
vuole pi bene e va con un'altra, mentre il mio unico figlio 
morto di una malattia ossea quando aveva appena tre anni. Io
peso circa centocinque chili e ho la pelle tutta smagliata, anche
se dicono che  una cosa che cessa a vent'anni, mentre io
ne ho quarantaquattro. Eppure in un modo o nell'altro sono
cose di cui con il mio medico non riesco a parlare, e sa perch?
Perch i medici montano in cattedra e si comportano in
modo da far pensare che se mangiate la roba sbagliata loro poi
vi disprezzano. Quindi come pu pensare che io gli confessi
tutto? In ogni caso, dottor Tate, quello che voglio chiederle
: Che senso ha una cosa del genere?"
Interessante. Piegai i guanti e sollevai lo sguardo a Saul, in
attesa della risposta del dottor Tate. Ma invece di leggerla lui
mise via il ritaglio, fissando lo sguardo sulla congregazione.
La donna che ha scritto questa lettera, disse poi, non  un
caso isolato. Potrebbe essere una di voi. Io stesso. Vive nel timore
di essere disapprovata, in un mondo in cui l'amore 
soggetto a condizione. E si chiede quale sia il senso di tutto
ci. Ma l'unico a cui le venga in mente di rivolgersi  un medico
diplomato.
Siamo dunque arrivati a tanto? Siamo distaccati fino a
Questo punto da Dio?
Io sbadigliai, intrecciando le dita dei guanti.
Fu l'ultimo sermone di Saul che sentii.
Il che non significa che non andassi in chiesa. Oh, no, mi ci
facevo vedere ogni domenica mattina, seduta tra mia madre e
Julian, a esibire il mio vitreo sorriso di moglie. Credo addirittura
che mi divertissi. Traevo un certo piacere dalla sua distanza,
dalla mia sognante docilit, dalla mia inattaccabile
sordit. Le sue parole mi scorrevano addosso come il rumore
di un orologio o di un oceano. Intanto io osservavo le sue mani
serrate sul pulpito, ammiravo le sue labbra cesellate. Elaboravo
strategie per portarlo a letto con me. In quella panca
c'era qualcosa di magico che faceva andare tutti i miei sogni a
perdersi in un letto. Spirito di contraddizione, penso. Lui era
contrario a fare l'amore di domenica. Io invece favorevole. A
volte vincevo io, a volte lui. Io non mi sarei persa le domeniche
per niente al mondo.
Durante quei primi anni avevo un sacco di speranze stupide.
Pensavo che un giorno avrebbe potuto perdere la fede,
dedicandosi a qualcos'altro. Mettendosi magari con una banda
di motociclisti. Perch no? Avremmo viaggiato dappertutto,
Selinda e io appollaiate dietro di lui. Lo avrei stretto alla
vita, posando la guancia sulla stoffa nera che gli copriva la
schiena.
Stoffa nera?
Macch. Ormai era ineluttabile. Anche in motocicletta
avrebbe indossato il suo sciatto abito, e portato con s la sua
Bibbia. Non avrebbe mai smesso di essere un pastore. E
quand'anche cos fosse avvenuto, non ero pi cos sicura che
sarebbe stato diverso.
Capitava spesso che la domenica Saul invitasse qualcuno a
pranzo. Gente di passaggio, senza casa, qualche peccatore
della panca dei penitenti. A volte rimanevano l. Al terzo piano,
per esempio, avevamo una vecchia, la signorina Feather,
sfrattata dal suo appartamento nella primavera del '63 e venuta
a stare in una delle nostre camere in attesa di trovarne
un'altra. Non la trov mai. E penso che non la trover mai.
Soldati, autostoppisti, viaggiatori di commercio. Campagnoli
di passaggio pieni di nostalgia per la chiesa di famiglia, beati
di assaggiare un pezzo delle mie focacce di grano saraceno.
Finch una domenica mattina un uomo barbuto, in abiti da
lavoro, prese posto alla panca dei penitenti mentre la congregazione
stava cantando Cos come sono. Saul interruppe il
proprio canto, scendendo dal pulpito e posando le mani sulle
spalle del nuovo venuto. Poi lo abbracci, serrando tra le mani
la testa nera e lustra che era... Ma certo, che cosa se non la
testa di un Emory? Di Linus, quello che aveva avuto l'esaurimento
nervoso e al quale la morte della zia aveva permesso di
tornare. Depresso come sempre, ma radioso per effetto di
questo ritorno come una tazza di porcellana cinese retta davanti
a una candela. Lo portammo a pranzo a casa nostra.
Pass tutto il pasto a fare girare lo sguardo sul tavolo, osservandoci,
fissando Selinda in faccia, pendendo dalle nostre
labbra in un modo tale che sembrava pronunciare le nostre
parole all'unisono con noi. Persino la mamma - persino la signorina
Feather, passandogli i cracker - riuscirono a fargli
inumidire gli occhi. Com'era bello, ci disse, essere a casa. Dopo
di che se ne and di sopra, dove accamp i propri diritti su
un altro dei letti di Alberta, sistemando in un com il contenuto
della sua valigia di cartone.
Mi seguite? A questo punto eravamo in sette, senza contare
le visite occasionali. Amos si trovava ancora nello Iowa,
dove insegnava musica, credo. Mentre Alberta era chiss dove
in California. Ma per il resto quella casa l'avevamo trapiantata
armi e bagagli da noi. Avevamo i loro letti, i loro
cappelli, i loro figli, i loro sguardi sbarrati. Persino mia madre
sembrava aver assunto un aspetto pi bruno, mentre la signorina
Feather aveva fatto suo il loro modo orgoglioso di stare
seduti, e l'espressione di Selinda era serafica come quella del
volto in un cammeo. Hai notato? chiesi a Saul. Quanti
Emory sembra che ci siano qui!
Ma lui si limit ad annuire sfogliando la sua agenda, senza
dubbio in cerca di un ennesimo funerale o di una riunione del
Gruppo giovanile. Ho sempre desiderato avere un posto dove
i miei fratelli potessero tornare in famiglia, disse.
Ah s, era questo ci che aveva sempre desiderato?
Be', adesso capivo. Finalmente avevo un quadro complessivo
della sua personalit: quando lo avevo visto comparire davanti
a me non era che un povero soldato pieno di voglia di
avere una casa, una moglie, una famiglia, una chiesa. Un tipo
comune. Su ogni panca dei penitenti ce n' uno. Stai semplicemente
cercando un modo per non essere solo, gli ribattei.
Ma lui replic: Non c' modo di non essere soli, e chiuse
l'agenda, fissando lo sguardo sul corridoio buio. Al che mi
sentii di nuovo incerta. Capii che in realt non avevo affatto
un quadro complessivo della sua personalit. Qualsiasi cosa
fosse stato un tempo, mi ci erano voluti tutti quegli anni per
scoprirlo, e ora non ero in grado di dire che cosa fosse diventato.
Sarei sempre rimasta parecchi passi indietro.
E... e i soldi? gridai, per non lasciarmi incastrare da lui.
Come faremo a dare da mangiare a tutta questa gente?
(Pensavo intanto alla collezione di piattini cavi in ottone per
le elemosine, sua unica fonte di reddito; ai pochi centesimi
che rendeva lo studio fotografico; alla bottega di radiotecnico
che bastava appena per pagare i debiti di gioco di Julian, che
si sgonfiavano e lievitavano come una cosa viva a seconda
delle sue ricadute.)
Il Signore provveder, rispose Saul. Quindi usc per andare
alla sua riunione.
Rinunciai a ogni speranza. Poi, per non pensarci troppo, allentai
le mie radici, mi misi ad aleggiare a qualche decina di
centimetri dal suolo, arrivando a osservare le cose con una vaga,
piacevole allegria che mi faceva pizzicare il naso come l'inizio
di uno starnuto. Dopo un po' l'allegria divenne un'abitudine.
Non avrei potuto rimanerne priva neanche volendo.
Il mio mondo cominci ad apparirmi... transitorio. Capii che
dovevo finalmente mettermi a fare progetti per andarmene.
Non sarei certamente rimasta con lui ancora a lungo. Ora
portavo costantemente con me un centinaio di dollari in traveler's
cheques nascosti nello scomparto segreto del mio borsellino.
Avevo comperato le mie scarpe da passeggio. Pensavo
di non portare con me null'altro che Selinda, il mio supplemento
di bagaglio, amato e ingombrante. Quando sarebbe
venuta la corrente che ci avrebbe portato via?
Nello studio, a volte, mi scoprivo a interrompere il lavoro
quasi fossi in attesa del suo arrivo. Sollevavo la testa rimanendo
l immobile, confusa finch il cliente si raschiava la gola,
o strusciava i piedi. E io me la cavavo con un ehm interlocutorio,
affrettandomi ad avvicinargli sulle rotelle la macchina
che ancora non riuscivo a considerare mia. Era di mio
padre. E questa era la sua stanza. E quelle che si stavano accartocciando
alle pareti erano le sue stampe ingiallite, friabili.
Io ero l soltanto di passaggio. Le mie foto erano limpide e rilassate,
toccate dalla grazia che  propria delle cose la cui importanza non durer nel tempo.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
La Casa Dorothea Whitman era un palazzotto su un'altura,
in mezzo a un giardino ben disegnato e curato, in una cornice
di alberi. Cacchio! esclam Jake, scrutandolo attraverso il
parabrezza. Ci eravamo fermati accanto ai pilastri del cancello,
che erano sormontati da due palle di pietra porosa. Erano
le sei del mattino ed eravamo entrambi mezzo addormentati,
oltre che completamente congelati. Per di pi non avevamo
ancora fatto la prima colazione. Avremmo benissimo potuto
farla, ma Jake aveva invece perso tempo a farsi la barba. Non
aveva usato acqua, per cui il suo viso ora esibiva un aspetto
nuovo, scorticato, del tutto inadeguato alla circostanza. Secondo
me avremmo fatto molto meglio ad andare in un diurno.
Intanto, nessuna traccia di Mindy Callender.
Insomma, lei mi ha detto di fare cos, disse Jake. Ha
detto: "Mettiti con la macchina vicino al cancello, che io vengo
gi subito". Non  un cancello, quello l? S o no?
A me sembrerebbe proprio di s, risposi.
Forse voleva dire la porta d'ingresso.
E perch dovrebbe averla chiamata cancello?
Mah. Se lei deve battersela in fretta e furia, a me pare che
sarebbe opportuno mettersi un po' pi vicini.
Io resterei qui al cancello, dissi.
Be', sai che cosa ti dico? replic lui. Che fra cinque minuti
me ne vado. C' un sacco di posti dove preferirei essere,
invece che qui.
In quel momento, sull'altura, la grande porta a volute del
palazzotto si apr, facendo uscire una persona. La figurina
femminile di una casetta barometro, si sarebbe detto da quella
distanza. Il ventre era tondo, a forma di fiore, le sporgeva
sul davanti di un buon mezzo metro. Portava un cappello di
paglia e un vestito rosa, e recava con s una valigia e un fagotto
imprecisato di colore bruno. Mentre procedeva verso di
noi non guard una sola volta nella nostra direzione, stando
invece ben attenta a dove metteva i piedi e tenendo la testa
bassa, cos che vedevamo soltanto la cupola del cappello.  Mindy? chiesi.
Macch,  la custode.
Be', io non lo so com' fatta Mindy.
Ma s,  lei, disse Jake. Non si  mai vestita con un minimo di buon senso.
Infatti era ormai tanto vicina da consentirci di vedere ci
che indossava. Un prendisole stampato, assolutamente inadatto
per una donna incinta al suo stadio, con certe bretelline
sottili come le giunture delle spalle di una Barbie. La fascia
del cappello era ornata da una serie di cuoricini ricamati. Il
fagotto che portava tra le braccia si rivel per un gatto. Oddio,
un gatto! esclam Jake.
Allora Mindy alz la testa, guardandoci. Aveva una faccetta
rotonda da bambina, con il mento aguzzo e capelli biondi
che le scendevano fino in vita. Arrivata a circa tre metri dall'auto
si ferm, appoggiando la valigia per terra, senza un sorriso.
Boh, sospir Jake, aprendo la portiera e smontando.
Ehi, Mindy, chiam.
Chi sarebbe quella l?
Eh?
Chi  quella signora, Jake?
Ah, be', rester con noi per un po', rispose lui. Su,
monta, dai.
Come faccio a montare se la portiera  chiusa con una catena?
Passa dalla mia parte. Spicciati, Mindy, che staranno gi
cercandoti.
Macch. Stanno ancora dormendo tutti. Quindi gir attorno
all'auto, reggendo la valigia con un braccio rigido e riuscendo
a stento a non far scappare il gatto. Jake si scost da
lei, ma senza veramente fare un passo indietro.
Senti, io non ho la minima intenzione di portarmi dietro
nessun gatto, disse.
Ma  mio.
Dai, Mindy.
 mio!
Jake si sfreg il naso. Va be', va be', disse. Per sta' attenta
che ti rimanga in braccio. Quindi apr la portiera posteriore,
ficcando dentro la valigia e tirandosi da parte per fare
entrare anche lei. Mindy invece rimase dov'era. Come,
chiese non mi metto davanti?
Perch?
Non ci vediamo da mesi e mi chiedi perch?
Dopo di che di punto in bianco si rizz in punta di piedi,
attaccandoglisi al collo con il braccio libero. Era veramente
piccina. La cosa pi grossa di lei era il ventre, che Jake stava
ben attento a non guardare. Dobbiamo fare un sacco di progetti,
disse lei, baciandolo sull'angolo della bocca. Dopo di
che si infil in auto, ballonzolando un po' sul sedile e poi rivolgendosi
a me. Sono Mindy Callender, disse.
E io Charlotte Emory.
Pfiiiu! Da dove salta fuori questo vecchio catorcio di macchina?
Puzza come un bidone della spazzatura.
Forse era vero, anche se dal canto mio l'unico odore che
sentivo era il profumo di lei: fragole con zucchero. Non appena
si fu sistemato al posto di guida, Jake fece scendere il finestrino
di una fessura. Non avrai freddo? chiesi a Mindy.
Oh, no, ho le scalmane.
Le che cosa?
 da quando sono qui che soffro il caldo dell'inferno. Sette
mesi. Non potevo sopportare una coperta, non mi sono mai
messa un golf. Succede a pochissime donne. E gett un'occhiata
a Jake, che non disse nulla. Avviata l'auto, imbocc la
strada. Che cosa sarebbe questo rumore strambo? chiese
Mindy.
Quale rumore?
Jake, questa macchina, non so. Dove hai detto che l'hai
presa?
Da un amico, rispose lui.
Che amico.
E Mindy si allung all'indietro, abbracciando il gatto: un
animale di un colore bruno striato, con due scintillanti occhi
gialli e le orecchie smozzicate. Era chiaro che non gli piaceva
stare in braccio. Prima si divincol nel tentativo di liberarsi,
ma poi rinunci, anche se non del tutto. Gli occhi erano socchiusi,
la punta della coda si agitava, e ogni volta che Mindy
lo accarezzava lui si sottraeva. Credo che Plymouth avrebbe
preferito non venire, disse Mindy.
Chi? chiese Jake.
Plymouth. Il mio gatto.
Be', sono assolutamente d'accordo con lui, ribatt Jake.
Che cosa te ne fai? Non ti sono mai piaciuti.
Alla Casa hanno tutte un animale, gli spieg lei. Dicono
che  una cosa terapeutica.
Terapeutica?
Alcune ragazze hanno un cane. Altre un uccellino.
Be', io sono contrario a tenere gli uccelli in gabbia, comment
Jake.
Facciamo anche degli oggetti. Sempre a fini terapeutici. E
abbiamo un sacco di attivit. Discorsi, lezioni eccetera. Ieri
sera abbiamo avuto lezione di Cura del bambino.  per quello
che non ho potuto venire via con te. Dovevamo fare il bagnetto
a una bambola di gomma e non ho voluto mancare.
Jake blocc i freni, anche se l'autostrada era deserta. Quindi
si volt a fissarla. Guarda la strada, Jake, gli disse
Mindy.
Dunque, fammi capire bene, ribatt lui. Non hai potuto
venire via con noi ieri sera perch dovevi fare il bagnetto a
una bambola?
Be', c'erano anche parecchie altre cose da fare, rispose
lei.
Mindy Callender, lo sai dove l'abbiamo passata, noi, la
notte scorsa? A dormire all'aria aperta. Chiusi in macchina in
mezzo al bosco, e per di pi senza nessuna scalmana che ci
scaldasse.
Cio, noi chi? chiese lei.
Io e Charlotte. Chi, senn?
Lei mi scocc un'occhiata pi attenta. Nel profondo i suoi
occhi erano screziati. Non capisco bene, disse poi. Da dov'
che venite?
Da Clarion, rispose Jake.
E questa qui  in macchina con te da allora?
Lei, ehm, dunque, lei arriva fino in Florida, le rispose Jake.
Dopo di che ci saluta e se ne va.
Florida! Oh, Jake,  l che andiamo? E Mindy si sollev
ad abbracciarlo, coprendomi il grembo con una nuvola di
gonne e attirandolo a s. L'auto sband. Il gatto fece un balzo,
andando ad atterrare sul sedile posteriore, dove prese a
scuotere varie parti del corpo, con un'aria indignata.
Ti spiacerebbe stare attenta? disse Jake. Insomma, a me
pare che i prossimi due mesi potremmo anche passarli al calduccio.
Non c' niente di male. E poi in Florida c' Oliver.
Oh. Oliver. Oliver. Sempre Oliver, replic lei, togliendosi
alcuni peli bruni dal vestito. Andatosene il gatto, vidi
che aveva anche una borsetta. Scintillante vinile bianco, in
forma di cuore, una di quelle cose che le bambine si portano
dietro alla dottrina domenicale. Accortasi che la guardavo, la
fece roteare tenendola per la cinghia. Ti piace? chiese. 
nuova.
 molto bella, risposi.
Ho pensato che andava bene con l'altra roba che ho addosso.
Sollev un magro polso nocchiuto, con un braccialetto da
cui pendevano tanti amuleti in forma di cuore, di tutti i colori
e i formati. Anche la pietra rosa del suo anello era in forma di
cuore, come del resto il disegno sul suo vestito. Il cuore  il
mio simbolo, disse. Il tuo qual ?
Io a dire il vero non ce l'ho, risposi.
Sei sposata, Charlotte?
Certo che  sposata, non rompere, la interruppe Jake.
Stavo soltanto chiedendo.
Tutto questo ficcare il naso le d fastidio.
Ma, Jake, stavamo semplicemente scambiando quattro
chiacchiere del tutto normali sulla mia borsetta, e l'unica cosa
che le ho chiesto  se...
Hai dei soldi in quella borsetta?
Eh? Mah, non so. Un po', mi pare.
Quanto?
E poi dice che sono io a ficcare il naso!
Vedi, il fatto  che sono partito da casa senza portafoglio.
Ma come hai fatto?
Lascia perdere il come,  andata cos. Quanto hai?
Mindy apr la borsetta e vi frug. Dieci, quindici... sedici
dollari e qualche centesimo, direi.
Non  un granch, comment Jake.
Be', tant', caro il mio signore.
Superammo un camion carico di gabbie di polli. Rimanemmo
in silenzio per un po' finch Jake chiese: Vi lasciano tenere
soldi, in quel posto?
Certo.
Ma che cosa ve ne fate?
Oh, nel caso che ci venga voglia di fare un salto in citt, o
roba del genere. Per comperarci una bibita, uno shampoo,
una rivista di cinema.
Ah, perch andate in citt, comment Jake. Quando e
come volete.
Che cosa c' di male?
Io mi afferrai alla maniglia della portiera e rimasi ad aspettare
lo svolgersi degli eventi. Ma lui non disse nulla. Non una
parola. Continu a guidare, la faccia immobile come un sasso.
Nella toilette della tavola calda dove ci fermammo per fare la
prima colazione, Mindy mi chiese di sistemarle i capelli in
due treccine. A farmele da me avevo paura, disse, e la mia
compagna di camera dormiva.
Di che cosa avevi paura? chiesi.
Be', lo sai che non devo sollevare le braccia cos in alto.
Potrei strangolare il bambino con il cordone.
Ma...
Come sto? chiese lei.
Sembrava una ragazzina di dodici anni, pi giovane persino
di mia figlia, con le sue due treccine allegre e uno sguardo
azzurro, pieno di fiducia. Accanto a lei, nello specchio, io apparvi
improvvisamente offuscata: una donna anziana, dai capelli
senza vita, con addosso un impermeabile dentro cui
chiaramente aveva dormito. Non ce l'hai un rossetto? mi
chiese.
Un rossetto? No.
Be', allora magari potresti usare il mio.
E me lo porse, con la punta gi fuori, una cosina rosea, profumata
di frutta. Glielo resi. Grazie comunque, le dissi.
Su, potresti darti un po' di colore.
No, davvero, io...
Vuoi che te lo dia io?
No, grazie.
Ma, sai, alla Casa io truccavo tutte. Voglio dire, sai com',
tantissime di quelle ragazze non avevano mai imparato a
farsi belle. Sta' ferma un momento.
Basta! esclamai.
Parve sorpresa. Fece un passo indietro, sempre con il rossetto
in mano.
Scusa, mi spiace, le dissi.
Non fa niente, rispose lei. Quindi avvit il rossetto, mettendogli
il coperchio in silenzio e lasciandolo cadere nella
borsetta. Vabbe' esclam poi. Ma quando torn a sollevare
lo sguardo vidi che il suo volto era pallido e ferito, in qualche
modo ancora pi minuto di prima.
Non dispiacerti, ti prego, le dissi. Il fatto  che non volevo
prendere l'aspetto di un'altra. Voglio dire, continuai,
e se poi restassi cos per sempre? Come quando fai gli occhi
strabici. Tua madre non ti ha mai detto di stare attenta?
Oh, Charlotte, credi che lui sia appena appena un po'
contento di vedermi? chiese lei.
Ma certo che lo , risposi.
Adesso procedevamo pi lentamente perch dovevamo fermarci
spessissimo. Tanto per cominciare, il gatto soffriva la
macchina. Di quando in quando emetteva un lieve gemito, al
che Jake bestemmiava, frenava e accostava di scatto al lato
della strada. Il problema era che il gatto non voleva affatto
smontare. Ci mettevamo tutti l a chiamare: Plymouth? Qui,
Plymouth, ma lui si limitava ad accucciarsi sotto il sedile, e a
noi toccava stare l seduti, impotenti, ad ascoltare i piccoli rumori
strozzati che faceva. Sarebbe una cosa terapeutica anche
questa? chiedeva Jake.
Poi a Mindy continuavano a venire i crampi ai piedi, e ogni
volta dovevamo fermarci per farla camminare finch le passavano.
Ce ne stavamo l appoggiati all'auto, a guardarla zoppicare
per questo o quel campo costellato di fiori e di lattine di
birra. Sembrava un piccolo robot illuminato dal sole.
Sta passando! ci gridava di quando in quando. Sento
che comincia a passare un po'.
Queste sono le occasioni in cui vorrei fumare, disse Jake.
Sento i muscoli che si allentano!
La giacca di Jake si gonfi a pallone nel vento. Lui si stravacc
al mio fianco. I nostri gomiti si toccarono. Eravamo come
due genitori che facessero fare un po' di movimento a una
bambina nel parco. Tu di figli ne hai avuti, disse lui di punto
in bianco, quasi mi leggesse nel pensiero.
Risposi con un cenno affermativo del capo.
Ti sono mai venuti i crampi ai piedi?
Be', no.
 tutta un'idea che si  messa in testa lei, comment
Jake.
Mi sentii il suo sguardo addosso. Distolsi il mio. Finch lui
chiese: Quanti?
Che cosa?
Quanti figli.
Due, risposi.
A tuo marito i bambini piacciono?
Be', certo.
Cos' che fa?
Che cosa fa?
Per campare, Charlotte. Dove hai la testa?
Ah. Fa... be', s,  pastore, risposi.
Lui emise un fischio.
Mi stai pigliando in giro, disse.
No.
Mindy torn da noi, trascinandosi dietro sfilacci di fiori.
Sono passati, disse. Ma Jake si limit a rivolgerle uno
sguardo privo di espressione, quasi si stesse chiedendo che
cosa diavolo fosse stato a passare.
Verso mezzogiorno oltrepassammo un cartellone su cui si vedeva
un mucchio di arance di plastica, che ci davano il benvenuto
in Florida. Evviva! Quanto manca ancora? chiese
Mindy.
L'eternit, rispose Jake. Non hai mai visto una carta degli
Stati Uniti? Stiamo inoltrandoci per questo lungo, vecchio
pollicione.
Ma io sono stufa di stare in macchina. Non potremmo fermarci
in un motel o qualcosa del genere? La signorina Bohannon
dice che i viaggi lunghi non ci fanno bene.
E chi sarebbe questa signorina Bohannon?
Un'infermiera. Ci insegna Cura del bambino.
Jake si accigli e acceler. Mah, disse poi. Non capisco
proprio a che cosa serva questa faccenda della Cura del bambino.
Insegna come si fa ad accudire ai bambini, scemo.
Mi sembra un po' inutile, se vuoi sapere il mio parere,
replic lui. Lo sai benissimo che per lo pi quelle ragazze i
loro bambini li offrono in adozione.
Certo, ma non quelle che seguono questo corso, ribatt
lei. Loro scelgono Cura della propria persona.
Ah, comment Jake. Quindi continu a guidare in silenzio
per un bel po'. Un pensiero gli si stava facendo strada nella
mente. Finch stacc il piede dall'acceleratore. Un momento,
disse.
Eh?
Vuoi dirmi che il bambino hai intenzione di tenerlo?
Be', naturale.
Sar, ma a me non sembra che sia la migliore delle idee.
Ma... Jake... Non starai dicendo che dovremmo...
Dovremmo? Noi?
Mindy si volt a guardarmi. Io tenni lo sguardo strenuamente
fisso su una stazione di servizio Shell.
Che cosa ti gira, Mindy? chiese Jake. Hai forse in mente
che ci si sposi, o roba del genere?
Naturale, replic lei. Altrimenti perch saresti venuto
fino qui? Dovevi volermi almeno un po' di bene, per arrivare
cos lontano.
Be', mi sono comportato da essere umano, ribatt lui.
Niente di pi. Voglio dire, anche quando dirottano un aeroplano,
i bambini li lasciano liberi. Anche quando sono l che
si scannano per saltare sulle scialuppe di salvataggio, per primi
ci mettono su i bambini.
Scialuppe? Eh? Di che cosa stai parlando?
Vengo qui per tirare fuori di prigione un bambino! esclam
lui. Ma quale prigione? A quanto pare mi hai raccontato
una bugia sfacciata.
Non era una bugia! Come puoi dire una cosa del genere?
Senti un po', Jake Simms, ribatt lei. Non puoi tirarti indietro.
Vieni fino qui, mi tiri fuori dalla Casa, mi porti in un
altro stato... e adesso pensi di cambiare idea? Nossignore.
Noi ci sposeremo e avremo questo bambino, e anche la casetta
pi carina di cui tu abbia mai sentito parlare.
Neanche tra un milione, un miliardo di anni, ribatt lui.
Be', se ti va possiamo anche rimanere qui in Florida. Trovare
un posticino vicino a Oliver. Non ti piacerebbe? Il clima
sarebbe certamente migliore per i bambini, continu lei rivolgendosi
a me. Voglio dire, non gli verranno tutti quei raffreddori
eccetera, e noi non dovremo comperare tutti quegli
indumenti da neve. Costa meno. E d'altra parte io sono sempre
stata una a cui piace il caldo. La casa la arreder tutta come
una casa estiva, colori chiari dappertutto, poltrone di vimini,
quelle tende bianche increspate con i bracciali, hai capito?
Come si chiamano?
Priscille, risposi.
Priscille. Metteremmo quelle. Priscille. Dappertutto tranne
che nel soggiorno, dove penso che metteremo dei tendaggi
in lana di vetro o qualcosa del genere. Color oro, sai, o magari
avocado. Che cosa preferisci tu, Jake? Oro?
Lui tenne lo sguardo fisso davanti a s.
Avocado?
Il panorama scorreva via sui due lati. Depositi di barche
usate in vendita, uffici immobiliari, pasticcerie. Tutto con
un'aria poco ordinata. Se la Florida era fatta cos, non mi piaceva
neanche un po'. Non mi piaceva nemmeno il modo in
cui vi splendeva il sole, cos piatto e bianco, l a pesare sui tetti
in lamiera delle baracche che si vedevano sui bordi della
strada.
Mi  tornato il crampo, Jake, disse Mindy con un filo di
voce.
Lui non cambi nemmeno espressione. Accost e ferm
l'auto. Da sotto il sedile posteriore il gatto esplose un ululato.
Jake smont e noi due lo seguimmo. Eravamo ai margini di
una cittadina disordinata che secondo i cartelli stradali si
chiamava Pariesto. Mindy non aveva dove mettersi a camminare
se non sulla striscia di ghiaia, ingombra di rifiuti, che si
stendeva sul bordo della strada. Rovente, maculata di mica,
accecante. Comunque si avvi a lunghi passi, rapidissima, le
mani giunte sotto il ventre.
Non ti venga in mente di dire che dovrei seguirla, mi disse
Jake.
Ero sorpresa. Io? chiesi.
Non  quello che fanno sempre le donne? 'Oh, seguila, Jake.
Va' a vedere se puoi fare qualcosa.'
Ma... non ho nemmeno aperto bocca, replicai.
Stavi per farlo.
Non  vero!
Mindy incespic sui suoi sandaletti. Cadde su un ginocchio.
Va' da lei, mi ordin Jake.
Io la raggiunsi di corsa. Ma quando arrivai si era gi rimessa
in piedi. Mindy, chiesi, tutto bene?
S, s, rispose, spazzolandosi la gonna. Teneva gli occhi
bassi, le ciglia erano lunghe e bianche, goffamente bordate da
macchioline di rimmel. Devo puntare i calcagni per terra,
riprese.  l'unica cosa che serve, per i crampi. Se spingo i
calcagni nella ghiaia, qui...
E si ferm, guardandomi. Charlotte, disse poi, non era
una bugia. Puoi spiegarglielo? Lui non capisce. Io dicevo sul
serio. Se non si ha nessun posto dove andare,  veramente come
essere in prigione, no?
Altroch, risposi. Vuoi tornare all'auto, adesso?
Non ho altra scelta. E lui dovr andare fino in fondo,
continu lei, lasciandosi accompagnare. Per me non  un gioco,
sai? Verso il quinto o il sesto mese ero cos furente e stufa
di aspettarlo che credo addirittura di avere smesso di amarlo.
Ho veramente creduto di non poterlo amare pi. Ma che cos'altro
mi resta da fare?
Procedevamo lungo la striscia di ghiaia, evitando sacchetti
di cellophane e involti di caramelle. Vidi che Jake si era risistemato
in auto ad aspettarci. Stava seduto nel sedile di destra,
la testa china, affondata tra le mani.
Dopo Pariesto fu Mindy a guidare. Aveva detto che le faceva
bene ai crampi. Io stavo al mio solito posto, mentre Jake si
era spostato al centro. Anche se ormai faceva molto caldo,
continuava a tenere addosso la sua giacca, con il colletto alzato,
quasi per proteggersi. Il vento gli arruffava i capelli scompigliandoli
in riccioli umidi, indurendomi e salandomi il volto.
Mindy, invece, valendosi del suo piccolo termostato personale,
sembrava perfettamente a suo agio. Teneva i gomiti
larghi e il mento alto, procedendo a un ritmo veloce e regolare
che a poco a poco l'aveva messa di buon umore. Finch si
mise a cantare L'amore ci terr uniti. Quando il piede dell'acceleratore
prese a battere il ritmo, Jake disse: Vuoi calmarti
un po'? Ma per il resto la lasci fare. Si era allungato sul sedile,
con le braccia conserte sul torace e la testa piegata all'indietro.
Se non lo avessi osservato attentamente, scorgendo le
fessure grigie degli occhi, avrei detto che dormiva.
Il pomeriggio tardi, in una citt imprecisata, ci fermammo
in un centro commerciale. Mindy voleva prendere un bicchiere
di latte al bar. Disse che doveva berne almeno un litro al
giorno. D'accordo, obiett Jake. Per secondo me non siamo
che a un paio di ore da Perth. Non puoi aspettare fino a
l?
Non  per me, ma per il bambino, replic lei. Per me
potrei aspettare tutta la vita. Il latte non lo posso soffrire. Venite?
E smont dall'auto in un turbinare di rosa, precedendoci
nel centro commerciale. Un vecchissimo Woolworth's, con i
pavimenti scuri che scricchiolavano, pieno di odore di popcorn.
Interi banchi di lacca per i capelli, apparecchi per curvare
le ciglia, occhiali variopinti, pendenti a seme di senape,
tutti oggetti che credevo scomparsi da un pezzo. Mindy fu distratta
da un completo saliera e pepiera in forma di due lanterne
a cherosene, che si ferm a comperare. Pensavo che Jake
le avrebbe fatto fretta, invece rest calmo. Se ne stava l
con le mani in tasca, la faccia floscia e priva di espressione, lo
sguardo fisso su un giornaletto di Batman che c'era per terra.
Poi andammo al bar, dove Mindy ordin il suo latte. Ugh,
disse, quando arriv. Com' bianco. E com' denso. La cameriera
si secc e se ne and tutta impettita, sbatacchiando
uno strofinaccio per i piatti su tutto ci che si trovava a intralciarle
il passo. Guarda che lo faccio per te, Elton, disse
Mindy, dandosi un buffetto sul ventre e attaccando a bere,
un sorso alla volta. Gli diamo il nome di Elton John, mi
spieg poi. Intanto Jake esaminava con la massima cura la fotografia
di un frullatore grigio e un hot dog in plastica rosa,
anni '40. Io sfogliai un giornale abbandonato in cerca delle
strisce dei Peanuts, ma quando le ebbi trovate non mi fecero
ridere neanche un po'.
Tornati in strada rimanemmo un attimo accecati. Tutto era
spaventosamente caldo e abbagliante; un branco di strani motociclisti
di gamba lunga, sistemati come tante mantidi religiose,
ci scorse davanti mandando lampi di luce. Jake si asciug
il viso con la manica. La prossima volta ricordati di farmi
prendere un'auto con l'aria condizionata, mi disse. Dentro
quella l ci saranno un quarantacinque gradi.
Quasi avesse suonato una qualche sorta di allarme, Mindy
esplose un: Oh, no! mettendosi a correre.
Che cosa ho detto? mi chiese Jake.
Io risposi scrollando le spalle.
Mindy stava tirando le portiere dell'auto, prima quella incatenata
e poi l'altra. Finch si chin, scomparendo alla vista.
Quando arrivammo al lato di guida la vedemmo china sul pavimento
dietro, che allungava le mani sotto entrambi i sedili,
facendole scorrere sui tappetini polverosi. Plymouth? Plymouth?
Abbiamo lasciato i finestrini aperti, dissi a Jake.
Sei stata tu che hai lasciato aperto il tuo, ribatt lei, raddrizzandosi.
Una macchia di polvere le correva lungo tutto il
ponte del naso, le treccine si stavano disfacendo. Il mio l'ho
chiuso come una bolla di sapone, non crederai che non stia attenta
a una cosa del genere.
Oh, Mindy, mi spiace moltissimo, dissi, ma sono sicura
che potremo....
Cavolo, se avessimo chiuso tutti i finestrini, quello sarebbe
comunque morto di caldo, intervenne Jake. Non puoi
dare la colpa a Charlotte.
 colpa vostra, di tutti e due. Tu e lei. Non volevate portarvelo
dietro, nessuno dei due. Plymouth? Oh, che cosa far
adesso? In questa citt su cui non ha mai posato lo sguardo
prima d'ora? Che poi magari, sepolto com'era sotto quel sedile,
non si  neanche accorto che stava viaggiando. Che cosa
star pensando, ora che uscendo fuori dal finestrino ha trovato
tutto diverso?
Dai, Mindy, disse Jake. Sono sicuro che star...
Tu non sei sicuro di un bel cavolo di niente, ribatt lei.
Voglio che vi mettiate tutti e due a cercarlo, e in fretta.
Chiaro?
E picchi il sandalo sul pavimento. In rilievo sul collo le
comparve una vena azzurra. Jake rimase a bocca aperta.
Mindy, chiese, che cosa ti piglia?
Ma lei non rispose.
Sei cambiata, Mindy. Sei diventata una vera dura, a
quanto pare.
S, pu darsi, rispose lei. Ma sei stato tu che mi hai dato
una mano a diventare cos, Jake Simms. Non ho fatto tutto
da sola.
E si guardarono. Erano talmente immobili che li sentivo
respirare.
Finch Jake disse: Be', il... il gatto, credo sia meglio che ci
mettiamo a cercarlo. Vieni, Charlotte?
Va bene, risposi.
Ci avviammo lungo il marciapiede, lasciando l Mindy caso
mai il gatto fosse tornato indietro per conto suo. Ci chinammo
a cercare gli occhi a lanterna di Plymouth sotto tutte le
auto, a una a una. Credi che il gatto sappia come si chiama?
chiesi a Jake.
Piovono tutte addosso a me, replic lui.
Gli presi il braccio. Superammo alcune altre auto, senza
tuttavia chinarci a guardare sotto. Quindi, arrivati all'incrocio,
rimanemmo l in piedi, immobili, lo sguardo fisso sulla
vetrina di un'agenzia di viaggi, alla nostra sinistra. Ecco,
quello  uno sport che non ho mai provato, disse finalmente
lui. Stava guardando un poster con degli sciatori. Hai mai
sciato, tu?
Assolutamente mai, risposi. Anche se mi sarebbe sempre
piaciuto.
Credi che sia pericoloso?
Be', un po', magari.
Sono convinto che me la caverei bene, disse lui. Anche
se lo so che sembro presuntuoso a dirlo.
Forse dovevamo andare a nord invece di venire qui a
sud, replicai io.
In un posto freddo.
Con un'aria limpida, fresca.
Gi, disse Jake, con un sospiro.
Gi.
Mi venne in mente una cosa. Senti, dissi. E se Plymouth
se lo fosse preso qualcuno?
Preso?
Voglio dire, ormai potrebbe essere a miglia e miglia da
qui. Lontano mezza contea.
Eh, s, convenne lui. Gi, proprio. Potrebbe essere
ovunque! E contento di esserci, anche. Non ha pi senso cercarlo.
Ci distaccammo e tornammo verso l'auto. Mindy era appoggiata
alla portiera. A quella distanza sembrava vecchia,
meno piena di speranze. Si guardava i piedi, e dal modo in cui
stava ingobbita capii che doveva avere uno di quei mal di
schiena che vengono nella parte finale della gravidanza. Non
credo avesse mai veramente pensato che avremmo trovato il
gatto. Quando arrivammo da lei si limit ad alzare lo sguardo.
Su, Mindy... attacc Jake, ma lei lo zitt stancamente,
raddrizzandosi e sorreggendosi il ventre con entrambe le mani.
Possiamo anche andare, disse.
Riprendemmo i nostri soliti posti. Il mio sembrava ormai
portare incavata la forma del mio corpo. Sapevo esattamente
dove mettere i piedi in modo da non rovesciare la tazza di
ghiaccio sciolto che c'era sul pavimento. Jake appoggi il
braccio sullo schienale di Mindy. Quel gatto con noi non
stava comunque bene, le disse.  meglio cos, non credi?
Lei non rispose. Puntata in avanti la mascella, fissato uno
sguardo accigliato oltre il parabrezza, part a marcia indietro.
Andammo a sbattere contro un'auto parcheggiata a un box di
distanza. Jake spost il braccio. Forza, stai andando splendidamente,
disse. Adesso per credo che sia il caso di andare
avanti. E fa' un segno a quello l, per fargli capire che stai arrivando.
Mindy abbass un finestrino e sporse una mano simile a un
nastro floscio, usato. L'auto infil di scatto la strada, super
un semaforo giallo, procedette per diversi incroci a casaccio,
senza una meta. Jake spost il peso del corpo. Ehm,
Mindy..., disse.
Arrivammo a un posto di blocco, disposto in mezzo alla
strada e presidiato da due poliziotti con le braccia conserte, le
spalle rivolte a noi, che se ne stavano l in una postura greve,
testarda. Alle cinture portavano appesi la fondina, la radio e
gli altri ammennicoli del caso, tutti nella stessa pelle nera
grossolana. Santo cielo! esclam Jake. All'ultimo momento
Mindy ferm l'auto. Dietrofront, le disse. Va' indietro.
Taglia la corda. Fa' un'inversione a U.
Eh? chiese lei.
Non si pu, gli dissi.  un senso unico. Stattene l calmo
a goderti la sfilata.
La sfilata?
Un tamburo maggiore bianco e oro scorse tutto impettito
davanti al nostro parabrezza, pungolando l'aria con il suo bastone
d'argento, seguito da un gran belare di ottoni. Ah, una
sfilata, disse Jake.
Mindy si mise a piangere. Ci voltammo entrambi a guardarla.
Mindy, chiese Jake. Che cosa c'?
Tutto congiura contro di me! gemette lei. Niente sar
mai come sognavo. Non arriveremo mai in Florida!
E chin il capo sul volante, stringendolo tra le braccia.
Piangeva forte, come una bambina. Ma noi la sentivamo soltanto
nelle pause del Re della strada che ci pioveva addosso
a belati da un posto imprecisato, a ovest. Che cosa c',
Mindy? le chiese Jake. Stai bene?
Lei scosse il capo.
Hai dei dolori, o qualcosa del genere?
Dappertutto, rispose lei, con voce soffocata, vuota come
una campana. Sono giovane! Ecco! Non posso farcela da
sola!
Jake allung una mano a girare la chiavetta. L'auto ebbe un
soprassalto e il motore si spense. Evidentemente il Re della
strada aveva vinto la sua battaglia. Sovrastava ogni cosa. La
banda ci pass davanti tutta tronfia, ragazzini delle superiori,
maschi dal pomo d'Adamo aguzzo e femmine coperte di sudore.
Mindy aveva ancora la testa posata sul volante, mentre
Jake era girato nella mia direzione, quasi si aspettasse qualcosa
da me. Charlotte, non potresti darmi una mano? chiese.
Io non so mai che cosa possa servire esattamente in un determinato
momento. Gli diedi un Kleenex tolto dalla borsetta.
Be', grazie mille, comment lui.
O magari... dissi. Vuoi che vada a prendere un po' d'acqua?
Lui guard Mindy, che si limit a continuare a piangere. In
ogni caso non so come avrei potuto fare a portare l dell'acqua.
Ormai la strada era zeppa. Eravamo completamente circondati
da auto su tre lati. I guidatori ne stavano smontando,
sedendosi in maniche di camicia sui parafanghi. Arriv un
uomo con un intero baobab di palloncini. Ne vuoi uno?
chiesi a Mindy.
Per amor di Dio, Charlotte, esclam Jake. Non ti viene
in mente niente di meglio?
Be', stavo semplicemente... Selinda lo avrebbe voluto,
replicai. Ma non era vero. Neanche lei avrebbe voluto un palloncino.
Il fatto  che mi facevano entrambi un'enorme pena,
Mindy e lui, e non sapevo per quale dei due fossi pi triste.
Non posso sopportare le situazioni in cui non si  in grado di
stabilire con chiarezza chi abbia ragione e chi torto. Ero vile.
Preferii mettermi a guardare la sfilata. Un tiro di Clydesdale
pass oltre trainando un carro di birra, tutto un clop clop, e il
mio sguardo segu i grossi zoccoli dei cavalli, procedendo a un
lungo viaggio privato, riposante. Si lasciarono dietro grossi
mucchi di sterco dalla forma di alveare. Ci sono occasioni in
cui particolari insignificanti come questi ci possono far salire
come tanti tornanti su per una montagna, portandoci lontano
miglia e miglia.
Seguiva una schiera di majorette, accompagnate da una dama
floreale che marciava al loro fianco reggendo un beautycase.
Attente a dove mettete i piedi, ragazze! continuava a
gridare. Occhio allo stronzo! Sotto i loro cappelli con la visiera
le majorette avrebbero anche potuto essere prive di occhi,
ma al momento necessario scartavano di lato. I militari
invece, pi valorosi, procedettero imperterriti, pestandoli a
uno a uno. Al loro fianco marciava un bimbetto nero, che reggeva
a mo' di fucile una stampella da adulto e faceva scattare
avanti e indietro un braccio che sembrava di gomma, ridendo
e roteando gli occhi rivolto agli amici. In vita mia non mi era
mai capitato di vedere una persona pi contenta di s.
Dov' andato a finire quel Kleenex? mi chiese Jake.
Toh, prendine un altro, risposi.
Mindy? Perch non ti tiri su e non guardi? C' un grande
carro con sopra una miss. Miss salsicce Top Touch. Quante
volte le ho mangiate!
Mindy esplose un singulto, ma non alz la testa. Jake si volt
a guardarmi.
Be', che cosa devo fare? chiese.
Ehm...
Dovresti intendertene di storie come questa. Che cosa devo
fare?
Oh, guarda,  la giornata dei Padri Fondatori, dissi io.
Eh?
Indicai una minuscola vecchietta dai lunghi capelli biondi,
in minigonna, che reggeva un cartello, giornata dei padri
fondatori 1876-1976, c'era scritto, sopra a quattro volti maschili
disegnati a matita, con certe bocche ritoccate un'infinit
di volte. CENTO ANNI DI PROGRESSO.
Ah, mi pareva che non fosse una festivit normale, comment
Jake. Dio mio, guarda quella pettinatura. Credi che
sia vera?
Non  possibile.  una parrucca. Saran o qualcosa del genere,
risposi.
Dynel, forse. Come quella di mia sorella.
Mindy si tir a sedere, asciugandosi la faccia con i dorsi
delle mani. Limacciose strisce grigie di lacrime le segnavano
le guance, il rimmel aveva reso i suoi occhi simili a quelli di
un procione. Mindy! esclam Jake. Vuoi una Lifesaver?
Una cicca?
Lei scosse il capo.
Credo che siano rimaste un po' di patatine.
Non le voglio le tue patatine, Jake Simms. Voglio soltanto
morire.
Su, su, non dire cos. Senti, io mi sto sforzando per fare
del mio meglio. Vuoi vedere un gioco di prestigio? Li so fare,
sai?, riprese Jake, rivolgendosi a me. Ci scommetto che non
lo sapevi.
Credo che tu me l'abbia accennato, risposi, mentre guardavo
un carro con sopra certi grassoni in fez.
Sono veramente bravo, vero, Mindy? Diglielo.
Lei borbott qualcosa rivolta al volante.
Che cos'hai detto, Mindy? Parla chiaro. Non ti sento.
Lei sollev appena il mento. Fa sparire le cose, disse, rivolta
al parabrezza.
Proprio, conferm Jake.
Fa sparire le cose nel nulla. Le disfa. Il suo massimo eroe 
Houdini.
In questo momento non ho l'attrezzatura necessaria, disse
Jake. Ricordatene, Mindy, ma basta che mi dici un trucco
che ti piacerebbe, e io vedo che cosa posso fare. Dico sul serio.
Ti ricordi come ti piacevano i giochi di prestigio?
Lei non rispose. Jake si gir a guardarmi. Il suo viso era
madido per il calore dell'auto, i capelli arricciati e irti. Le
piacevano moltissimo, mi disse.
E invece adesso non mi piacciono pi! esclam lei.
Non so che cosa le sia preso.
I fez erano scomparsi da un pezzo, sostituiti da un'altra
banda musicale di una scuola. Tutti battevano e agitavano le
mani. Ma poi in testa alla parata dovette capitare un qualche
intoppo. I ragazzi si fermarono, continuando a suonare finch
finirono il loro motivo, quindi zittendosi e rimanendo l
con lo sguardo fisso in avanti. Gli si vedevano le piccole pulsazioni
alle tempie; e la catenella che legava un suonatore al
suo ottavino e che di punto in bianco mi fece venire in mente
un'idea comica dell'incidente che doveva essere successo un
tempo, facendo adottare quella precauzione. Scoppiai a ridere;
fu il rumore pi forte che si sent nella strada. Gli applausi
infatti erano terminati. Tra i suonatori e gli astanti c'era una
sorta di intesa: facevano reciprocamente finta che gli altri
non esistessero. Finch la sfilata ripart, e con essa gli applausi.
Il pubblico torn a traboccare dell'ammirazione di prima,
come obbedendo a un ordine. I suonatori ripresero a marciare.
Le loro gambe scattavano regolari e dritte come lame di
forbici. Mi spiacque non averli pi l da guardare.
Secondo me il tamburo  un bellissimo strumento, disse
Jake, seguendoli con lo sguardo.
A te piace tutto quello che fa rumore e danni, comment
Mindy.
La guardammo.
Ah! Avevo in mente di fare il mio trucco del portafogli,
disse Jake.
No, grazie.
Dunque, dove sarebbe il mio portafoglio... Cacchio,
dov'?
Lascia perdere, disse Mindy.
Prestami il tuo, Charlotte.
Io lo tolsi dalla borsetta e glielo diedi, osservando intanto
un carro di uomini in parrucca bianca che firmavano un documento
bruciacchiato sui bordi. Guarda bene, adesso, disse
Jake a Mindy. Forse  la volta buona che capisci come faccio.
Ecco qui un portafoglio vuoto, lo vedi? Bada bene che
non c' nessun trucco. Niente tasche nascoste, niente scompartimenti
segreti... Lo sentii frugarci dentro, aprire le finestrelle
di plastica, far scattare una linguetta. Segu un silenzio
improvviso.
Ehil, esclam poi lui. Be'? Che cosa sarebbe questo,
Charlotte? Eh, Charlotte? Che cos'?
Io distolsi gli occhi dal corteo, guardando ci che mi porgeva da vedere.  un traveler's cheque, risposi.
Un traveler's cheque! Guarda qui, Mindy. Un traveler's cheque da cento dollari! Siamo ricchi! Perch non me l'avevi detto? chiese lui. Che cosa sarebbero questi trucchetti?  il modo di fare?
Non so. Non ci ho pensato, risposi.
Non ci hai pensato? Ti porti in giro cento dollari e non ci hai pensato?
Mah, sai,  tanto di quel tempo che ce l'ho. Voglio dire, per me doveva servire a un solo scopo, per cui mi sono dimenticata che potesse servire per qualcos'altro.
E si pu sapere che diavolo di scopo sarebbe? chiese lui.
Mah, per viaggiare, risposi.
Ma noi stiamo appunto viaggiando, Charlotte, replic lui.
Ah, dissi.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Quando Selinda era piccola, cercai di dirle il pi possibile la
verit. Le spiegai che, per quanto ne sapevo, quando si muore
si muore e amen. Ma un giorno, dopo la funzione in chiesa,
mi domand: Com' questa storia che tu e io moriamo e basta, e invece gli altri vanno in paradiso?
Be', eccoti al punto, risposi. Si pu fare la propria scelta.
E lei scelse il paradiso. Non potei darle torto. Si mise a frequentare
tutti gli impegni facoltativi della chiesa dai quali io
mi tenevo alla larga: riunioni di preghiera, serate familiari e
cos via. Cominciai ad accorgermi della sua assenza. Ormai
aveva sette anni ed era una persona totalmente scissa. S, in
realt lo era sempre stata, ma avevo sempre pensato che i sette
anni fossero l'et in cui si raggiunge la piena identit. A
volte mi sembrava addirittura che il mio stesso io di sette anni
fosse ancora l a guardare fuori dal suo involucro adulto,
polemico ma imperturbabile. Le chiesi: Ti ricorderai di venirmi
a trovare, qualche volta?
Abito qui, replic lei.
Ah, me n'ero dimenticata.
Fino ad allora avevo pensato che sarebbe stato un errore
avere un secondo figlio. (Altra roba da portarmi dietro quando
me ne sarei andata.) Ma a quel punto cambiai idea. Quanto
a Saul, naturalmente ne aveva sempre voluto pi di uno.
Cos nel gennaio del '69 rimasi incinta. E in marzo eccomi l a
comperare mucchi di pannolini e di camicie da notte in flanella.
Ma in aprile ebbi un aborto. Il medico disse che sarebbe
stato poco saggio che ci riprovassimo.
Nessuno sapeva quanto volessi gi bene a quel bambino.
Nemmeno la mamma, che in definitiva dal canto suo non era
mai stata cosciente di essere incinta. Si dava da fare attorno
ai miei cuscini con un'aria speranzosa e perplessa. La signorina
Feather mi portava tantissimi brodini, quasi pensasse che
avessi il raffreddore. Linus e Selinda sembravano spaventati.
Julian ebbe una delle sue ricadute: perse trecento dollari all'ippodromo
di Bowie. E Saul se ne stava a sedere accanto al
mio letto, stringendomi le mani schiacciate fra le sue. Guardava
non tanto me quanto le mie unghie, che avevano assunto
una sfumatura azzurrastra. Passavano ore senza che dicesse
una parola. Non avrebbe dovuto? Non era il compito di un
pastore? Ti prego di non spiegarmi che  il volere di Dio, gli
dissi una volta.
Non ne avevo nessuna intenzione, rispose.
Ah, ripresi io, con aria delusa. Perch non lo , continuai.
 un fatto biologico.
Certo.
Prodotto dal mio corpo. Niente di pi.
Certo.
Lo guardai attentamente in viso. Vidi che aveva due linee
che gli facevano piegare bruscamente all'ingi gli angoli della
bocca, talmente profonde che dovevano essere l da un pezzo.
Sulla sommit della testa i capelli si stavano diradando, di
quando in quando portava gli occhiali per leggere. Aveva
trentadue anni, ma mi sembrava che ne avesse quarantadue.
Non capivo perch. Dipendeva da me? Mi misi a piangere.
Saul, chiesi, credi che il mio corpo lo abbia fatto di proposito?
Non capisco.
Perch un bambino mi avrebbe impedito di andarmene?
Andartene? chiese lui.
Andarmene. Lasciarti.
No, no di certo.
Ma io continuo a pensare, vedi... Ho tanta paura che...
Voglio dire, a volte sembriamo farci tanto male a vicenda.
Sempre l a discutere, a polemizzare... Certe volte, quando
siamo sul furgone, e la mamma occupa due terzi del sedile e
Selinda  l in braccio che mi d fastidio, e io sto brontolando
per qualcosa di cui non mi importa niente, soltanto per vedere
fino a che punto riesco a tirarti, dopo di che tu ti secchi e ti
ritiri in un angolino privato della tua mente... be', allora mi
viene da pensare che siamo una famiglia molto infelice. E non
capisco perch la cosa mi debba sorprendere. " del tutto naturale",
penso. "E la mia sorte. Io sono sfortunata.  tutta
una vita che vivo in famiglie sfortunate. Non ho mai veramente
pensato che potesse capitarmi qualcosa di diverso".
Rimasi in attesa di vedere se avrebbe replicato, ma lui non
lo fece. Continu a premere le mie mani tra le sue. Tenne la
testa china. Gi mi spiaceva di averlo detto, ma cos  fatta la
mia vita: sempre l a desiderare di poter ritirare tutto per ricominciare
da capo. Non c'era niente da fare. Ripresi a parlare.
Insomma, dissi, temo che il mio corpo abbia pensato:
"Non  il caso di portare a conclusione questa storia. Non bisogna
assolutamente farle avere un bambino, perch un bambino
le impedirebbe per altri sette anni filati di andarsene.
Quindi  meglio che io..."
Tu non mi lasceresti mai, Charlotte, replic lui.
Ma come! Ho un assegno, le scarpe e...
Ma tu mi ami, ribatt lui. Io lo so.
Alzai gli occhi a guardarlo, i suoi occhi fermi, la bocca regolare.
Perch la metteva sempre in quei termini? Come quella
volta al Blue Moon Hotel. Non avrebbe piuttosto dovuto
dirmi quanto fosse lui ad amare me?
Invece insistette: Sono sicuro che mi vuoi bene, Charlotte.
E poi: come mai questo suo sistema funzionava sempre?
Mi ero rimessa in piedi da circa sei settimane, quando un
mezzogiorno Saul entr in cucina tenendo in braccio un bambino
e in mano un sacchetto di pannolini, di vinile azzurro.
Un bambino grande, di diversi mesi. Una faccia da luna piena,
un bamboccio paffuto, dall'aria molto severa. Ecco,
disse Saul, porgendomelo.
Che cos'? chiesi, senza prenderlo.
Un bambino, no?
Non posso portare oggetti pesanti, replicai, senza tuttavia
scostarmi. Saul si iss il bambino sulla spalla. I piccoli gli
piacevano, ma non aveva mai imparato come si fa a tenerli in
braccio. La vestina era sollevata fino alle ascelle. Il bimbo
dondolava goffamente, con uno sguardo accigliato sotto due
spuntoni di capelli. Una specie di Napoleone grasso e biondo.
Non potresti prenderlo in braccio? Non  poi cos pesante,
disse Saul.
Ma io... ho le mani fredde.
Sai, Charlotte? Lo terremo qui con noi per un po'.
Ah, Saul, replicai. Niente avrebbe potuto sorprendermi
di pi. In quel mio stato di provvisoriet gli eventi mi scorrevano
davanti come alghe galleggianti. Mi sfioravano la guancia
e si allontanavano. Li vedevo da grande distanza, sia
quando arrivavano sia mentre se ne andavano. Grazie per il
pensiero, ripresi, ma non  possibile, e mi spostai dall'altra
parte del tavolo, apparecchiando serenamente i piatti
fondi.
Non ha un padre, Charlotte, e sua madre  scappata lasciandolo
con la nonna, che questa mattina abbiamo trovato
morta. Ho pensato che ti sarebbe piaciuto averlo qui.
Ma un giorno sua madre torner, replicai. Potremmo
perderlo in qualsiasi momento. E attaccai a piegare i tovaglioli.
Potremmo perdere chiunque in qualsiasi momento. Anche
Selinda.
Lo sai che cosa intendo. Non  nostro.
Nessuno  nostro, insistette lui.
Cos io finii di piegare i tovaglioli e poi mi scaldai le mani
un attimo sul grembiule, dopo di che tornai da lui, che aspettava
l in piedi. Trovavo un certo sollievo nel fatto di sapere
che non avevo scelta. Tutto era stato predisposto. Sembrava
capirlo persino il bambino, che si pieg in avanti quasi fosse l
che mi aspettava fin dal primo momento, cadendomi come un
sasso tra le braccia tese.
Lo chiamammo Jiggs. Il suo nome vero era tipico di una famiglia
di bianchi poveri, un nome a cui cercavo di non pensare
nemmeno, mentre Jiggs sembrava in qualche modo pi adatto
alla sua struttura tozza e agli occhiali spessi, cerchiati di chiaro,
che dovette molto presto cominciare a portare. E poi Jiggs
era un nome alla buona. Altrettanto agevolmente avrei potuto
chiamarlo Butch, Buster, Punkin o Pee Wee. Qualsiasi nome
mostrasse con quanta facilit avrei potuto renderlo alla
madre quando fosse venuta a riprenderselo.
Ogni volta che avevo da lavorare lo piazzavamo nel mio
studio davanti a un mucchio di cubetti. Linus gli fabbricava
certe citt traballanti, Selinda gli disegnava con i pastelli dei
cavalli su cui ponderare profondamente. Io gli parlavo ininterrottamente
mentre sistemavo le lampade.  suo? poteva capitare che mi chiedesse un cliente. Oh, no.  Jiggs, rispondevo io.
Ah.
Dopo di che fotografavo i volti cortesi e perplessi dei clienti.
S, continuavo a fare fotografie, ma soltanto perch ogni tanto
capitava l qualcuno. E solo alla giornata. Inoltre avevo
perso per strada la composizione formale tipica di mio padre.
Con il passare del tempo vi avevo introdotto diverse varianti
a caso: fiori, spade, racchette da ping pong, scarti dell'ammasso
di cianfrusaglie di Alberta. I clienti avevano l'abitudine,
entrando, di prendere in mano qualcosa, dopo di che ci si
affezionavano. Si sedevano l continuando a tenerlo in mano,
distrattamente. Met delle volte non me ne accorgevo nemmeno.
Io non ero il tipo del fotografo confidenziale, chiacchierone.
Ero troppo impegnata a calcolare la luce, a lottare
con la macchina, che faceva sempre pi i capricci. Il soffietto
era rappezzato con pezzetti di nastro isolante. La tendina era
tanto sfrangiata e impolverata da farmi starnutire quando mi
ci infilavo sotto. Mi capitava spesso di avere stampato il negativo
prima di vedere veramente che cosa avessi fotografato.
Mah, dicevo a Linus. Che cosa diavolo...
Lui allora posava il bambino e ci mettevamo entrambi a
esaminare la mia foto. Una ragazzina delle superiori, con addosso
lo scialle pieno di lustrini di Alberta, adorna di un'infinit
di collane da scena, con in mano un pennacchio di piume
di struzzo, che ci rivolgeva un bel sorriso confuso, pieno di
orgoglio, quasi sapesse quanto fosse riuscita a sbalordirci.
Nell'autunno del '72 Alberta mor. Ricevemmo un telegramma
dal suocero, vostra madre morta attacco cuore stop
funerale mercoled ore dieci. Quando lo lesse, Saul divenne
cupo, senza tuttavia dire niente. Pi tardi, poi, chiam Linus
e Julian sulla veranda, dove tennero una riunione a porte
chiuse. Io vagolai l fuori, giocherellando con alcune ciocche
dei miei capelli. Quando si trattava di fatti di una certa importanza,
considerai, pareva che non facessi neanche remotamente
parte della famiglia. Mi sembrava di essermi introdotta
di straforo nella loro cerchia, creandomi una nicchia al riparo
dell'ombra di Alberta, finch gli Emory si erano rivelati
chiusi su se stessi come sempre, e Alberta se n'era andata,
morendo. Sotto sotto, credo di avere sempre sperato che tornasse.
Desideravo la sua approvazione. Era tanto pi coraggiosa,
libera e forte di quanto mi fossi rivelata io. C'erano
mille cose che pensavo di sottoporre al suo giudizio. Ora queste
cose sembravano non avere pi alcun senso, tanto che ci
pensavo - persino ai bambini - con una certa antipatia.
Andai da mia madre, che stava lavorando a maglia davanti
alla TV. Alberta  morta, le dissi.
Oh, povera me, comment lei, senza perdere un solo
punto. Be', immagino che gli uomini andranno al funerale.
Invece non ci andarono affatto. L'argomento della riunione
era proprio quello. Saul aveva informato i fratelli che lui
non ci sarebbe andato e che secondo lui non dovevano andarci
nemmeno loro, ma che comunque lasciava a loro di decidere.
La questione venne discussa a fondo, esaminata in tutte le
implicazioni. E questa fu la decisione di quei tremendi cattivacci
dei suoi figli, ormai invecchiati, calvi, turbati da patetici
falli di scarso rilievo. In assenza della madre i loro colori
erano sbiaditi. Alla fine si scopre che gli esseri umani non sono
altro che tanti riflessi negli occhi degli altri. La casa di Alberta,
in sua assenza, era andata a pezzi, scomparendo, le sue
cose avevano assunto un sentore di ruggine. (Una volta mi
aveva raccontato che gli Emory erano sempre stati ammazzati
da un cavallo: era il loro modo di morire. Ma poi era saltato
fuori che in realt era successo soltanto a uno di loro, un lontano
zio. Gli altri erano morti nel loro letto, morti meschine
che sarebbero state loro risparmiate se Alberta fosse rimasta l attorno.)
Julian disse che neanche lui sarebbe andato al funerale. Rimaneva
Linus, l'unico a cui forse sarebbe piaciuto farlo, ma
lo sapevano tutti che non si sarebbe mai messo in urto con i
fratelli. (La barba ce l'aveva perch non se l'era mai fatta, assolutamente
mai, dal giorno in cui gli erano cresciuti i primi
peli in faccia. Tanto limitato era l'impegno che metteva nell'opporsi
agli eventi.) Rimarr a casa e reciter mentalmente
una preghiera per lei, disse a Saul.
Come vuoi, comment il fratello.
Tutto questo naturalmente fu da Linus che venni a saperlo.
Mai da Saul. Linus stava alzato fino a tardi, seduto su una
seggiola della cucina a smerigliare un pezzo di legno delle dimensioni
di un francobollo. Era ormai un paio d'anni che stava
costruendo mobili per una casa di bambole. Non so perch.
Una volta, di punto in bianco, mi disse: Secondo me dovrebbe perdonarla.
Eh?
Saul, spieg. Dovrebbe perdonare nostra madre.
Oh, be', lasciamogli almeno un peccato.
Sulla veranda ha detto: "Mi fa ridere l'idea che quel vecchio
matto abbia finito per sopravviverle". Il nonno, intendeva.
E si  veramente messo a ridere. Ha spinto la testa all'indietro
ed  scoppiato in una grossa risata. Che cosa ne pensi?
Niente, risposi. Non mi ci metto neanche. Lascialo perdere.
E Linus soffi via un bruscolo di segatura, asciugandosi la
fronte con un braccio bruno, pieno di vene, e zittendosi. Era
abituato a vedermi stare dalla sua parte, non da quella di
Saul. Non poteva sapere quante volte avessi posto a me stessa
la medesima domanda. Che cosa ne pensi di Saul?
Mio marito era diventato un uomo in bianco e nero. Sopra
il pulpito, torreggiante veste nera con collare bianco. Altrimenti,
modesto abito nero su una camicia bianca. Mi capitava
spesso, mentre andavo a fare la spesa o portavo a spasso i
bambini, di vederlo attraversare a grandi passi la citt, diretto
a una delle sue missioni scriteriate, come pi grande del solito,
il soprabito sbottonato che gli svolazzava dietro le spalle,
i risvolti dei pantaloni che sbatacchiavano, la cravatta fluttuante,
ciocche di capelli negletti che gli calavano come tante
piume sopra il colletto. Portava costantemente con s una
Bibbia e aveva un'espressione fosca, intensa, quasi fosse impegnato
a mettere a fuoco un pensiero insondabile. Il pi delle
volte non ci vedeva nemmeno.
Era veramente soltanto un pastore fanatico, impegnato a
convertire il mondo?
Certe volte, pronunciando i suoi sermoni, incespicava in
quel che stava dicendo e si bloccava, come se fosse intento a
esaminare le parole che gli erano appena uscite di bocca. Allora
ero costretta a meditarle anch'io, cercando di scoprire quale
verit potesse esservi celata. A volte, mentre era tutto preso a
fustigare i soliti vecchi peccati di sempre, poteva capitare che
si bloccasse a met di una frase, afflosciandosi, scuotendo il capo
e andandosene senza ricordarsi di pronunciare la benedizione.
Il suo gregge perplesso, sempre pi ridotto, si agitava sulle
panche, e io me ne stavo l serrando i guanti nelle mani. Corrergli
dietro? Lasciarlo andare? Mi immaginavo poderose fondamenta
che gli tremavano nell'intimo, in un subisso di scricchiolii.
Sentivo i miei stessi ingranaggi che grattavano trovando
un nuovo assetto. Di notte mi svegliavo spesso di soprassalto,
premendo il volto contro il suo torace madido, arruffato.
Persino il battito del suo cuore sembrava attutito, segreto.
Non sono mai riuscita a immaginare che cosa potesse sognare.
Un giorno, durante la primavera del '74, ero occupata in cucina
a servire la prima colazione a un frequentatore della panca
dei penitenti, il dottor Sisk. Intanto cercavo di fare fretta a
Jiggs, perch era quasi ora che andasse all'asilo e invece se ne
stava l seduto con addosso una sola calza e nient'altro. Continuavo
a inciampare nel cane, una bestia tremenda che Selinda
aveva portato a casa dal campeggio delle girl scout. Insomma,
non era uno dei miei momenti migliori. Quindi mi ci volle
un po' per accorgermi di quello che mi parve un Saul di altri
tempi, appoggiato allo stipite della porta di casa. Il Saul
che avevo sposato, senza rughe attorno alla bocca, con un po'
pi di capelli, pi disinvolto e sciolto, meno preoccupato. Indossava
un paio di jeans scoloriti pieni di toppe e reggeva un
vecchio tascapane militare. Mi stava guardando con l'aria
beffarda e divertita che Saul non aveva pi da anni. Cio, in
realt non ero poi cos sorpresa. In effetti avevo gi trovato
una spiegazione (una piccola piega temporale, niente di cui
preoccuparsi), quando lui fece sentire la sua voce. Ho bussato,
disse, ma non ha risposto nessuno.
Non era affatto la voce di Saul, come del resto non lo era
mai stata. Non si lasciava dietro la solita eco. Amos! esclamai.
Come va, Charlotte?
Si raddrizz e venne a porgermi la mano. Ormai ero talmente
abituata a quel viavai che non mi venne nemmeno in
mente di chiedere come mai fosse l. (A dire il vero erano ormai
anni che lo aspettavo. Che mi chiedevo che cosa potesse
mai essere a farlo tardare.) Ma evidentemente lui ritenne opportuno
spiegarmelo. Ho sentito dire che alle superiori di
Clarion cercano un insegnante di musica, disse. Quindi ho
pensato che potevo fare domanda. Avrei forse dovuto mandare
un paio di righe in proposito, ma a scrivere lettere non
sono un granch.
Da quando eravamo sposati ci aveva mandato quindici lettere,
ovvero, per la precisione, un biglietto di auguri per le
nozze e forse quattordici di quegli avvisi di cambio di indirizzo,
gi stampati, che si prendono gratis alla posta. Ma era cos
che gli Emory facevano tutto. Non importa, dissi. Prendi
qualcosa per colazione. Questi sono Jiggs e il dottor Sisk.
Jiggs si alz, con addosso la sua unica calza a strisce, per
stringergli la mano. Era un bambino sempre pieno di dignit,
anche quand'era nudo. Con quei suoi pesanti occhiali sembrava
un vecchietto affabile. Ero orgogliosa di esibirlo. Ma
Amos gli diede un'occhiata perplessa. Jiggs? chiese.
Al che si alz anche il dottor Sisk, reggendosi al tavolo e
sporgendosi sopra le uova strapazzate per tendere una mano
piena di lentiggini, filiforme. Arthur Sisk, si present.
Della panca dei penitenti.
Panca dei penitenti, gli fece eco Amos, sempre in attesa
di una spiegazione.
Stavo pensando al suicidio. Finch  comparso questo pastore,
che mi ha offerto una soluzione alternativa.
Prenda ancora un po' di uova, gli dissi.
No, grazie, mia cara, magari dopo, rispose il dottor Sisk.
Quindi torn a rivolgersi ad Amos. La vita mi stava distruggendo.
Mi faceva a pezzi. Che noia! Io sono medico generico.
Questa massa di neonati con un'infezione alle vie respiratorie,
tutti spalmati di Vicks VapoRub sul petto. Lo stetoscopio,
quando lo si tira via, che fa plop! Meditavo il suicidio.
Ah s? tergivers Amos.
 stato questo pastore, con i suoi discorsi, a tirarmene
fuori. Mi ha consigliato, piuttosto, di affidare la mia vita a
Cristo. Be', un'espressione che devo dire mi  piaciuta. Voglio
dire, affidare la vita a un altro e non pensarci pi. Non 
vero, mia cara? mi chiese.
Be', replicai, per le resta sempre il problema delle tasse
sul reddito e dei rinnovi della licenza per praticare la professione.
Prego?
Le restano sempre i rendiconti della banca, gli appuntamenti
con il dentista e le fatture sbagliate, continuai. Se
fosse cos facile, non pensa che la mia vita l'avrei affidata anch'io
da un pezzo a qualcun altro?
Il dottor Sisk si sedette, prendendo a strofinarsi il naso.
Prendi un po' di uova, dissi ad Amos.
Eh? chiese lui. Ah... no, davvero, io...
Saul sta facendo la sua visita all'ospedale, dovrebbe essere
di ritorno fra non molto.
Ma voi... Voglio dire. Che strano. Pensavo che aveste una
figlia, disse Amos. Quindi diede di piglio a una manciata dei
propri capelli. Non mi avete mandato l'annuncio della sua
nascita? Una figlia di nome Catherine.
Ah, s, sarebbe Selinda, risposi.  gi uscita per andare a
scuola.
Ah, Selinda.
Mentre questo  Jiggs.
Ah, Jiggs, disse Amos. E lasci andare i capelli, mantenendo
per la sua aria perplessa.
Jiggs parve sentirsi in obbligo di alzarsi di nuovo in tutta la
sua statura, mandando bianchi barbagli in forma di luna dagli
occhiali coperti di ditate. Per favore, Jiggs, gli dissi. Fra un
quarto d'ora devi essere pronto ad andare. Vuoi un po' di caff,
Amos?
No, grazie, mi sono fermato a Holgate per fare colazione.
Be', allora vieni a sederti in soggiorno, lo invitai, facendogli
strada per il corridoio e intanto slacciandomi il grembiule.
Ti prego di non badare al disordine.  ancora un po' presto.
C'era veramente un gran disordine, ma con il trascorrere
della giornata non sarebbe affatto stato sistemato in nessuna
sua componente. Ci sono ospiti che hanno la qualit di fare vedere
le cose. Non mi ero mai resa conto, per esempio, della
sterminata quantit di mobili per la casa di bambole che era
stata prodotta da Linus negli ultimi anni. C'erano persone che
continuavano a offrirsi di comperarli per cifre da capogiro, ma
lui non voleva venderli. Erano tutti per me, diceva. Ora sul ripiano
di ogni tavolo ce n'erano altri, alti cinque centimetri. E
poi credenze con la ribalta, credenze normali, com, divani
tappezzati in velluto, sedie per la sala da pranzo con copri sedili
ricamati ad ago. E ogni minuscolo ripiano aveva i propri accessori:
abat-jour fatte con tappini del dentifricio, libri realizzati
con frammenti di legatura di rivista, singoli grani di legno
contenenti combinazioni di fiorellini secchi. Mobili di interi
locali ammassati sotto la scrivania e sotto il piano. Vidi che
Amos era sbalordito. Sono di Linus, gli dissi. Li fa lui.
Ah, s, rispose lui. Quindi si sedette sul divano, allungando
i mocassini sul tappeto. Come sta, ultimamente?
Bene.
Non ha pi i suoi... disturbi?
No. Sembra perfettamente a posto. Adesso  alla lavanderia
a gettoni con la mamma.
E Julian  da queste parti anche lui?
 gi alla bottega, risposi.
Quale bottega?
Di radiotecnico.
Quella del pap?
Ehil, in che mondo eri? chiesi. Saul non si  tenuto in
contatto con te?
A Natale mi manda una cartolina della chiesa, rispose lui,
in cui mi esorta a tenere a mente il vero significato.
Ah, capisco, dissi. Be', Julian lavora alla bottega di radiotecnico.
Specializzata in televisione, adesso, per lo pi, anche
se noi continuiamo a chiamarla di radiotecnico. Va piuttosto
bene. Credo veramente che le sue ricadute siano sempre
pi rare.
Gi, comment Amos, tamburellando con le dita sul tascapane.
Fra qualche tempo potremo tornare ad affidargli dei soldi,
anche se per adesso i clienti vengono qui e pagano alla signorina
Feather.
La signorina...?
E che cosa mi racconti di te? lo interruppi. Credi che te
lo daranno questo posto?
Oh, certamente. Mi ha scritto il preside per dirmi che se lo
voglio  mio. E io credo di volerlo. Sono rimasto troppo tempo
nello stesso posto,  ora di cambiare. E poi ho rotto con questa
ragazza e cos mi sono sentito pronto a... anche se non sono sicuro
di poter tornare ad adattarmi a Clarion. Vorrei che questa
offerta fosse saltata fuori da un altro posto.
Che cosa c' che non va a Clarion? chiesi. (Chiss perch.)
No, certo,  un bel posto, rispose lui. Non volevo dire il
contrario.
Quindi si agganci il pollice alla cintura, allungando la testa
all'indietro sul cuscino e cos chiuse la conversazione. Mi
venne in mente che una volta era l'Emory che scappava di casa.
E forse lo era ancora. In quella famiglia le debolezze colpivano
a titolo personale. Potevano essere dominate, ma non
eliminate. Passavano semplicemente a un'altra persona. Julian
ne faceva collezione come si raccolgono monete o francobolli.
I vecchi guai di Saul con le ragazze ora erano diventati
suoi, e lo stesso dicasi per la tendenza di Linus agli esaurimenti
nervosi. Gli volevamo tutti molto bene e non c'era da
stupirsi. Ci piacevano i suoi occhi pesti, stanchi e il suo bell'aspetto
sfinito. Se gli fosse venuta l'abitudine di scappare di
casa gi propria di Amos, ci saremmo trovati nei pasticci.
Hai sempre la mania di scappare, Amos? chiesi.
Parve essere stato colto alla sprovvista. Eh? chiese. Be',
no, santo cielo, perch mi chiedi una cosa del genere? Certo
che no.
E dov' andata a finire?
Che cosa?
Ma prima che potessi spiegargli il concetto, entr Saul, chinandosi
automaticamente sulla soglia. Si ferm. Amos?
chiese.
Ciao, Saul, gli rispose il fratello, alzandosi.
 un pezzo che ti aspettiamo, riprese Saul, posandogli
una mano sulla spalla. Osservavo la scena con il sorriso sulle
labbra, ma la domanda che mi bruciava dentro era come mai
Amos sembrasse cos giovane, mentre era il pi grande dei
fratelli Emory.
Adesso erano al completo, tutti e quattro riuniti ancora una
volta sotto un solo tetto. Il lavoro di Amos non sarebbe cominciato
che in autunno, per cui nel frattmpo dava una mano
alla bottega di radiotecnico. Inoltre aveva accordato il nostro
vecchio piano, sul quale faceva esercizio ogni giorno.
Non cessavo mai di meravigliarmi del fatto che fosse diventato
musicista. Dopo essersela cavata a stento a scuola, era cascato
nella musica come una papera che avesse finalmente
trovato l'acqua, frequentando e concludendo felicemente il
Peabody Institute. Amos Emory! Si metteva a sedere ingobbito
davanti ai denti ingialliti del piano a suonare Chopin, i
mocassini posati con circospezione tra i mobili della casa di
bambola, i gomiti stretti ai fianchi quasi temesse di danneggiare
i tasti con le sue enormi mani squadrate. Un sipario di
capelli neri gli ricadeva sulla fronte. Questo dev'essere il
piano peggiore che mi sia capitato di usare, mi diceva, ma
ci nonostante continuava a cavarne le sue note scolorite e
stridule di tanto tempo prima.
Purtroppo a me il piano non piace, Ha qualcosa che mi ha
sempre riempito di irritazione. Alla mamma invece piaceva
ascoltarlo: anche lei, sosteneva, un tempo aveva una natura
musicale. Anche Selinda di quando in quando interrompeva
il suo girovagare senza meta per starlo ad ascoltare dalla porta.
Quell'estate aveva tredici anni e di punto in bianco si era
fatta bella. I capelli erano ancora pi biondi per effetto del
sole, sopra le ciglia brunite, filiformi, e le efelidi dorate. Alle
sue spalle di norma scoprivo Jiggs, che ogni qual volta sentiva
un po' di musica arrivava di corsa da ovunque si trovasse.
Convinceva con mille moine Amos a dargli lezioni e poi metteva
in pratica per ore e ore ci che aveva imparato, trapestando
sui tasti, respirando con la bocca, appannandosi gli occhiali.
Ogni volta che passavo per il soggiorno rivolgevo un
sorriso alla nuca della sua testolina morbida, esprimendo il
mio eterno desiderio malvagio: "Ti prego, fa' che sua madre
caschi morta da qualche parte.  l'unica speranza della mia
vita".
A pranzo mi trovavo davanti una fila di fratelli Emory (saltando
il dottor Sisk, che si intrufolava dappertutto), e contemplavo
quattro variazioni sullo stesso tema, quattro volti
larghi, severi: Saul in nero, Julian con una fiammante maglietta
a girocollo, Linus con addosso qualcosa di floscio e indistinto,
e Amos in brandelli di jeans, come un simpatico
buon diavolo di autostoppista. S, un buon diavolo lo era senz'altro.
E anche simpatico. Ma allora perch mi dava tanto
sui nervi?
Sempre l a farmi domande. Che cosa ne pensavo del Santo
Fondamento? Perch avevamo cos tanti mobili? Come facevo
a sopportare tutto quel viavai di estranei? Quali estranei?
chiesi.
Be', la signorina Feather, il dottor Sisk...
La signorina Feather sta con noi all'incirca da quando ci
sta Selinda. Non la definirei veramente un'estranea.
Ma come mai Saul  diventato cos?
In che senso 'cos'? replicai.
Cos... ombroso, con quell'aria spiritata. Va tutto bene,
tra voi due?
Certo che va tutto bene, non dire sciocchezze, replicai
ancora.
Lui rimase un attimo con lo sguardo levato al soffitto.
Credo non sia facile essere la moglie di un pastore, disse
poi.
Perch lo pensi?
Be', trovartelo sempre l cos, ehm, pio. No?
Lo attraversai con lo sguardo.
E anche per lui. Non deve essergli facile avere te come
moglie. Selinda dice che non sei religiosa. La cosa non lo spaventa?
Spaventarlo? Lo fa arrabbiare, risposi.
Altroch se lo spaventa, invece. Eccome. Il modo in cui ti
muovi, niente fede, tutta efficienza. La tua... aridit. E poi
sei tu quella che prepara la minestra, mentre lui non fa altro
che portare a casa i peccatori a mangiarla. Non  cos, forse?
Deve sempre lottare con i pensieri che gli metti in testa.
Ma quali pensieri? Io la sua mente non la sfioro nemmeno.
Mai. Me ne tengo deliberatamente alla larga, ribattei.
Ma lui deve lottare lo stesso, replic Amos. Quindi sorrise.
Sono il suo demonio personale. Dopo di che si fece serio.
La gente sposata non la capisco, disse.
 evidente, commentai, in tono rigido.
Come fanno a continuare a stare insieme? Anche se  una
cosa ammirevole, certo.
Intendeva dire che per quanto potesse essere ammirevole,
lui non l'ammirava affatto. D'altra parte io non ammiravo affatto
lui. Non mi piaceva la noncuranza con cui si muoveva
per la stanza, esaminando diversi armadietti non pi grandi
di una scatola da fiammiferi. Per timore che Amos mi disapprovasse,
subii alcuni impercettibili cambiamenti. Divenni
leale, ostinata. Dimenticai i miei progetti di fuga, considerando
che non avrebbero avuto senso. Dovunque fossi andata,
Saul avrebbe continuato a percorrere a grandi passi i vicoli
della mia mente, battendosi la Bibbia sulla coscia. Tu non ne
hai neanche la minima idea, dissi ad Amos.
Ma lui si limit a ribattere:  vero, probabilmente hai ragione,
passando con disinvoltura a un altro argomento. Di
chi  quel cane?
Di Selinda.
Singolare animale.
S,  vero che Ernest non valeva un granch. Era un bastardo,
un bestione con la tendenza a ingrigire, il lungo pelo arruffato
e una testa che sembrava uno strofinaccio. Quando
scuoteva la coda, tutto ci che c'era in quella zona del locale
andava per terra, rompendosi. Una qualche forma di sordit
lo induceva a credere che chiamassimo lui ogni volta che invece
chiamavamo Amos o Linus: ogni volta eccolo l sbavante e
ansante, a fulminarci con il suo alito da pesce marcio, scivolando
e andando a sbattere contro questo o quell'oggetto,
graffiando il pavimento con le unghie. Per di pi si era esageratamente
affezionato a me, e di conseguenza ogni volta che
lo lasciavo solo perdeva il controllo della vescica. S, lo riconosco,
non era perfetto.
Pure non capivo che cosa gliene importasse ad Amos. Di'
un po', gli dissi. C' una sola cosa qui dentro che ti vada
bene? O dobbiamo buttare via tutto e ricominciare da capo?
Lui alz una mano, arretrando e dicendo: Va be', va be',
non avertela a male. Mi rivolgeva il suo dolce sorriso timido
da autostoppista, testa china, sguardo in tralice sotto .le sopracciglia
ispide. Subito provai pena per lui. Era semplicemente
nuovo del posto, niente di pi. Era uscito di casa molto
tempo prima dei suoi fratelli, era andato pi lontano, aveva
dimenticato pi cose. Per esempio il fatto che in ogni famiglia
c' uno specifico modo di strizzarsi e stiracchiarsi per fare
posto agli altri. Linus, per esempio, era capace di tornare
con il ricordo fino ai giorni della prima infanzia (il capezzolo
di Alberta, sosteneva, sembrava riempire la bocca come il
lembo appallottolato di una coperta di lino), mentre Amos i
ricordi non li poteva sopportare, come mi disse chiaro e tondo.
Essere bambino, mi spieg, non gli era piaciuto. La loro
madre era importuna, chiassosa, violenta, sempre l a invadere
le loro vite, a immischiarsi nei loro pensieri, a pretendere
un torrente di ammirazione e gaiezza. Quando irrompeva nelle
loro camere, per i figli era sempre un colpo. Faceva loro
sentire sul collo il suo alito caldo, esplodeva la sua risata
sguaiata. Facciamo una festa! Balliamo! Su, un po' di vita!
Ma se le si dava meno di ci di cui aveva bisogno, continu (e
non era mai sufficiente, nulla le bastava mai), si gonfiava di
scherno e di spregio. Aveva una lingua che tagliava come un
coltello. I colori violenti, pervicaci, dei suoi abiti e persino
della sua pelle, i capelli agli occhi dei figli risultavano penosi.
La odiavano. L'avrebbero voluta morta.
Alberta?
Perch ti sorprendi? mi chiese. Ti sembriamo forse
quattro uomini normali? Felici? Non ci hai mai pensato? Gli
altri tre non sembrano nemmeno capaci di andarsene da Clarion.
E io non sono un granch meglio: sto sempre sulle braci,
scappo met delle volte prima della fine dell'anno scolastico,
rompo con chiunque si leghi a me. Tre di noi non si sono mai
sposati. Il quarto ha scelto una donna che gli garantisse di poter
tenere le paratie sbarrate.
Lo fissai in viso.
Non  forse vero? Tu non conosci uno solo dei pensieri
che gli girano per la testa. Non gliel'hai mai chiesto. Se lo
avessi fatto, quello che sto dicendo non ti coglierebbe cos di
sorpresa. Saul odia nostra madre pi di tutti.
Ma... no, dipende soltanto da...
Non volevo dirlo in maniera cos cruda.
Dal nonno, vuoi dire? chiese lui. Guardiamo in faccia la
realt. I singoli eventi da soli non provocano questo tipo di
effetto. Ci sono voluti anni perch Saul diventasse amaro com'
adesso. Quando si  staccato da lei era distrutto, come
del resto tutti noi. Lui e gli altri due se ne stanno qui a Clarion,
seduti attorno alla sua tomba, a piluccare le sue ossa,
cercando di venire a capo del passato, ma io no. Io ci ho rinunciato.
Non ricordo niente. Ho dimenticato.
E in effetti mi stava sorridendo con il vacuo sguardo limpido
di chi non ha un passato. Capii che aveva dimenticato davvero.
Aveva distorto tutto nei minimi particolari, ingarbugliato
le proprie vicende in una maniera inestricabile. Non
aveva senso cercare di rimetterlo in sesto.
Lo portai in chiesa con noi. Mi si sedette di fianco, con addosso
un abito preso a prestito, ripulito e rispettoso. Ma anche
l sembrava continuare a porre le sue domande. Nel momento
in cui Saul annunci il testo della lettura - Matteo,
12,30: 'Chi non  con me  contro di me' - strusci i piedi
quasi avesse intenzione di sporgersi in avanti, alzando di scatto
una mano e gridando: Obiezione! Ma naturalmente non
lo fece. Era tutta una mia idea. Se ne rimase l a sedere tranquillo
come tutti gli altri, con le dita intrecciate. Non so come
facesse a irritarmi tanto.
Quella notte mi sognai che Saul e io ci eravamo trovati una
camera da letto di un verde acquoso, simile a un acquario.
Stavamo facendo l'amore sotto certe ombre baluginanti. Una
volta tanto non si sentiva alcun colpetto alla nostra porta,
nessuna vocina che dicesse: Mi sento solo, nessun fedele
che telefonasse per annunciare morti o malanni. Saul, sopra
di me, mi fissava in viso uno sguardo particolarmente lucido,
pensoso, quasi avesse in mente un progetto che mi riguardava.
Decisi che quella nuova camera da letto era un'idea meravigliosa.
Poi mi si allung accanto Linus, che prese a coprirmi
con i suoi morbidi baci barbuti, e'arriv anche Julian, con addosso
i suoi abiti da giocatore che si tolse lentamente a uno a
uno, continuando a sorridermi. Ero circondata dall'amore,
protetta da ogni parte. L'unico Emory assente era Amos. Ed era proprio da lui che mi stavano proteggendo.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Sul cartello c'era scritto: motel la residenza di perth. 8
DOLLARI PER NOTTE. ANTICHIT. TESORI IN SOFFITTA. ATTI PUBBLICI.
dalmati pura razza. Ci fermammo sul marciapiede a
leggerlo. Mi pareva che il crepuscolo ci fosse scivolato addosso
pi all'improvviso del solito. Eravamo stati colti di sorpresa,
uno sconosciuto dalle mani gelate che ci seguiva dappresso
ci aveva coperto gli occhi con le mani. Ma quel cartello era
scritto con lettere bianche mobili, di quelle che si vedono nelle
tavole calde dove cambiano spesso il menu, per cui si capiva
benissimo. Dietro di esso c'era una piccola costruzione comune,
quasi completamente composta dal portico, con la
scritta ufficio che mandava riflessi di luce da una colonna.
Dietro ancora si scorgeva una fila di casette non pi grandi di
pollai, con il colore spento di una annotazione mal cancellata.
Adesso, disse Jake, per prima cosa bisogna controllare
che la mamma di Oliver non sia nei paraggi.
Perch? chiese Mindy.
Perch non ha una grande opinione di me.
E allora perch siamo venuti qui, Jake?
Be', ho qualche speranza in Oliver, replic lui.
I miei mocassini producevano uno scricchiolio sul marciapiede,
e lo stesso facevano i sandali di Mindy. Jake ci lanci
uno sguardo furibondo, facendoci cenno di fermarci. Dopo di
che procedette da solo sulle sue scarpe da ginnastica. Noi due
rimanemmo dov'eravamo, misteriosamente immobili nella
penombra che si stava infittendo, con Mindy che sembrava
un palloncino senza peso, luminescente. Io ero o stanca o affamata
(troppo stordita per decidere tra le due sensazioni), allo stadio in cui nulla sembra reale. La mano pallida di Mindy,
premuta a protezione del mal di schiena, avrebbe potuto essere
la mia. Trattenni il fiato insieme a Jake quando lui sal furtivamente
i gradini per sbirciare attraverso la zanzariera.
Finir col farsi beccare, disse Mindy.
Jake sventagli un braccio nella sua direzione, ingiungendole
di stare zitta.
A volte pare che voglia tentare gli altri a beccarlo. Guarda, disse ancora lei.
Invece no. Eccolo tornare indietro, scuotendo la testa: saltellava
ancor pi sui calcagni per effetto del troppo tempo
passato immobile. Sono quasi sicuro che  la signora Jamison,
ci disse. Una patata montata su due stuzzicadenti, in
piedi dietro al banco, tutta speranzosa che capiti l qualcuno.
Magari non ti riconosce, disse Mindy.
Scherzi? Quella l prega tutte le sere che io caschi gi da
una finestra, ribatt Jake. Staremo qui seduti per un po', a vedere.
Alludeva a una panchina di legno sistemata ai margini della
corte, rivolta verso la strada. Ci sedemmo, tenendo Mindy
nel mezzo. Era una di quelle serate tiepide, con il venticello,
che ti fanno pensare di essere in attesa di qualcosa. Eravamo
l seduti come al cinema, anche se da vedere non c'era altro
che uno squallido pissoir, sull'altro lato della strada, e qualche
macchina di passaggio. Di quando in quando Jake allungava
il collo verso la porta dell'ufficio, un angusto rettangolo di luce.
E se quella ha intenzione di passare l tutta la serata? gli chiese Mindy.
Andiamo a dormire da un'altra parte e torniamo qui domani.
Prendiamo una stanza con il traveler's cheque di Charlotte.
Oh, Jake, io sono a pezzi. Non possiamo prenderla qui, la
stanza, lasciando che lei dica quello che vuole? Paghiamo, no?
Quella donna non l'affronterei per niente al mondo, replic
lui. Mi fa morire di paura.
La trovai una cosa comica. Scoppiai a ridere, bloccandomi
per subito alla sua occhiataccia. Perch non le ficchi una pistola
tra le costole? gli chiesi.
S, evidentemente ero persino pi stanca di quanto pensassi.
Jake ritir bruscamente la testa tra le spalle. Pistola? chiese Mindy.
Quella l  matta, la tranquillizz lui. Teneva la mano
sulla spalliera della panchina e si mise ad accarezzarle una
spalla, quasi stesse cercando di calmare un gatto. Il fatto 
che alla mamma di Oliver io non sono mai piaciuto, disse.
Credo che nella sua mente mi colleghi a cose con cui non
c'entro niente. Parecchie brutte storie di Oliver. Ma non sono
certamente stato io a mettere quelle bombe nelle buche
delle lettere. A quei tempi non lo conoscevo nemmeno. L'ho
incontrato soltanto in riformatorio. Ma cercate di spiegarlo a
quella l. Non appena mi vede, il primo pensiero che le viene  'Guai in vista'.
Non  l'unica, ribatt Mindy.
Le loro voci avevano assunto quella tonalit tersa, anonima,
che viene al crepuscolo. Avrebbero potuto essere due
campeggiatori che si raccontavano storie di fantasmi, due
persone intente a passeggiare chiacchierando sotto una finestra,
due genitori intesi conversare attraverso il praticello davanti a casa.
Quando siamo usciti tutti e due dal riformatorio, continu
Jake, be', ogni tanto capitavo a trovarlo. Non stava molto
lontano da me. Abitava con sua madre, che si occupava di
immobili. Lo trovavo sempre in casa che leggeva. Non faceva
altro. Andavamo a fare un giro, a prendere un hamburger, sapete
com'. Con questo Oliver ci stavo veramente bene. Ma
soltanto se non c'era sua madre nei paraggi. Era brusca e con
una voce secca. Non sorrideva mai, a meno che non dicesse
una cattiveria. Tipo: "Sei gi qui un'altra volta, Jack?" Mi
chiamava sempre cos, anche se Jack non  assolutamente il
mio nome. Una cosa che pu dare fastidio. 'Strano', diceva.
"Mi sembrava che fossi qui anche ieri. Senza dubbio mi sbaglio."
Con questo sorrisetto dolce che le storceva tutta la bocca
quando parlava. Le donne che fanno cos non posso soffrirle.
Faceva cos anche mia madre, lo rimbecc Mindy. Sei
tu a provocarlo, credo. Quindi, rivolgendosi a me, prosegu:
Mia madre si comportava in maniera villanissima con lui!
Adesso poi fa finta che non sia nemmeno vivo. Non lo nomina
mai. Nelle mie lettere le chiedo se lo ha visto, e lei mi risponde
dicendomi quanti centimetri di pioggia sono caduti.
Restasse anche secco, quella l non me lo direbbe nemmeno.
Per lei  gi morto.
Be', questo spiega tutto, comment Jake.
Che cos' che spiegherebbe?
Comunque sia, continu lui, il fatto che io mi lasciassi
mettere sotto dalla signora Jamison potr anche farvi ridere,
ma non potevo farci niente. Sul serio. Vedete, a quei tempi
persino mia madre era seccatissima con me, anche se non si
sognava nemmeno di essere cattiva come quella l. Diventava
pallida e si lasciava andare, chinando la testa sul lavoro di cucito
che stava facendo. Lo sapete com', no? Io andavo da
Oliver per stare alla larga da lei, ma poi mi trovavo a sbattere
nella sua, di mamma. A quanto pare mi ero fatto la fama di
buono a nulla. Non riuscivo a dare un'altra immagine di me stesso.
Di punto in bianco mi lasciai sfuggire un sospiro. Mindy
incroci le caviglie tendendo l'abito, che produsse un fruscio sommesso, quasi un mormorio.
Insomma, ho tagliato la corda, continu Jake. Ho sentito
parlare di questo tipo che pagava per far portare un'auto in
California. Io volevo soltanto togliermi dai piedi, per cui me
ne andai senza salutare. Non che avessi tenuto la cosa nascosta
di proposito, ma fatto sta che quando mi hanno fatto la
proposta mia madre era fuori, in visita a una tale che stava di
fronte a noi, dall'altra parte della strada. "Devo tagliare", ho
pensato. "Andare. Non posso pi restare qui." Solo che poi in
California mi hanno arrestato perch guidavo un'auto rubata.
Be', non mi hanno neanche processato. Si  chiarito tutto.
Per le cose si sono un po' complicate per i guai che avevo
avuto in precedenza, per cui quando finalmente sono arrivato
a casa era passato qualche mese, e Oliver si era trasferito in
Florida. Ho chiesto notizie ai suoi vicini: 'Mah', mi hanno risposto,
"lui e sua madre hanno fatto armi e bagagli qualche
settimana fa e hanno traslocato a Perth, in Florida, dove secondo
lei c' meno criminalit e la gente  pi di classe, e poi
l c' sempre il sole, tanto che se appena piove ti danno il giornale
gratis". E naturalmente quel Natale e tutti i successivi ho
ricevuto da O.J. una cartolina tipo Florida, con su un Santa
Claus che fa il surf mentre gli angeli raccolgono pompelmi.
"Buon Natale, Jake. Spero che tu stia bene." E io mi mettevo
l a fare lo sforzo di rispondergli, anche se devo dire che a
scrivere lettere non sono esattamente un fulmine. Gli raccontavo
tutto quello che facevo eccetera, ci passavo sopra un bel
po' di tempo. Mentre l'unica cosa che mi mandava lui erano
queste cartoline. Auguri di Natale e basta. Mi faceva sentire
come se fossi in galera, non so se mi spiego. Niente pi di
quell'unica cartolina all'anno, magari anche censurata. Mi sarei
stupito se lei non avesse controllato le mie lettere per vedere
che non ci fosse dentro un seghetto a mano o qualche lametta
di rasoio. Comunque,  tutta colpa mia. Proprio. Non
avrei mai dovuto lasciarlo solo con sua madre in quel modo.
Perch, prima di tagliare la corda, non ho fatto un salto da lui
per chiedergli di venire con me? Il fatto  che non ne potevo
pi di togliermi dai piedi. Avevo una voglia disperata di andarmene.
Tenemmo lo sguardo fisso sul flusso di auto che ci scorreva
davanti, incolori nella penombra, zeppe di volti smorti, esausti,
con lo sguardo fisso a sud.
Il guaio , continu Jake, che quando la gente ce l'ha
con noi, non si sente altro che questa voglia matta di scappare,
no? Uno dice: "Magari riesco a rimettermi in sesto. In un
altro posto potrei ricominciare la vita da capo".
 vero, convenni.
Io credo veramente, continu lui, che ogni volta che si
vede uno tagliare la corda,  dai problemi del suo vecchio io
che scappa. O dall'idea che se ne sono fatti gli altri. Per chiss.
Chiss.
Dopo di che si alz, facendo qualche passo nell'erba e allungando
il collo verso la porta dell'ufficio.  andata via,
disse.
Chi c', adesso? chiese Mindy.
Nessuno, mi pare.
E rimase l in attesa, voltandoci la schiena. Mindy si sistem
la gonna tutto attorno. Ti sei accorta che non ha neanche
parlato di cenare? mi chiese. Non  villano? E io che ho poco
zucchero nel sangue.
Cavoli! Ecco che arriva un altro, disse Jake. Possiamo
chiedere a lui. Andiamo, signore mie.
Ci alzammo in maniera disarticolata e gli andammo dietro.
Percorremmo il vialetto, salimmo i gradini, attraversammo il
portico scricchiolante. Sbirciammo nel riverbero arancione
della lampada a soffitto. Antinsetto, con ogni probabilit, anche
se ci non impediva neanche minimamente a un intero
stormo di brune falene di vorticarmi attorno ai capelli.
Sebbene all'esterno non fosse ancora completamente buio,
non appena varcata la soglia fummo costretti a sbattere gli occhi.
Il locale era illuminato da lampade gialle che si riflettevano
nel linoleum screpolato. Dietro a un banco ingombro di
portacenere, riviste e dpliant turistici, ecco un uomo dinoccolato,
dai colori slavati, flosci capelli biondi, impegnato a
timbrare buste. Quando entrammo non sollev nemmeno lo
sguardo. Tenne la testa china, mentre la mano ossuta continuava
a compiere regolarmente il suo tragitto tra le buste e il
cuscinetto inchiostrato, quasi lui traesse un autentico piacere
dal ritmo. Scusate un attimo, fu tutto ci che disse, con
una voce incrinata che sembrava pi giovane di lui.
Starei cercando Oliver Jamison, disse Jake. Lo conosce?
Al che l'altro smise di lavorare, alzando lo sguardo. Pi che
azzurri i suoi occhi erano trasparenti, ma mentre li osservavo
si fecero pi scuri. Ciao, Jake, disse.
Eh?
Non mi riconosci?
Oliver?
Nessuno dei due pareva contento dell'incontro. Jake aveva
un'espressione confusa, incerta. Oliver sembrava preoccupato.
Non dovresti essere da queste parti, Jake, disse.
Perch?
Non lo sai che gli sbirri ti stanno cercando?
Mindy si batt una mano sulla bocca. Dal retro, chiss dove,
una donna grid: Chi , Ollie?
Nessuno, ma'.
Quindi Oliver pos il timbro e usc da dietro il banco. Andiamo
fuori, disse. Da vicino vidi le lievi righe bianche che
gli screpolavano l'abbronzatura, sentii l'odore di pulito della
sua camicia a quadri chiari. Era uno di quegli uomini di passo
lento e dall'espressione gentile che non agiscono mai d'impulso.
Mi sembrava quasi di conoscerlo. O forse dipendeva dal
posto dove ci trovavamo: era chiaramente un'abitazione, nonostante
il banco, con un fagottello di lavoro a maglia celeste
chiaro abbandonato in una poltrona. Mi sentii improvvisamente
disorientata. Procedetti goffamente alle sue spalle,
pungolata da Jake. Uscimmo e scendemmo i gradini del portico,
addentrandoci nella corte quanto bastava perch il buio ci
nascondesse. E l ci fermammo. Mindy allung una mano a
toccare con un dito Oliver sull'avambraccio. Perch dovrebbero
cercarlo? chiese. Per me? Jake non ha fatto niente di
male.
Ah s? chiese Oliver. Quindi si rivolse a Jake. Sono venuti
qui ieri. Il mio nome l'hanno preso da una tua agendina.
Era l'unico indirizzo, mi hanno detto, oltre a quello di un negozio
di liquori, per cui mi hanno rintracciato. Mi hanno
chiesto se ti ho visto. Io ho risposto di no. E anche la mamma,
naturalmente. Quanto a Claire, non sapeva nemmeno di
che cosa stessero parlando.
Chi  questa Claire? chiese Jake.
Mia moglie.
Tua moglie?
Mi hanno detto che hai tirato fuori questa folle... ma non
 vero, eh?
Be', non saprei. Un pochino, rispose Jake. Quindi si ficc
le mani in tasca, fissando lo sguardo sul lato opposto della
strada.
Ma... voglio dire, non mi sembra logico. Qualcosa era andato
storto? Che cosa diavolo ti ha spinto a farti quella banca
per quei quattro soldi pidocchiosi? E un ostaggio! Prenderti
una... E queste chi sarebbero? Quale delle due  l'ostaggio?
chiese Oliver.
Ostaggio? chiese Mindy.
Quindi mi piant addosso lo sguardo. Jake! Oh, Signore!
esclam.
Mi sentii diventare piccola piccola.
Senti, Oliver, disse Jake, lascia che ti spieghi. Questo
non lo avevo certamente previsto. Ma poi pare che le cose siano
andate cos. Io sono vittima dell'impulso, no? Insomma,
tu sei l'ultima speranza che ho. Eh, O.J.? Non potresti darmi
una stanza per passarci la notte? Vediamo di studiare insieme
un modo per tirarmene fuori, Oliver. Io ormai da solo
non ce la faccio pi. Ora tutto  cos confuso.
Mi spiace, replic Oliver. Mi piacerebbe darti una mano.
Ma la mamma chiamerebbe la polizia, lo sai. Non  colpa
sua.  vecchia e ha paura. Non ha ancora superato quella faccenda
delle buche delle lettere. Quanto a Claire, be', ha questa
gravidanza difficile e non voglio che si agiti. Capisci la
mia situazione?
Be', s, certo, rispose Jake.
Forse  meglio se ti costituisci, Jake.
Per qualche istante rimanemmo in un silenzio profondo.
Finch una voce femminile ci raggiunse attraverso il prato.
Ollie?
Ti chiama la mamma, disse Jake.
Pensaci, Jake.
Perch non vai da lei?, ribatt lui. Fra due minuti precisi
la tua mamma verr qui. Su, fila, va' a occuparti di questa
tua vitarella da quattro soldi.
Ho ventisei anni, ormai, Jake, disse Oliver.
Ma non ottenne risposta. Rimase un attimo in attesa, rivolgendo
a Jake un'espressione che al buio non riuscii a decifrare.
Poi disse: Va be'. Ciao, e se ne and. Un minuto dopo
sentii la porta a zanzariera chiudersi. Un rumore da estate,
che rimase ad aleggiare interminabile nell'aria. Noi tre rimanemmo
l nella corte, a mani vuote. Continuammo a tenere lo
sguardo fisso sul rettangolo dorato della porta, anche se non
c'era nessuno.
Finch Mindy disse: Insomma, non ci capisco un bel
niente.
Ma sta' un po' zitta, ribatt Jake. Lasciami pensare.
Si stava sfregando senza tregua la fronte. Il suo profilo era
rigido e tutto spigoli, quasi fosse stato ritagliato in gran fretta
in un pezzo di carta nera da costruzione. Mindy si chin in
avanti per guardarlo. Per favore, Jake, gli disse. Ti spiace
spiegarmi che cosa sta succedendo?
Ti ho detto di stare zitta, Mindy.
Ho il diritto di sapere.
Su, montiamo in macchina, ribatt lui.
E si avvi verso la strada. Io rimasi dov'ero. Ma senza dire
niente lui torn indietro, afferrandomi per un braccio e spingendomi
avanti. Mindy ci segu. Jake? continuava a ripetere.
L'auto era ferma, tutta inclinata sotto un lampione. E in
quel momento, abituata com'ero a guardarla tenendo gli occhi
strizzati nel sole, vidi una cosa di cui non mi ero mai accorta.
Nel corso del nostro viaggio l'avevamo quasi completamente
distrutta. La parte posteriore era sfondata, un fanalino
di coda era cieco, il paraurti frontale non esisteva pi, il fianco
era solcato da lunghi graffi pieni di erbacce. Jake apr la
portiera su un nero cavernoso, su un forte odore di gatto, su
un caos di incarti di caramella e di sacchetti di patatine. Una
lattina di Pepsi cadde con un gran frastuono sul marciapiede,
rotolando lontano. Io mi liberai con uno strattone dalla mano
di Jake e feci un passo indietro. Monta, mi ordin lui.
Io scossi il capo.
Fammi il favore di montare, Charlotte.
No, ribattei.
Sta' a sentire, arriva gente, non farmi fare una figura.
Vuoi complicare le cose proprio mentre sono cos nei guai?
Monta. Comportati in maniera naturale.
Scemo! esclam Mindy. Come fa a comportarsi in maniera
naturale se , come si chiama, in ostaggio?
In realt, comunque, tutto and in modo perfettamente
naturale. Mi feci scorrere sul sedile fino al mio vecchio, solito
posto. Incrociai le mani sulla borsetta. Al mio fianco arriv
Jake, seguito da Mindy che sistem il ventre dietro il volante,
chiudendo la portiera. Be'. Eccoci tutti l. In vita mia non mi
ero mai sentita tanto in angustie e infelice.
Adesso fatemi pensare, ci disse Jake.
Pensa un po' al fatto che potrei essere arrestata per favoreggiamento,
ribatt Mindy.
Vuoi lasciarmi mettere un po' di ordine nelle idee?
Il mio bambino potrei averlo in prigione, e tutto per un
fatto di cui non avevo neanche la minima idea.
Oh, cacchio, Mindy, esplose Jake. L'avrebbe capito
chiunque. Perch diavolo credevi che avessi bloccato quella
portiera con una catena?
Per una gara. Perch, senn? Per una gara di demolizione!
Lo fai spesso, quando corri.
Be',  chiaro che questa non  una corsa, ribatt Jake.
Quindi indic la chiave dell'accensione con il pollice. Metti
in moto, per favore.
Dove andiamo?
A cercare un posto per incassare il traveler's cheque di
Charlotte. Una banca aperta di venerd sera.
Ma...
Mi vuoi o no con te?
Mindy mise in moto l'auto. Ci inserimmo nel traffico. Tutti
guidavano cos stancamente e regolarmente che era come
essersi immessi in un fiume. Vorrei proprio mangiare qualcosa,
disse Mindy.
Lo faremo dopo, replic Jake, che se ne stava allungato al
suo posto, osservando con indifferenza i cartelli stradali che
scorrevano via. Un tipo come Oliver. Cos in gamba. Lui,
che leggeva libri in riformatorio. Leggeva! Come se non gliene
importasse un fico secco. Sposato. Oliver. Sistemato. In attesa
di un figlio. Talmente vecchio che non l'ho neanche riconosciuto.
Lui, me, invece, s che mi ha riconosciuto. Non mi
si vede completamente cambiato, me.
A me  abbastanza piaciuto, dissi.
Ma va', replic Jake, quell'idiota.
Be', a me non  poi sembrato cos conciato.
Parli tanto per dire qualcosa, ribatt lui. Quindi, rivolto
a Mindy, continu: La nostra Charlotte  sposata, lo sai?
S, lo so, rispose lei.
Con un pastore.
Mindy rallent a uno stop.
Non  vero? mi chiese Jake.
Io risposi con un cenno affermativo del capo. Stavo guardando
un'insegna al neon con un bicchiere di Martini che
continuava a svuotarsi e riempirsi rapidamente.
D una mano a insegnare che "Ges mi ama" alla dottrina
domenicale. D consigli all'associazione giovanile sul modo di
non lasciarsi indurre in tentazione.
Non  vero, negai.
Lei e suo marito non litigano mai. I loro guai si limitano a
esporli al Signore sotto forma di preghiere.
Non essere ridicolo. Litighiamo di continuo, ribattei.
Ah s?
Certo.
Per che cosa?
Non ti riguarda.
Che sciocchezza. Stavo per mettermi a piangere. Avevo gli
occhi pieni di lacrime senza nessun motivo al mondo. Ma naturalmente
non glielo feci vedere. Continuai a guardare fuori
dal finestrino. Il fatto di piangere mi riempie di irritazione,
per cui attaccai a parlare, a voce pi alta del solito. Non andiamo
d'accordo su niente, dissi. Lui continua a trovare difetti
in me. Dice che sono... Mi accusa delle cose pi stupide.
Come quel mattino che stava uscendo per andare al College
Biblico e io gli ho detto: "Sta' in campana". L'avevo detto
tanto per dire qualcosa. Non intendevo niente di preciso. Ma
lui non se n' mai scordato. Quindici anni fa! Si mette in testa
un sacco di idee a cui io non ho mai nemmeno pensato.
L'estate scorsa  andato a questo discorso revivalista, una cosa
che c' tutti gli anni. Tirano su una tenda nel campo degli
alianti. Ma lui  tornato tutto mogio e silenzioso, dicendo che
non si era divertito per niente. Che non era riuscito a entrare
nello spirito. Che continuava a sentirsi in testa i commenti
che facevo io a ogni parola del predicatore. Ma se non ero
nemmeno l! E comunque  una cosa che non avrei mai fatto,
io cerco veramente di evitare di... Ma lui mi ha detto: "Sentivo
la tua voce, Charlotte. Una voce fredda, senza espressione.
Non una sola parte di quel sermone  riuscita a entrarmi
dentro. Come faccio?" Tutto ci che non funziona  colpa
mia. Penso che mi consideri un'incarnazione del male. Io gli
dico: "Senti, per essere una donna come si deve non  obbligatorio
che mi converta al Santo Fondamento. Io faccio del
mio meglio", dico. " colpa mia se non sono religiosa?" Non lo
sono mai stata, da quando avevo sette anni e mi hanno dato
questo libro di storie bibliche per bambini, con questo Dio
pieno di gelosia che esplode i suoi scatti di rabbia, gente costretta
a sacrificare i propri figli, tutti che hanno sempre torto.
Non mi  piaciuto. Insomma, non  che io non creda. Certe
volte s, certe volte no. Dipende da quello che mi si chiede.
Il guaio  che non sono d'accordo. Preferisco non averci niente
a che fare.  contro i miei principii. "Io cerco di adattarmi", gli dico, "ed  veramente difficile essere buoni se lo si fa
senza religione. Dammi un 10 se non altro per l'impegno", gli dico...
Ma allora come mai in TV ha detto tutte quelle cose? chiese Jake.
Ebbi qualche difficolt a interrompere il filo dei miei pensieri.
Eh? chiesi.
Che sei una donna a posto.
Ah... ha detto cos? Non so. Credo intendesse dire che
non avrei mai rapinato una banca.
E perch non ha detto cos, allora? ribatt Jake. Le sue
esatte parole sono state che sei una donna a posto.
Io lo guardai.
Forse adesso che te ne sei andata la pensa diversamente, continu lui. Oppure, pi probabilmente, sei tu che lo hai giudicato male fino dal principio. Voglio dire, pu darsi che lui sia veramente convinto che sei una donna a posto, e si preoccupa di quello che ci comporta per lui. Ci hai mai pensato?
Be', no, risposi.
Donne, concluse lui. Non capiscono le cose pi semplici.
Proseguimmo in silenzio, infilando un viale di luci appannate e abbaglianti che sembravano un filo doppio di pietre preziose.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Un mattino dell'autunno del '74 stavo facendo sciogliere un
po' di cacao per Jiggs. Intanto sognavo, l davanti all'acquaio.
Non sto tanto bene, Charlotte, disse mia madre, e io risposi:
Eh? allungando una mano per prendere un cucchiaio.
Poi aggiunsi: Che cosa, mamma?
Non sto tanto bene.
Un'influenza? le chiesi.
Qualcosa di pi, penso.
Ah, tergiversai, continuando a rimestare il cacao, osservando
le bolle muoversi in cerchio. Poi aggiunsi: Be', il... s,
il dottore. Andiamo dal dottore.
Mi fa paura andare dal dottore.
Posai il cucchiaio. E rimasi l a guardare le bolle che continuavano
a scorrere, sempre pi lentamente. Dopo di che gettai
per caso uno sguardo a mia madre, che se ne stava seduta
sulla sua panca da giardino, le mani strette sul ventre. Era vero,
non aveva certamente un bell'aspetto. Il viso le si era fatto
pi affilato, gli occhi sembravano essersi accostati l'uno all'altro.
L'assetto delle sue spalle non mi piacque. Che cosa
c', mamma? chiesi.
Ho qualcosa che non va, Charlotte, rispose lei.
Chiesi a Linus di portarci dal medico. Per l'ora di pranzo
l'avevano gi sbattuta in ospedale, alle otto del mattino seguente
era gi operata. Io rimasi l ad aspettare notizie su un
divano di vinile che mi si appiccicava al dietro delle gambe.
Quando vidi arrivare il dottor Porter e il chirurgo balzai in
piedi, producendo il rumore di uno schiocco. Il primo ad arrivare
fu il chirurgo, che parve preso da un interesse improvviso
per una natura morta appesa alle mie spalle. Non abbiamo
potuto fare altro, disse poi, continuando a tenermi le spalle
voltate, che tornare a cucirla. Il suo vocabolario non mi
piacque. Mantenni un silenzio ostinato, serrando stretto in
mano il tascabile che avevo con me.
Non c'era altro da fare, Charlotte, disse il dottor Porter.
Mi spiace.
Capisco, dissi.
C.a., mi spieg il chirurgo.
Ah, s, dissi. Be', grazie mille.
Fra un po' puoi entrare a trovarla, disse il dottor Porter.
Sei qui da sola?
Viene Saul.
Bene. Ti terr aggiornata.
Lasciatami cadere sul divano, li guardai andarsene. Mi venne
in mente che camminare con quelle scarpe dalla suola cos
alta doveva essere come attraversare una cassetta piena di
sabbia. Poi vidi Saul arrivare a grandi passi per il corridoio, il
volto distaccato e radioso. Mi pass davanti, si ferm, si batt
una mano sulla fronte e torn indietro. Che cosa vuole dire
c.a.? gli chiesi.
Cancro, rispose, sedendosi.
Ah. Capisco. Gi.
Lui apr la sua Bibbia al nastro segnalibro. Ma arrivato a
met pagina si ferm improvvisamente, voltandosi a guardarmi.
Rimanemmo l a fissarci addosso due sguardi vacui, come
due persone affacciate ai finestrini di treni diversi.
Quando mia madre torn dall'ospedale, la sua camera da letto
divenne il centro della casa. Stava troppo male per poter
tornare ad alzarsi, ma non poteva sopportare di restare sola.
In quella grande camera tetra, con i suoi tendaggi di seta marcia
e i mobili con le gambe arcuate, Jiggs imparava a memoria
il suo sillabario, la signorina Feather aggiornava i libri contabili,
Linus costruiva altalene in miniatura, appendendole ai
rami dei suoi bonsai. E mia madre se ne stava seduta appoggiata
a una montagna di cuscini, perch stare distesa ora le risultava
scomodo. Dormiva persino in quella posizione, ovvero,
per meglio dire, in quella posizione passava la notte, visto
che non so se dormisse veramente. A qualsiasi ora della notte
andassi a darle un'occhiata, la trovavo l seduta in quel modo.
Le luci del distributore Texaco, filtrando attraverso la finestra,
le illuminavano gli incavi guardinghi degli occhi. Ossa
sepolte da cinquant'anni cominciavano a riaffiorarle nel
volto.
Quando mi alzo? chiedeva, agli inizi.
Presto, presto, le rispondevamo.
Capivo che ci comportavamo da vigliacchi, ma Saul aveva
detto che bisognava tenerla all'oscuro il pi a lungo possibile.
In proposito ci fu tra noi anche qualche discussione. (Questa
vicenda di morte stava mettendo in luce tutte le nostre diversit.)
Finch un giorno mia madre mi chiese: Per favore.
Quando comincer esattamente a stare meglio?
Era domenica, una luminosissima domenica di dicembre, e
Saul non c'era. Il mio unico testimone era Amos, intento a
sfogliare spartiti musicali sulla poltrona. Tirai un respiro profondo.
Non credo che migliorerai mai, mamma, risposi.
Mia madre si disinteress alla questione e si volt da un'altra
parte, mettendosi a lisciare la trapunta. Spero che ti ricordi
di spruzzare le mie felci, disse.
S, mamma.
Ho sognato che le punte stavano ingiallendo.
No, no.
Il dottor Porter  una persona molto perbene, ma quel
chirurgo non potevo soffrirlo, continu. Dottor... Lewis?
Loomis? Ho capito subito che non valeva un granch.  arrivato
in anticipo sull'operazione per fare finta di volermi tenere
su di morale, snocciolando una battuta dietro l'altra, con le
mani in tasca... mentre fin dall'inizio non pensava che a frugarmi
nei visceri. Secondo me dovremmo citarlo, Charlotte.
Non possiamo, mamma.
Altroch, invece. Voglio il mio avvocato.
Non ce l'hai, le dissi.
Ah, replic. Vabbe'. Se  cos.
E si ingobb un po'. Pensai che la conversazione l'avesse
stancata. Alzatami, le chiesi: Perch non cerchi di dormire
un po', adesso? Io vado a preparare la cena. Se hai bisogno di
qualcosa c' qui Amos.
Ho bisogno di sapere come si chiama il mio problema,
disse.
Per un attimo non capii. Il suo problema? Come facevo a
saperlo? Stavo ancora cercando di capire come si chiamasse il
mio. Ma poi lei precis: La mia malattia, Charlotte.
 un cancro, risposi.
Lei congiunse le mani sulla coperta e si immobilizz. Io colsi
l'atteggiamento di Amos, che aveva abbassato gli spartiti e
mi stava fissando. I mocassini che si era tolto stavano posati
come a bocca aperta sotto la poltrona. Vidi che aveva un buco
in una calza, che mi sarebbe toccato aggiustargli. Ogni pensiero
sembrava venirmi con la massima chiarezza. Non rimetterti
quella calza finch non te l'ho rammendata, gli dissi.
E me ne andai.
Segu un periodo in cui la mamma pareva non avere voglia
di vedermi. Se le rivolgevo la parola rispondeva a stento.
Mandava via gli altri dalla sua camera dicendo che facevano
troppo rumore o che gliela sporcavano dei pezzi di carta delle
buste che aprivano o di bucce di mandarino. Chiedeva soltanto
di Saul. Voleva che le leggesse brani dalla sua vecchia Bibbia
di famiglia. Salmi. Il resto - gente che si impegnava in
attivit specifiche o che viaggiava diretta verso citt determinate
- non le piaceva pi. Saul leggeva finch la voce gli si
incrinava, scendendo di sotto pallido ed esausto. Ho fatto
del mio meglio, diceva. Si sarebbe quasi detto che fosse sua
madre. Prima aveva avuto Alberta e adesso la mamma, mentre
io ero rimasta senza nessuno.
Che cos'altro avrei potuto fare? chiedeva.
Se non lo sai tu, replicavo.
Quella camera da letto se ne stava sospesa sopra le nostre teste
come un enorme dirigibile grigio. Mia madre ci ingombrava
la mente con la sua mole. La sua assenza riempiva la casa.
Io cominciai a tenere lo studio aperto di sera. Rimarreste sorpresi
nel vedere quanta gente decida di farsi fotografare alle
dieci o alle undici, se passando gli capita di vedere un laboratorio
con la luce accesa. Si fermavano al bovindo adolescenti
solitari, uomini incapaci di dormire, massaie uscite a prendere
il latte per la prima colazione del giorno dopo. Guardavano
le mie fotografie, tutti i miei ritratti di persone adorne del
bric--brac di Alberta e ombreggiate dalla luce fessa, imperfetta,
che filtrava nella macchina consunta di mio padre. Dopo
di che entravano a chiedere: Sono ritratti normali?
E che cosa, senn? replicavo.
Voglio dire, potrei averne uno cos anch'io?
Certo.
E mentre io caricavo le lastre loro si aggiravano per lo studio,
tirando su un manicotto di ermellino, un ventaglio di celluloide,
un cappello a tre punte con la treccia d'oro...
Alcuni li fotografavo di continuo, settimana dopo settimana,
ogni volta che, evidentemente, venivano presi da un certo
umore. C'era poi questo ragazzo della stazione Texaco, Bando:
arrivava al primo di ogni mese, non appena riceveva l'assegno
della paga. Una specie di teppista, a dire il vero, che per
nelle fotografie, con quella certa luce sulle guance e al fianco
la spada di ottone di nonno Emory, assumeva un'aria fine,
da principe, che ogni volta mi stupiva. Lui invece non si sorprendeva
affatto. Il giorno dopo veniva a verificare i provini
con un sorriso di sufficienza, quasi l'avesse sempre saputo
che poteva venire cos. Comperava tutte le pose e se ne andava,
fischiettando.
Le nostre esigenze relative al sonno avevano subito un
cambiamento. Le finestre rimanevano spesso illuminate fino
al mattino presto. Si sarebbe detto che per tutta la casa si fosse
diffusa la paura del letto. Poteva darsi che Julian fosse fuori
con una ragazza, oppure semplicemente a fare il nottambulo,
ma noialtri trovavamo un motivo per rimanere a sedere in
soggiorno, a leggere, a cucire, a suonare il piano, Linus a scolpire
colonne da letto in certi stuzzicadenti. Certe volte rimanevano
su anche i bambini, i quali, visto che potevano finalmente
disporre della mia attenzione, inventavano messaggi
urgenti da comunicare. Jiggs, per esempio, sentiva l'insopprimibile
esigenza di chiedermi: Rispondi subito: quanto fa un
"mer" pi un "s"?
 importante?
Dai, mamma! "Mer" pi "s".
Mer-s.
Prego.
Ah, ah, facevo io.
L'hai capita?
L'ho capita, l'ho capita, rispondevo, baciando la piccola
sporgenza formata dal ponte del suo naso.
Al piano di sopra mia madre se ne stava appoggiata ai suoi
cuscini come un'antica, maestosa regina intenta ad ascoltare
il proprio personale salmista.
Finch lo mise al bando. Un giorno, all'ora di pranzo, lo
sgrid cos forte che la sentimmo tutti. Un attimo pi tardi
lui venne gi per le scale con il suo lento passo pesante, lasciandosi
cadere nella sua sedia a capotavola. Vuole te,
Charlotte, disse.
Che cos' successo?
Dice che  stanca.
Stanca di che cosa?
Stanca e basta. Non saprei, rispose lui. Passami i biscotti,
Amos.
Salii di sopra. La mamma era appoggiata ai suoi cuscini con
la bocca serrata, come una bambina arrabbiata. Che cosa
c', mamma? chiesi.
Voglio che mi spazzoli i capelli, per favore.
Presi la spazzola dal com.
Quei salmi! Roba da non credere, attacc lei. Prima su
su e poi gi gi, e poi di nuovo su.
Ti troveremo qualcos'altro, dissi.
Voglio che la collana di tartaruga la prenda Selinda, continu
lei.  dello stesso colore dei suoi occhi. Io sto morendo.
Va bene, dissi.
Al '75 riservammo l'accoglienza di un nemico. Nessuno di
noi vi riponeva molte speranze. L'influenza aveva tolto a
Saul diversi dei suoi fedeli pi anziani, per cui era pi difficile
che mai da sopportare. I bambini stavano crescendo senza
di me; io passavo tutto il tempo a occuparmi della mamma.
Ormai non c'era pi nessuna posizione in cui si sentisse comoda,
niente che non le desse fastidio allo stomaco. Le veniva
improvvisamente voglia di cibi fuori stagione o troppo cari,
ma quando li avevo finalmente trovati lei non aveva pi fame
e voltava la faccia contro il muro. Portalo via, portalo
via, non seccarmi con quella roba. Le sue pillole sembravano
non farle pi niente, per cui bisognava ricorrere alle iniezioni,
che le faceva il dottor Sisk. Le era venuto un modo stranamente
dettagliato di agitarsi. Sento un rumore in cucina,
Charlotte.  certamente uno scassinatore. Si  mangiato quel
resto di pollo che avevi promesso di mettere da parte per
me. Oppure: Perch il dottor Sisk non  venuto? Va' a controllare
in camera sua, per favore. Potrebbe essersi suicidato.
Si  impiccato a una trave del soffitto con la catenina dorata
dello scrigno di cedro.
Ti assicuro che  tutto sotto controllo, mamma, le dicevo.
Facile per te dirlo.
Mi venne in mente che se fossi stata la noiosa zitella che
ero destinata a diventare, quella morte avrebbe significato la
mia liberazione dalla trappola. Solo che non sarebbe servita a
niente anche in quel caso: avrei senza dubbio avuto una casa
piena di gatti che mi sarebbe mancato il cuore di lasciare.
Giornali ammucchiati fino al soffitto. Soldi nascosti sotto il
materasso.
Aspettate soltanto che io muoia, in modo che uno di questi
vagabondi di Saul possa prendersi la mia camera, mi
disse.
Zitta, mamma, bevi il brodo.
Finch un giorno mi chiese di fare una cernita di ci che
c'era nei cassetti del suo com. Potrebbe esserci qualcosa
che voglio bruciare, spieg. Li tirai dunque fuori a uno a
uno, svuotandoli sul letto. Elastici raggrinziti, calze, sacchetti
di limoncina, ricette strappate da riviste, retine per i capelli
che le si impigliavano tra le dita. Vi frug dentro. No, no,
rimettili via. Che cosa stava cercando? Lettere d'amore?
Diari?
Nel cassetto pi piccolo allung una mano fino in fondo,
recuperandone un oggetto bruno che guard per un attimo.
Quindi: Ecco, disse. Mettila nel fuoco.
Che cos'?
Bruciala. Se il fuoco non c', accendilo.
Va bene, risposi. Quindi, preso l'oggetto - una foto in
un contenitore da studio - me lo posai accanto. Vuoi che ti
porti un altro cassetto?
Va', Charlotte. Bruciala.
Quando si arrabbiava, il viso le si faceva sporgente, quasi
venisse tirato al centro da una cordicella. Dimostrava finalmente
la sua et: settantaquattro anni. Era scavata, infossata
come un cuscino schiacciato. Sollev un tremolante dito
bianco. Presto! mi ingiunse. La voce le si spezz.
E io me ne andai. Ma non appena fui uscita dalla camera
guardai ci che mi aveva consegnato. Sul fronte vi si leggeva
stampigliata la scritta Fratelli Hammond. Fotografi di esperienza.
Una ditta certamente non di Clarion.
Dentro c'era una fotografia della vera figlia di mia madre.
Non so come io abbia fatto a capirlo cos di primo acchito.
Qualcosa negli occhi, forse. Chiari, triangolari, ansiosi. Oppure
le fossette nelle guance, il sorriso allegro, largo. La fotografia
era stata scattata quando lei non aveva pi di dieci anni,
forse addirittura prima. Una foto sfocata, stampata su carta
insolitamente leggera. Soltanto la testa, con un'increspatura
al collo e un nastro spiegazzato che le teneva indietro i capelli
neri, piuttosto trasandati.
Dove l'aveva scoperta, mia madre? Perch aveva tenuto il
segreto per s?
Portai la foto in camera mia, dove mi sedetti su una seggiola
a esaminarla. Il buffo era che in un modo vago avvertivo un
legame con quella bambina. Mi sembrava di conoscerla.
Avremmo potuto essere amiche. Anche se dai capelli poco curati
e dall'increspatura esagerata capivo che apparteneva a
una famiglia di gente povera. Braccianti stagionali, forse.
Gente che viveva in una roulotte. Era senza dubbio cresciuta
su ruote, rimanendovi, diventando nomade, inattendibile. Se
n'era certamente andata da un pezzo da quelle parti. Avrebbe
dovuto essere la mia vita. Era la mia vita, che veniva vissuta
da lei mentre io vivevo la sua, sposata al suo vero marito, impegnata
a occuparmi dei suoi veri figli, gravata dal fardello
della sua vera madre.
Mi feci scivolare la foto in tasca. (Non mi pass nemmeno
per la testa l'idea di distruggerla.) E da quel momento in poi
la feci passare di tasca in tasca, portandomela a letto e tenendola
sotto il cuscino mentre dormivo. Quella bambina rimase
sempre con me. Spesso, mentre mi spostavo per la casa portando
una padella da letto o strofinando alcool, sognavo il suo
mondo disordinato, pieno di gioia. Immaginavo che un giorno
ci saremmo conosciute. Ci saremmo raccontate a vicenda
il modo in cui avevamo trascorso la vita.
Mia madre cominci a lasciar correre i pensieri in libert.
Credo che se lo concedesse, come una specie di vacanza. Chi,
nella sua posizione, non l'avrebbe fatto? Quando doveva, era
lucida come sempre. Ma in sua presenza quasi tutti si facevano
incerti, i bambini si ammutolivano, persino Saul trovava
motivi per andarsene. Rimanemmo sole, lei e io, come ai vecchi
tempi: lei seduta a crollare il capo rivolta al muro, io a cucire
stemmi sull'uniforme da girl scout di Selinda. Piccoli
punti verdi che fissavano i ricordi nebulosi di mia madre.
Pensavo ai lavori domestici da fare, al rammendo, la cucina,
la pulizia dei diversi piani, misurare la temperatura, torte di
compleanno, appuntamenti con dentisti e pediatri, ci che
occorre per allevare un figlio. Tutte cose che mia madre era
riuscita a fare, sebbene fosse gi arrivata alla mezza et, intralciata
dalla pressione alta e dalle vene varicose, tanto goffa
e cosciente della propria situazione che la pi semplice uscita
di casa per andare a comperarmi un paio di scarpe per andare
a scuola era una cosa da paventare con giorni e giorni di anticipo.
Prima di allora non avevo mai messo insieme tutti i tasselli
di una simile vicenda. Sembrava che la foto dell'altra
bambina mi avesse in qualche modo liberato, lasciandomi arretrare
a una distanza ragionevole, che mi consentisse di avere
finalmente una visione complessiva di mia madre, senza
ostacoli che si frapponessero.
Non aveva mai nemmeno baciato una ragazza, mi disse.
Ho dovuto farlo io. Che sollievo ha provato.
Davvero, mamma?
Immagino che sarai convinta che con te abbiamo fatto un
sacco di errori.
Oh, no.
Non ti abbiamo dato un'infanzia molto felice.
Sciocchezze, mamma. Invece  stata felice.
In effetti, forse era vero. Chi lo sa?
E il suo alito sapeva di chewing gum. Juicy Fruit. Un gusto
che ho sempre trovato tremendo.
Anch'io, convenni.
Mio fratello ormai non viene quasi pi a trovarmi.
E morto, mamma. Non ricordi?
Certo che me lo ricordo. Per chi mi prendi?
Per zia Aster ti ha mandato una cartolina.
Lei agit la destra, quasi a scacciare una seccatura.
Se vuoi te la leggo, dissi.
Fino a quando continuer a essere dominata dagli oggetti
fisici? chiese lei. Quando mi liberer finalmente di questo
corpo?
Non so, mamma.
Portami le sigarette, mi ordin.
(Non fumava.)
Posai il lavoro di cucito e scivolai fuori dalla camera. Certe
volte avevo un bisogno impellente di farlo. Scesi rapidamente
le scale, mantenendo la mente molto lucida e fredda. E nel
soggiorno trovai una massa di riviste spiegazzate, di scarpe
abbandonate, le sedie di bambola di Linus che componevano
un ricamo sul pavimento, Amos stravaccato sul divano con un
giornale. Fermatami un attimo, mi premetti la destra sulla
fronte. Amos sollev lo sguardo. Devo andare su un momento
a farle compagnia io?
No, va bene cos, risposi.
Non sei stanca?
No.
Lui mi osserv attentamente. Prima non ti avevo mai conosciuta
veramente, disse.
Ebbi la sensazione che continuasse a non conoscermi affatto.
Io ero stordita, osservavo la mia vita con la stessa calma di
una donna di ghiaccio, e lui mi riteneva forte e coraggiosa.
Me lo diceva di continuo. Mille volte, scrutando nella camera
oscurata della mamma, portandomi un po' di caff, invitandomi
fuori a fare quattro passi in un mondo che, con mia sorpresa,
stava inoltrandosi nell'estate. Si fermava un attimo e
diceva: Non so come tu riesca a farcela.
C' poco altro da fare, replicai una volta.
Credevo che tu fossi soltanto bella, disse.
Soltanto che cosa?
Non ti capivo. Adesso vedo che, sebbene tutti si prendano
un pezzetto di te, tu rimani intatta. Ti si aggrappano alle
gonne, ma non riescono nemmeno a rallentarti. E sei stata tu
a dirle la verit. Ti ho sentito. Quella parola l'hai pronunciata
a voce alta. Cancro. Attraversi questa casa come una luna.
Hai forza sufficiente per tutti.
Avrei dovuto mettermi a discutere. (Avrei dovuto scoppiare
a ridere.) Invece non feci altro che replicare: No..., fermandomi
l. Al che lui pos il giornale, sorgendo lentamente
dal divano, prendendomi per i polsi e baciandomi. Lo fece
con tale lentezza e calma che avrei potuto fermarlo in qualsiasi
momento, ma vi rinunciai. La sua bocca era pi morbida di
quella di Saul. Le mani erano pi calde. Non aveva la sua intensit
scarna, irruenta. Mi fece capire che tutto era pi semplice
di quanto avessi mai immaginato.
La mia vita divenne tutta un sogno. Non c'era pi nessuna
realt. Di nessun genere. La mamma precipitava in stati di
inebetimento da cui era impossibile riscuoterla. I bambini
sembravano piccoli schizzi scoloriti di se stessi. Era ricominciato
il viavai dei miei clienti, incongruamente adorni di boa
di piume, di cappelli a cilindro, di medaglie militari. Saul non
parlava pi e spesso, svegliandomi di notte, lo trovavo seduto
sul bordo del letto, innaturalmente immobile, che mi guardava.
Amos mi veniva a cercare in questa o quella camera libera,
nel solaio fumoso, nella curva di una scala mai usata. Avremmo
potuto venire scoperti da un momento all'altro, per cui
per il momento ci trattenevamo, ma lui sapeva attirarmi a s
come con un filo, senza nemmeno muoversi. Era la fine dell'estate
e la sua pelle aveva assunto un lucore levigato, brunito.
Il volto gli si era fatto lustro, ben nutrito. Quando mi sollevava
tra le braccia, mi sembrava di avere lasciato tutti i miei
guai sul pavimento, sotto di me, come un paio di gigantesche
scarpe di cemento.
Lo amavo perch non era Saul, credo. O perch era un Saul
pi giovane, pi felice. Non si portava addosso alcun peso di
passati torti e debiti. Perci lo amavo.
Quando con tua madre sar finita, ti porto via, mi disse.
Capisco che adesso non puoi andartene.
In realt non capiva niente. Me ne sarei andata eccome.
Volevo essere libera, gettare al vento tutte le vecchie complicazioni,
ricominciare da zero. Ma cercavo di mantenermi fedele
all'immagine di me stessa che lui si era fatta di me, per
cui mi limitavo ad annuire.
Cammineremo fianco a fianco per la strada di una citt
dove non siamo mai stati, mi diceva. "Dove l'hai trovata?"
mi chieder la gente. "Come hai fatto?" "Stava dormendo", risponder.
"Aspettava. Me l'ha tenuta da conto mio fratello."
Ci guardavamo a vicenda. Non eravamo persone crudeli,
n lui n io. Non eravamo scortesi. Perch allora traevamo
tanto piacere da ci che facevamo? La mia cattiveria mi faceva
sentire allegra, mi sembrava di avere le ali. Scorrendo via
davanti a uno specchio mi vedevo in compagnia di una bella
donna: occhi pieni di riflessi, occhi dediti agli intrighi, un
abito da zingara che faceva una chiazza di colore nella penombra.
Quando Amos e io ci incontravamo in mezzo agli altri,
le nostre mani si toccavano, si stringevano, scivolavano
via e si separavano. Proseguivamo ciascuno per la sua strada,
il viso privo di espressione, pieni del gusto maligno dei ladri.
Fotografai la signorina Feather avvolta in una cappa da
opera in velluto nero e con in mano una pistola d'argento che
era in realt un accendino da tavolo. E per la mia pronipote
LaRue, che non viene mai a trovarmi, disse. Ne faccia diverse
stampe, per favore.
Senz'altro, risposi.
Per le mie altre pronipoti. Che non vengono mai a trovarmi
neanche loro.
Saranno pronte domani, dissi.
Era sera. Mi sentivo stanca. La mamma si era appisolata e
io stavo cercando di tenere dietro al mio lavoro. Ma riuscivo
a stento a mettere a fuoco la macchina. Ogni cosa aveva un
alone. Credo che andr a letto, dissi alla signorina Feather.
No, aspetti un momento, per favore.
Ho bisogno di dormire.
E Saul? chiese lei. Voglio dire. Da qualche giorno non 
pi lui.
E chi sarebbe?
Lei si tast la gola, si tolse la cappa e mi corse accanto. Era
una donnina minuta, che brandiva una pistola d'argento.
Stia un po' a sentire, per favore, disse.  un bel po' che ho
in mente di dirglielo: si tratta di suo marito. Volete fare una
piccola vacanza insieme? Dei bambini potrei occuparmi io.
Una vacanza, signorina Feather? Io mi considero in vacanza
quando riesco a uscire dalla camera della mamma.
Ma... tesoro mio...
Grazie comunque, tagliai corto.
Salii di sopra, mi tolsi le scarpe e mi lasciai cadere sul bordo
del letto. Saul non c'era. Aveva cominciato a fare lunghe
passeggiate al buio. Ero completamente sola, mi sentii libera
di infilare una mano nel taschino della camicetta per tirare
fuori la foto della vera me stessa. Ricambi il mio sorriso,
sconsiderata e noncurante, ma i miei occhi erano troppo stanchi
per trovare il verso giusto in cui guardarla. Sembrava che
fosse arrivata smontata e che toccasse a me rimetterla insieme.
Cosa sei diventata? Come sei fatta, da adulta?
A fine dicembre la mamma fu portata via e ricoverata in ospedale.
Speravo di poterlo evitare, ma il dottor Porter aveva
detto che cominciava ad avere un aspetto strano. Inoltre,
aveva aggiunto, con ogni probabilit non se ne sarebbe nemmeno
accorta. Ormai non era quasi mai cosciente. La agganciarono
a una quantit di cannule e monitor. Lei se ne stava l
in silenzio, con gli occhi serrati. Pensai che lo facesse di proposito,
non perch fosse addormentata o in coma, ma per
escludermi da lei e abbracciare il mostro artigliato che portava
nell'intimo. Mi sentii gelosa. Le infermiere mi dissero di
andare a casa, ma io rimasi l, ostinatamente aggrappata ai
braccioli della mia poltrona.
Amos mi port un hamburger, il profumo della bella vita di
ogni giorno. Poi, visto che non avevo voluto andare via con
lui, lo pos sul tavolo accanto a me, scomparendo nel corridoio.
I suoi mocassini producevano un lieve rumore di rimprovero.
Infine arriv Julian, con il suo passo saltellante, tutto
teso ed enigmatico, vestito come se avesse intenzione di
passare una notte alle corse. Mi consegn un biglietto di Linus:
"Non posso entrare in un ospedale. Non ce la faccio. Come
forma di partecipazione ai tuoi problemi porto i bambini
in pizzeria". Ringraziai Julian, che torn ad andarsene con il
suo passo saltellante.
Poi fu la volta di Saul, che si ferm sulla soglia tutto curvo,
prendendo atto della situazione e finalmente entrando. Prese
posto nella poltrona accanto alla mia, tirandosi la stoffa dei
pantaloni sulle ginocchia ossute. La sua testa pencolava goffamente
in avanti. Hai mangiato? mi chiese con un soffio di
voce.
S, risposi.
L'hamburger era l sul tavolo, intatto. Il suo profumo bastava
a riempirmi.
Come sta?
Sempre uguale. Non c' bisogno che parli sottovoce.
Lui si raschi la gola. Quindi, posatasi la Bibbia in grembo,
si tolse di tasca gli occhiali da lettura, pulendoli con l'estremit
della cravatta. Dopo di che, inforcatili, apr la Bibbia. Io
ripresi a scrutare la mamma. Mi ricordava una mongolfiera
sgonfia. Tutte quelle cannule servivano soltanto a tenerla ancorata
l, altrimenti si sarebbe levata in volo, calma e tranquilla,
aleggiando fuori dalla finestra. Ridacchiai. Poi gettai
un'occhiata a Saul, nella speranza che non se ne fosse accorto.
Teneva lo sguardo fisso non sulla Bibbia, ma davanti a s.
Aveva un'espressione cupa.
Che cosa c', Saul? chiesi.
Il suo sguardo venne a posarsi su di me.
Tutto bene?
Mi trovo continuamente accanto a un letto di morte, rispose.
Anche pi degli altri pastori.
In effetti pare che tu ci passi moltissimo tempo, convenni.
Forse dipende dal fatto che riesco a dare loro tanto poco.
Davvero?
Non so che cosa dirgli. E poi i moribondi non mi piacciono.
Non ti agitare, dissi.
A volte, continu, mi sembra che ci venga impartita
sempre la stessa lezione, continuamente, sempre esattamente
le stesse esperienze, finch arriviamo a capirle. Le cose continuano
a girarci attorno.
Mi venne in mente una giostra, tanti cavallini pomellati.
Una visione che mi parve pacificante. Lui invece chiuse la
Bibbia di scatto, chinandosi su di me e guardandomi negli occhi.
Finch arriviamo a capire, ripet. Perdoniamo, o ci
adattiamo, o facciamo la debita scelta. Qualsiasi cosa non abbiamo
fatto la prima volta.
S, pu darsi, risposi.
Me lo ripeto continuamente.
Capisco.
Mi stava mettendo un po' a disagio. E forse lo avvertiva,
visto che d'improvviso si rilass, lasciandosi andare all'indietro
sulla poltrona. Ecco, concluse. Volevo dirti questo.
Capisco, ripetei.
Vieni a casa con me, Charlotte?
Non posso.
Lo sai che non si sveglier. Hai sentito che cos'ha detto il
dottor Porter.
No, Saul, non posso proprio, ripetei. Va' tu.
E lui cos fece, dopo un attimo. Il rumore frusciante che
produsse nel ricomporsi mi diede fastidio. Aspettai, il viso rivolto
altrove, chiedendomi perch mai stesse fermo cos a
lungo sulla soglia. Ma dopo qualche istante non fu pi l.
E finalmente ebbi mia madre tutta per me. Perch ancora
non potevo rinunciare a lei. Era come un problema irresolubile
di matematica sul quale ci si continui a sforzare, girandogli
attorno, pieni di irritazione, imprecando. Mi aveva usato, mi
aveva logorato, e adesso stava morendo senza rispondere a
nessuna domanda veramente importante, senza rivelarmi una
sola verit che contasse. Un ammasso di carne steso su un letto,
insondabile, intangibile. Ero furente.
Verso mezzanotte disse: Ho un peso eccessivo sui piedi.
Mi chinai in avanti a guardarla. Nella penombra azzurrastra
della notte distinsi i suoi occhietti confusi. Mamma,
chiesi, che cosa c'?
Che cos'ho sui piedi? chiese, con voce impastata, spezzata.
E anche alle braccia. Sono tutte attaccate a qualcosa.
Che cos' successo?
Sei in ospedale, le spiegai.
Per favore, Charlotte, tirami via dai piedi quella coperta o
qualsiasi cosa sia.
Sei completamente sveglia, mamma?
I piedi.
Alzatami, mi frugai nelle tasche della gonna, in quella della
camicetta, in preda al panico, finch mi ricordai del cardigan.
Mamma, dissi. Guarda. Quindi accesi la luce al capezzale
del suo letto. Lei sussult e apr gli occhi. Le misi la foto davanti
al viso. Guarda, mamma.
Ma questa luce!
 importante, insistei. Di chi  questa foto?
Lei dondol la testa avanti e indietro, schermendosi, ma
poi apr gli occhi di una fessura. Quindi torn a chiuderli.
Ohim, mi parve rispondesse.
Chi , mamma?
Te l'ho detto. Sono io. Da bambina.
Spostata la foto, la guardai. Sei sicura? chiesi.
Lei annu, senza nessun interesse.
Ma... io ho pensato che forse era la tua vera figlia. Quella
scambiata all'ospedale.
Ospedale? chiese lei. Quindi torn ad aprire gli occhi di
una fessura, facendo loro percorrere un lento arco accigliato
lungo le ombre del soffitto. Non ho mai dato nessun permesso
di portarmi all'ospedale.
Quello in cui hai avuto la tua bambina, mamma. Ti ricordi
di averla avuta?
Una sorpresa, replic lei.
Infatti.
Una specie di regalo. Una bambola in una scatola.
Be'...
Non riesco a capire come possa essere successo. Non  che
lo facessimo un granch.
Lascia perdere questo lato della storia, mamma. Parliamo
di quella bambina. Tu non credevi che fosse la tua.
Quella bambina? chiese. E parve tornare in s. Perch
quella? Eri tu, Charlotte. Tu.
Ma tu mi hai detto che all'ospedale ci hanno scambiate.
Perch mai avrei dovuto dire una cosa del genere? Oh,
quanta... c' troppa luce, qui dentro.
La spensi. Fammi capire bene, insistei. Tu dunque non
hai mai pensato che fossi la figlia di un'altra. Non ti  mai
passato per la testa.
Ma no. Forse hai capito male, rispose. Forse... mah...
e chiuse gli occhi. Toglimi quel peso dai piedi, per favore.
Non sapevo pi che cosa chiederle. Ero completamente disorientata.
Oh, non che dubitassi della mia memoria. Ne ero
tuttora sicura. (O quasi, per lo meno.) Ma la foto! Certo che
era lei. Naturale. E io che negli occhi di quella bambina avevo
scoperto tante cose. Che mi ero immaginata un legame cos
profondo tra noi.
I piedi, Charlotte.
Tornai a infilarmi la foto in tasca e mi portai ai piedi del
letto, spostando la coperta piegata. Quindi, posatala su una
poltrona, le tornai accanto, evitando tubicini e cannule, attenta
a non disturbarla. Infine, con pi dolcezza di quanta ne
avessi mai impiegata in vita mia per fare alcunch, accostai la
mia guancia alla sua.
Mor pochi giorni dopo e venne sepolta dal Santo Fondamento
dopo una funzione officiata da Saul. La bara mi parve singolarmente
stretta. Forse mi ero inventata anche la sua grassezza.
Il funerale ebbe una buona partecipazione, trattandosi della
suocera del pastore. Nessun componente della congregazione
aveva una grande opinione di me (non frequentavo il Circolo
di Cucito, non avevo l'allure giusta, non ero assolutamente
all'altezza di Saul), ma furono tutti molto gentili, dissero
ci che erano tenuti a dire. Io risposi con una voce che
sembrava uscire da un punto imprecisato di fianco al mio
orecchio destro. Quella morte mi aveva colto di sorpresa.
Avevo perso una persona pi importante di quanto pensassi.
Dopo il funerale attraversai un periodo in cui fui insolitamente
attenta alla gente. Qualsiasi cosa mi venisse offerta,
cercavo di accettarla. Il t della signorina Feather, una tazza
dietro l'altra. I mazzetti di fiori invernali del dottor Sisk.
Persino le preghiere di Saul, che lui diceva in silenzio per non
darmi fastidio. Ma io lo sapevo lo stesso, le sentivo girarmi
attorno. Certe volte, quando stavo sveglia con Jiggs (soffr
per qualche tempo di incubi), Saul si svegliava e veniva a cercarmi,
rimanendo l in piedi sulla soglia, con addosso il suo pigiama
malandato. Stai bene? chiedeva.
Benissimo.
Ho temuto ci fosse qualcosa che non andava.
Oh, no.
Mi sono svegliato e non ti ho visto.
E tu? Stai bene?
S, certo.
Non prendere freddo.
Poi lui aspettava un momento, facendosi passare le dita tra
i capelli, finch faceva dietrofront, tornando a letto strascicando
i piedi. Capivo che vivevamo tutti in una specie di rete,
chiusi in una prigione di fili d'amore, di bisogno, di preoccupazione.
Linus piegava la testa di lato e ci esaminava in volto.
Amos riempiva la casa dei suoi richiami in musica. Selinda
aleggiava libera agli albori dell'adolescenza, continuando tuttavia
a mantenere il contatto con il suolo in modo da poterci
tenere d'occhio nei momenti pi impensati. Quanto a Julian,
aveva un suo modo di posare la mano sulla spalla delle persone
come se fosse un oggetto dimenticato. Intanto fischiettava
e guardava da un'altra parte.
Non ti far fretta, disse Amos.
Lo guardai.
Lo so che cosa stai passando, mi disse.
Ormai non ci davamo pi convegno in questa o quella stanza
vuota. Oppure, se mi ci trovava per caso mi abbracciava, e
io provavo unicamente un distratto sentimento di affetto. La
sua camicia di batista, con le toppe ai gomiti che gli avevo cucito
io chiss quando, tanto tempo prima, in momenti di
spensieratezza, mi riempiva di malinconia. Sembrava che ci
volessimo tutti bene in modi che un estraneo non avrebbe saputo
riconoscere.
Cos sopravvissi. Preparando le loro torte. Lavando i loro
indumenti. Nutrendo il loro cane. Oltrepassando la soglia del
mio studio, una sera, e immergendomi nell'odore del lavoro.
Un odore intenso, ricco, confortante. Prodotti chimici, carta
extralucida. Il vecchio metallo ruvido della macchina fotografica
di mio padre. Accesi le luci e tolsi dalla porta il cartello
con la scritta chiuso. Neanche dieci minuti pi tardi ecco arrivare
dal distributore Bando. Disse che voleva una foto come
quella della signorina Feather: cappa e pistola d'argento.
Potevo fargliela? La cappa gli sarebbe andata bene? La pistola
era vera?
Certo che  vera! risposi. Prova. Tocca.  vera.
No, voglio dire...
Siediti vicino alla lampada, per favore.
Non appena se ne fu andato sviluppai la sua foto. Com'ero
contenta di avere ancora da fare! Uscita dalla camera oscura
con un fascio di stampe ancora umide, trovai Amos sulla porta.
Si stava sporgendo a guardarmi. Amos! esclamai.
Sei tornata al lavoro, disse.
S, be', era soltanto Bando.
Appesi le stampe ad asciugare. La faccia di Bando mi fissava
dall'alto, netta e immobile, quasi fosse chiusa nell'ambra.
Non  buffo? chiesi. Nella vita ordinaria non si sogna
neanche di essere cos fine. Per queste foto mio padre non le
approverebbe mai. Non sono veramente realistiche, direbbe.
Che cosa c'entra tuo padre? chiese lui.
Be'...
Questo studio  tuo da... Da quanto? Sedici, diciassette
anni, ormai. Altrettanto quanto  stato suo.
Mah... replicai. S, per... Mi voltai a guardarlo. 
vero, convenni.
Eppure continui a fare la sorpresa se qualcuno ti chiede di
fotografarlo. Devi decidere se lo farai o no, ogni volta. Una
provvisoriet che dura da diciassette anni! Signore Iddio!
E finalmente cominciai a intuire che era arrabbiato. Ma
non capivo perch. Mi asciugai le mani sulla gonna e tornai a
rivolgermi a lui. Che cosa c', Amos?
Lui arretr, facendosi di punto in bianco assolutamente
immobile.
Tu non verrai mai via con me, vero, Charlotte? chiese.
Venire via...?
Capii che, no, non ne avevo nessuna intenzione.
Stai troppo bene cos come sei. Biancaneve e i quattro
nani.
No,  che... eh? No, Amos,  solo che ultimamente mi 
sembrato di essere molto legata alle persone che vivono qui.
Pi vincolata di quanto credessi. Non lo capisci? Come potrei
anche soltanto cominciare a distaccarmi da loro?
E io che credevo che fosse per tua madre, ribatt lui.
Credevo che fosse per via del dovere, che se non fosse stato
per lei saresti venuta via subito. Invece adesso si scopre che
mi sbagliavo. Eccoti qui, libera di andartene, come del resto
sei sempre stata. O no? Avresti potuto andartene in qualsiasi
giorno della tua vita, e invece sei rimasta l ad aspettare che ti
dessero il la. Passiva. Sei passiva, Charlotte. Rimani dove ti
ficcano. Hai mai veramente avuto intenzione di andartene?
Non credevo che la mia voce si sarebbe fatta sentire, ma
invece s. Be', certo, risposi.
Allora ti compatisco, continu lui, anche se sentii benissimo
che non provava neanche un filo di piet. Mi guardava
da un'altezza inattingibile, senza chinare la testa. Le mani
che teneva in tasca erano serrate a pugno. Non  soltanto me
che hai preso in giro. Anche te stessa, riprese. Io posso andarmene,
ma tu ti sei lasciata seppellire qui, e hai persino dato
una mano a riempire la fossa. Anno dopo anno ti sei accontentata
sempre di meno, hai subito sempre di pi. Sei di quelli che sono convinti che la sopportazione sia una virt. Sei orgogliosa
di consentire agli altri di essere ci che vogliono. Fatti
loro, dici tu, e chi se ne importa dei piedi che pesti, persino tuo...
Si interruppe, forse a causa dell'espressione del mio viso.
O forse era semplicemente rimasto senza parole. Toltosi di
tasca un pugno si sfreg la bocca con il dorso della mano.
Be', grazie per l'esempio, disse finalmente. Io parto, prima che capiti lo stesso anche a me.
Amos!
Ma gi se n'era andato, senza fermarsi un attimo n voltarsi
a guardarmi. Sentii la porta d'ingresso sbattere. Non seppi
pi che cosa fare. Rimasi l a guardarmi tutto attorno, piena
di confusione, senza speranza. La mia apparecchiatura impolverata,
mucchi di attrezzeria, i mobili di Alberta che (mi accorsi
in quel momento) non erano mai stati cerniti n eliminati,
come mi aveva promesso Saul, che si era limitato a intrufolarli
in mezzo ai nostri. I crollanti edifici sul lato opposto della
strada: Al Risparmio, edicola, liquori, il sarto Pei Wing...
Che strano. In tutto l'isolato neanche un'abitazione. Se n'erano
andati tutti, lasciandoci l incastrati tra l'Amoco e la Texaco.
Rimasi l talmente a lungo che dovevo essere caduta in una
specie di trance. Osservai cominciare una piccola bufera di
neve, che procedeva cos lentamente da rendere difficile capire,
agli inizi, se fosse la neve a cadere o la casa a levitare, sollevandosi
impercettibilmente nella notte blu senza stelle.
Dopo che Amos se ne fu andato io divenni molto energica.
Avevo da fare, mi stavo preparando a togliermi di mezzo.
Prima scartai abiti, libri, cianfrusaglie, foto. Trasferii certi
mobili di l della strada, portandoli nella bottega Al Risparmio.
La poltrona da giardino di mia madre la diedi a Pei
Wing, le piante al capocoro di Saul, la porcellana della domenica
alla Chiesa del Santo Fondamento. Gettai via tappeti,
tende e centrini. Misi gli oggetti da bambola in alcuni cartoni,
che sistemai in solaio. Miravo a una casa che avesse l'aspetto
spoglio e lustro, di un teschio sbiancato. Ma non pensavo
che sarebbe stato cos difficile. Linus continuava a fabbricare
altri oggetti da bambola. Mettevo via anche quelli.
Sul piano crescevano nuovi strati di riviste e tasti. Feci venire
l'Esercito della Salvezza con un camion a portarlo via. Oggetti
disparati traboccavano dalle camere dei bambini, colando
per le scale. Li ricacciai indietro. Stranamente nessuno mi
chiese dove fossero finiti i mobili.
Il salotto si trasform in un antro pieno di luce: era tappezzato
e conteneva un divano, due poltrone e una lampada, con
tanti spazi chiari l dove un tempo stavano appesi i quadri.
Ma non ero ancora contenta. Mi aggiravo furtivamente per
quei locali risonanti di eco, con addosso una gonna stretta,
grigia. Un modo nuovo di continuare a essere sciatta. L'avevo
recuperata dal bidone della spazzatura, mentre osservavo seccata
Jiggs che pattinava sui pavimenti spogli con soltanto le
calze ai piedi.
Poi cominciai a eliminare le persone. Smisi di rispondere al
telefono, non corrisposi pi ai cenni di saluto dei conoscenti,
non mi lasciai pi attaccare bottone nella bottega di alimentari.
Quando camminavo frettolosamente sul marciapiede, se
mi capitava di vedermi venire incontro qualcuno che conoscevo,
sentivo un tuffo al cuore. Attraversavo immediatamente
la strada. Non volevo seccature. Con le loro domande, i commenti,
i pettegolezzi, le richieste di notizie circa la mia salute,
mi stavano strappando via grosse fette di vita.
Mi stavano risucchiando in riunioni di insegnanti e attivit
assistenziali. Prima della recita scolastica di Selinda mi fecero
perdere venti minuti, l a giocherellare con i bottoni del soprabito
e a chiedermi perch diavolo il sipario non si alzasse.
E in ogni caso, che cosa c'entravo io con Selinda? A quel ritmo
non sarei uscita mai pi.
Il contenuto dello studio avevo qualche difficolt a eliminarlo,
per cui lo chiusi. Sbarrai entrambe le porte e le tappai a
chiave. A volte, mentre ero seduta in soggiorno, mi capitava
di sentire qualcuno bussare alla porta esterna, chiamandomi.
Signora? Fotografa? Che cosa succede? Non lavora pi? Ne
avevo bisogno! Io stavo l ad ascoltare, le mani giunte in
grembo. Ero sorpresa della quantit di persone che facevano
affidamento sulle mie foto. Lo ero di moltissime cose. La confusione
della mia vita si era dissolta. L'acqua si era fatta limpida,
consentendomi finalmente di vedere ci che c'era dentro.
Nessuno poteva vederlo all'infuori di me. I membri della
famiglia mi ossessionavano, mi davano la caccia. Pensavano
che mi rimanesse ancora qualcosa da dare loro. Io cercavo di
spiegare la situazione. Di dire loro: Da adesso in avanti dovrete
cavarvela da soli. Mi guardavano con un'espressione
perplessa. E basta. Continuando a chiedermi di tagliare loro i
capelli, di attaccargli bottoni alla camicia. Saul continuava a
cercare di dare il la a conversazioni senza senso. Si era veramente
sposato con me soltanto perch mi aveva visto appiccicata
a mia madre. Capiva che non avrei mai avuto il fegato di
andarmene, dovunque fossi. Lui e i suoi 'Lo so che mi ami',
'Lo so che non mi lascerai'. Avrei dovuto capirlo prima.
Questo matrimonio non funziona, gli dissi.
Ma lui si limit a replicare: Ogni cosa ha le sue pezze,
Charlotte.
Ho bisogno di un corso di sopravvivenza.
Sopravvivenza?
Imparare a cavarsela senza attrezzatura. Coprire grandi
distanze. Nel deserto, tra le Alpi, e cos via.
Ma qui di deserti non ce n'.
Lo so.
E neanche di Alpi.
Lo so.
Non nevica nemmeno tanto spesso.
Saul, ribattei, non capisci? Io non sono mai stata da
nessuna parte. Mai. Vivo nella casa in cui sono nata. E in cui
 nata mia madre! I miei figli frequentano la mia stessa scuola,
e una ha persino la stessa insegnante. Quando ce l'avevo io
era soltanto agli inizi e aveva una fifa blu, oltre a essere carina
come in una foto. Adesso invece  una zitella avvizzita,
che manda Selinda a casa perch non porta il reggiseno.
Certo, convenne lui. La ruota gira. Non te l'avevo detto?
Tu e io continuiamo a girare, Charlotte, anno dopo anno,
con piccoli cambiamenti. Alla fine ce la faremo.
Per non ne vale la pena, replicai.
Perch?
Il biglietto costa troppo.
Lui si chiuse entrambe le mie mani tra le sue, con un'espressione
calmissima, da predicatore. Forse non sapeva
quanto fosse forte la sua presa. Aspetta un attimo, disse.
Passer. Abbiamo tutti... aspetta soltanto un attimo.
Aspetta.
E io aspettai. Che cosa? Evidentemente non avevo ancora
gettato tutto quello che dovevo buttare. Restava ancora qualcosa.
Jiggs mi ricord la riunione dell'Associazione Insegnanti-
Genitori. Se n'era accorto guardando il calendario dell'UNICEF.
Ormai aveva sette anni ed era industrioso, pieno di spirito
organizzativo, un presidente nato. Alle otto, mi disse.
E mettiti il vestito rosso.
Non ce l'ho pi. E poi non ho voglia di andare a nessuna
riunione.
 divertente. Offrono biscotti. La nostra classe  incaricata
di preparare la bibita.
Ho passato tutta la vita all'A.i.G. di Clarion. A che cosa
serve?
Non lo so, ma certamente a qualcosa, replic Jiggs.
Quindi torn a scrutare il calendario. Il tredici  il giorno in
cui  nato Maometto. Il cinque invece  stata la Giornata
Mondiale della Preghiera. Ti  piaciuta?
Mi spiace, piccolo. Non sapevo nemmeno che ci fosse.
Dovevi guardare prima.
Il mio ideale di giorno perfetto, gli replicai,  una casella
vuota sul calendario. Non chiedo altro.
Vabbe', comment lui. Quindi si sistem gli occhiali, facendo
scorrere il dito sulla pagina. In marzo, di giorni perfetti
ne avrai tre.
Tre? Soltanto tre?
Abbassai lo sguardo alla parte posteriore del suo collo: era
concava, serica. Con grande lentezza mi lasciai andare a immaginarmi
sua madre. Un giorno o l'altro sarebbe piombata
in citt su un Greyhound, con addosso qualcosa di sensazionale
e dozzinale, in Lurex. Io sarei stata l ad aspettarla.
Avrei avuto con me Jiggs. E avrei dovuto finalmente rinunciare
a lui.
Quel mattino Linus e la signorina Feather erano a dare una
mano al mercatino della chiesa. La casa era tutta mia. I bambini
li avevo spediti a scuola e avevo dato una pulita finale alla
casa, eliminando tutti gli oggetti materializzatisi durante la
notte: calze arrotolate, i fogli accartocciati dei compiti, una
casa di bambola non pi grande di un cubetto di zucchero,
piena di briciole di mobili. (Non ero stata l a controllare che
tipo di mobili fosse. Avevo paura di trovarci inzeppata dentro
un'altra casa di bambola.)
Poi mi feci un bagno, mettendomi una gonna pulita e una
camicetta. Lo specchio mi restitu l'immagine di una donna
severa, dagli zigomi alti, che mi risult imprevedibilmente familiare.
Negli occhi si vedeva uno sguardo addolorato, dalle
chiazze di colore sulle guance si sarebbe detto che avessi la
febbre. Ma non ce l'avevo affatto. Avevo freddo e mi sentivo
pesante.
Il cane sembrava avere capito le mie intenzioni e continuava
a starmi troppo alle calcagna, uggiolando e dandomi colpetti
con il muso nell'incavo delle ginocchia. Mi dava ai nervi.
Aperta la porta dello studio, ce lo spinsi dentro. Addio,
Ernest, dissi. Poi, raddrizzatami, mi accorsi della luce verdolina
che filtrava attraverso le finestre, un tipo di luce che
non c' da nessun'altra parte. Purtroppo non ho mai avuto la
fortuna di capire quanto fossi fortunata esattamente nel momento
in cui lo ero. Chiusa la porta, riattraversai la casa a ritroso,
toccandone la boiserie logora e piena di macchie, ascoltando
voci inesistenti, inalando l'odore di colla e di innari.
Forse, in definitiva, non me la sentivo di arrivare fino in fondo.
Ma una volta che ci si  messi in moto, si tende a procedere per forza d'inerzia. Potevo soltanto sperare di rimanere incastrata da qualche parte. In veranda, magari, mentre giravo attorno al telefono in attesa della notizia che Jiggs aveva il raffreddore per cui me lo mandavano a casa. In cucina, mentre ci mettevo un'eternit di tempo per preparare una tazza di caff istantaneo. Mentre versavo distrattamente una tazza di fiocchi d'avena. Ed ecco che insieme ai fiocchi, dalla scatola cade qualcos'altro, un pacchettino di carta bianca. Pescatolo fuori, lo apro. Dentro c' un distintivo di lamiera stampata, su cui si vede un personaggio da cartoni animati che procede rapidamente verso di me con due piedi che sono quasi pi grandi di lui. E, sul fondo, il messaggio destinato personalmente a me. Va', non ti fermare.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Procedevamo lentamente, in cerca di una banca che fosse
aperta il venerd sera. Ci lasciammo alle spalle Perth, entrammo
nella citt successiva e in quella ancora successiva. Localit
tutte unite assieme come tante perline, nessuna soluzione
di continuit, una sfilza ininterrotta di mercati all'ingrosso di
surgelati, di rivendite di crostacei, di drive-in. Ormai fuori
era abbastanza scuro da consentirmi di vedere i volti degli attori
sugli schermi, mentre di Jake e Mindy non vedevo altro
che la linea dorata che bordava il loro profilo, a volte illuminata
di un colore diverso da quello delle insegne al neon davanti
a cui passavamo. Mindy stava china in avanti, esaminando
i palazzi a uno a uno e mordendosi il labbro inferiore.
Jake invece se ne stava sprofondato nel sedile come se avesse
la nausea o stesse male, guardando appena fuori dal finestrino.
Forse in questo stato il venerd le banche non fanno un
orario particolare, disse Mindy.
Lui non rispose.
Jake?
Lui si stir. Ma certo che lo fanno, ribatt.
Come fai a saperlo? E se continuassimo a girare tutta la
notte, fino in fondo alla Florida? Non sarebbe meglio fermarsi
in un negozio per cercare di incassarlo?
Mah, in un negozio potrebbe venirgli l'idea di fare i di
pi, replic lui.  pi facile che si ricordino di noi.
Ma io sono stanca! Ho il torcicollo.
Jake consent alla testa di girare per seguire un palazzo che
dall'aspetto dava l'idea di contenere uffici.
Se non mangio per le sei, io svengo, continu Mindy. E
guarda l: sono quasi le sette.
Dai, dai, su, replic Jake in tono assente.
Lo sai che ho poco zucchero nel sangue.
Ah s? Vuoi un po' di zucchero?
No, non ne voglio di zucchero!
Non mi costa niente, Mindy. Ce l'ho qui. E si frug nella
giacca, dandomi accidentalmente di gomito. Guarda. Zucchero Domino.
Ormai le bustine erano consunte e luride. Lui gliele porse,
due manciate. E poi non dire che arrivo sempre impreparato.
Jake Simms, ribatt Mindy, non capisci proprio niente?
Non  di zucchero che ho bisogno. Sarebbe una fesseria.
Lui abbass le mani. Quindi si volt a guardarmi. Ci capisci
qualcosa? mi chiese.
Be'...
Quella l ha poco zucchero nel sangue, per di zucchero
non ne vuole mangiare.
Lo sapr lei, no?
Lui scosse il capo, abbassando lo sguardo sulle bustine.
Questa non la capisco proprio, Mindy, riprese poi. Ti
comporti in un modo insensato. Come mai continui a corrermi
dietro come una matta, visto che a quanto pare non ti
piaccio assolutamente?
Io corro dietro a te? ribatt Mindy. Ma roba da matti!
Avanti! Continua a dare la colpa di tutto a me. Cerca piuttosto
di ricordarti quello che mi hai detto il Quattro di luglio.
Forza! Cerca di ricordartelo.
Lui mi gett un'occhiata rapida, in tralice, sotto le ciglia folte.
Che cosa le hai detto? gli chiesi.
Lui fece una smorfia con la bocca, rimettendosi in tasca lo zucchero.
Mi ha detto che non era mai stato bene con nessuna. Soltanto
con me, disse Mindy. Che non capiva perch, ma che
insomma era cos. Stavamo facendo un picnic, dopo che era
andato piuttosto male in una gara di demolizione. Io gli ho
detto che quella corsa non importava niente. "Per me" gli ho
spiegato, "sar sempre come la prima volta che ti ho visto correre:
eri magnifico, con quella giacca western bianca che poi
si  stracciata in quell'altra corsa, dalle parti di Washington."
E stato allora che ha detto quello che ha detto. Cio, mi ha
chiesto se volevo sposarlo.
Mai fatto, ribatt Jake.
Be', insomma, hai detto che un giorno o l'altro avrebbe
anche potuto succedere.
Hai girato tutto come volevi tu per i comodi tuoi.
No, Jake, replic lei. Credimi, non  vero. Sei tu che giri
le cose. Non lo vedi che cosa ti rode? Per ogni volta che
scappi via da me ce n' un'altra che mi corri dietro, che arrivi
l come un agnellino, tutto mio. "Sono tuo, Mindy", dici. "Sei
tutto quello che ho." Mi chiami da sotto la finestra, passi
avanti e indietro in macchina sotto casa mia, di notte, e io vedo
la luce dei tuoi fanali scorrere sul soffitto. Mi chiami al telefono:
"Tutti ce l'hanno con me, non mi vuole bene nessuno.
Non verresti fuori a farmi compagnia?"
Ti piace esagerare, e basta, disse Jake.
Hai detto esattamente, parola per parola: "Secondo me un
giorno o l'altro potremmo anche trovarci sposati".
Se l'ho detto, non me lo ricordo.
"Per esempio, se tu dovessi restare incinta o roba del genere",
hai detto.
Segu una pausa di silenzio.
Hai detto: "Che cosa continuo a correre su e gi a fare?
Perch non ci do un taglio?"
Nel riverbero improvviso della pensilina di un cinema il
volto di Jake apparve giallastro, malaticcio. La pelle sotto gli
occhi era di un colore livido.
Non  forse vero? insistette Mindy.
Dacci un taglio. Ho visto una banca. Accosta, ribatt lui.
Mindy blocc i freni, facendoci precipitare entrambi in
avanti, quindi sterz in un parcheggio. Jake mantenne l'equilibrio
reggendosi con una mano al cruscotto. C'era una cosa
che volevo chiedere, disse lentamente. Ma tutte queste
chiacchiere del cavolo me l'ha fatta uscire di mente.
Rimanemmo in attesa.
Finch il viso gli si illumin.
Quanti soldi hai? chiese a Mindy.
 tutto quello che riesci a pensare?
Dico in caso ti venisse voglia di un hot dog o roba del genere,
mentre Charlotte e io siamo in banca.
Ah, disse lei. Be', ne ho abbastanza.
La vedi quella topaia di tavola calda? Ci vediamo l fra
cinque minuti. Dieci, al massimo.
Vuoi che ordini qualcosa anche per voi due?
Nah, rispose Jake.
Non hai fame?
Oh, be', certo, rispose, ma quell'hot dog  soltanto per
tenerti buona, Mindy. Quando ci avranno dato i soldi, andiamo
in un bel posto. Vero, Charlotte? Ehi, Charlotte!
Mi piacerebbe andare in una steak-house, disse Mindy.
Una steak house, quello che vuoi, non mi importa, replic
Jake. Fila!
Mindy apr la portiera e scivol fuori. Noi la seguimmo. Jake
le sfior il polso con un dito. Ciao, le disse.
Ciao, rispose lei, facendo dondolare la borsetta a forma di cuore.
Era una sera calda, piena di moscerini, che sapeva di caramello.
Le strade erano quasi deserte. Sulla nostra destra si levava
un cubo beige di mattoni che sulla facciata, in lettere di
alluminio, esibiva la scritta second federal bank. Salimmo i
gradini ed entrammo, ruotando insieme alla porta girevole.
Nel fresco improvviso mi sentii tendere il viso. Tubi di cruda
luce bianca ci costrinsero a sbattere gli occhi, il rumore dei
passi era attutito dal pelo della moquette. Presi posto dietro a
un signore vestito da uomo d'affari.
Perch proprio questa fila qui? mi chiese Jake.  la pi
lunga.
Certo che era la pi lunga. Nel giro di poco me ne sarei andata,
per cui non volevo che gli eventi procedessero troppo in
fretta. Quasi lo avesse capito, Jake mi si accost alle spalle.
Charlotte, mi disse all'orecchio.
Eh?
Non facciamo scherzi. Chiaro?
Quasi scoppiavo a ridere. Mi chiesi che cosa pensasse che
avrei potuto fare. Saltare a pi pari lo sportello della cassiera?
Firmare l'assegno in un modo sospetto? Charlotte Emory,
ostaggio. La cassiera non avrebbe nemmeno alzato lo sguardo.
Avrebbe gettato un'occhiata indifferente alla firma, come se
avessi dichiarato una caratteristica somatica o una professione.
Ormai sapevo fin troppo bene quanto poco si potesse contare
sugli altri, in caso di bisogno. Non essere stupido, replicai.
E lui evidentemente cap che dicevo sul serio, visto
che si fece indietro precipitosamente. La giacca di nylon produsse
un fruscio. Il signore in abito da uomo d'affari se ne and,
piegando un fascio di banconote.
Vorrei incassare un traveler's cheque, dissi alla cassiera.
Lei inalber un'espressione annoiata. Firmai con una biro legata
a una catenella e feci passare l'assegno attraverso lo sportello.
In cambio lei cont cento dollari in banconote da venti,
che mi consegn. Io li ricontai, dopo di che cedetti il posto a
una signora dai capelli rossi tutta presa a tamponarsi il naso
con un Kleenex.
In strada Jake disse: Be', non  poi stato cos difficile.
No, convenni.
Una bazzecola.
Gi.
Passammo davanti a un negozio di scarpe, buio, e poi a un
fiorista che esponeva nella sua vetrina certi brutti fiori tropicali.
Arrivammo alla tavola calda, un vagone ferroviario circondato
da una staccionata di stecche. Attraverso un lungo
finestrino untuoso vedemmo Mindy che ci rivolgeva la schiena,
i gomiti sul banco, girando pigramente sullo sgabello, tanto
che la gonna le si gonfiava a campana e turbinava. Di punto
in bianco Jake esplose un sospiro brusco.
Stavo pensando di piantarla, disse.
Annuii.
Ma non posso, continu.  una ragazza a posto, sai? Ho
certi legami con lei.
Mindy brand in aria un hot dog. Si stava asciugando la
faccia nell'ansa del gomito, che da l sembrava delicato come
un viticcio o un tendine.
Finir per sposarmi con lei, vero Charlotte?
Mah, penso proprio di s, Jake, risposi.
Mi sono fatto fregare. Vero? Andr a incastrarmi nel tipo
di vita che piace a lei.
Lo guardai.
Oro e avocado, continu lui. Patrizie. O Priscille? Bambini.
Vedi come sono finito? Che cosa guardi?
Niente, risposi. Questi.
Che cosa sono?
Erano soldi, come poteva vedere benissimo. Cinque biglietti
nuovi da venti dollari. Mi tocc farglieli chiudere tra le
dita. Che cosa fai, Charlotte? chiese.
Adesso me ne vado, risposi.
Gli si spalanc la bocca.
Non posso restare con voi all'infinito. Lo sapevi che prima
o poi avrei dovuto andarmene.
No, aspetta, replic lui, con una voce che si era fatta
aspra e rauca.
Salutami Mindy.
Ma, Charlotte... senti, non posso ancora farcela senza di
te. Non capisci? Ho per le mani questa donna incinta, tutte
queste... Se con noi ci sei tu, le cose vanno meglio. Faciliti
tutto, ti comporti come se la vita normale fosse fatta esattamente
cos. Hai quasi sempre questo sorrisetto... Voglio dire,
ormai ci conosciamo, Charlotte. No?
S, risposi.
E in ogni caso! esclam, puntando improvvisamente il
mento in avanti. Quindi si ficc i soldi in tasca e si mise pi
eretto, dondolando leggermente dai calcagni alle punte dei
piedi. Non capisco perch diavolo stia qui a pregarti continu.
Tu non puoi in ogni caso andartene. I tuoi soldi li ho
io.
Puoi tenerli, dissi.
E allora come fai a viaggiare? Di' un po'!
Oh, be'... mi rivolger all'assistenza ai viaggiatori, replicai.
E la tua medaglia!
Eh?
Immagino che la vorrai indietro, no?
Medaglia? Ah, il...
Be', non te la do. Me la tengo io.
Va bene, replicai.
Gli tesi la mano. Non volevo andarmene senza stringergli
la mano. Ma lui non la prese. Aveva ancora il mento sporto in
avanti, per cui mi guardava attraverso i due piani lustri che
erano le sue guance. Alla fine dovetti rinunciare.
Be', addio, gli dissi.
Dopo di che feci dietrofront, allontanandomi nella direzione
dalla quale eravamo arrivati e dove mi sembrava pi probabile
che avrei trovato una stazione di autobus.
Finch lui chiam: Charlotte!
Mi fermai.
Se non ti fermi, sparo.
Ripresi a camminare.
Sto prendendo la mira. Capito? Ho tolto la sicura. E carica.
Te la sto puntando al cuore.
I miei passi producevano un rumore regolare, come di pioggia.
Charlotte!
Continuai ad avanzare per la strada, sentendo gi il foro
che mi si sarebbe aperto nella schiena. Oltrepassai una coppia
anziana in abito da sera. E ancora non si sentiva alcuno sparo.
Capii che non si sarebbe mai sentito. Tirai il fiato, stupita
io stessa del modo in cui riuscivo sempre a farla franca: ero
passata attraverso una sfilza di pericoli uscendone senza un
graffio. Liscia come seta dribblai un bambino, oltrepassai una
donna sotto vetro davanti a un cinema. Quindi, arrivata in
fondo all'isolato, mi guardai alle spalle. Eccolo ancora l, sorprendentemente
piccolo, che continuava a guardarmi. Aveva il colletto sollevato, le spalle ingobbite. Le mani ficcate nelle tasche. A pensarci bene, tutto sommato qualche graffio mi era rimasto.
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CAPITOLO 16.
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Jake Simms la polizia non lo ha mai ripreso. Per quanto ne so, hanno rinunciato alle ricerche. Io comunque ho detto che era diretto in Texas.
Nella vecchia camera della mamma c' una novit: un ubriacone della panca dei penitenti, ex cantante di opera. Si chiama Bentham. Nelle giornate buone ha una bella voce. E con noi c' sempre la signorina Feather, mentre il dottor Sisk se n' andato. Si  sposato con una fedele della chiesa, il luglio scorso, e adesso vive in una fattoria all'altro capo della citt.
Julian, tra una ricaduta e l'altra, continua a lavorare nella bottega di radiotecnico, mentre Selinda continua ad aleggiare dentro e fuori dalle nostre vite, e nessuno  ancora venuto a prendersi Jiggs. Linus invece ha smesso di fabbricare mobili per bambola, passando alle bambole in s: personcine di legno, completamente snodabili. Le giunture sono fatte con minuscoli
frammenti di spillo. I volti vengono disegnati con un ago immerso nell'inchiostro. Ciascuna di esse ha le sue specifiche fattezze, i suoi colori e i suoi abiti, per hanno tutte in
comune un'espressione di sorpresa, quasi si chiedessero come abbiano fatto a finire l.
Io continuo a spostare la mia macchina fotografica sulle sue rotelle, fissando su pellicola immagini di persone a gambe all'aria, adorne di costumi imprevedibili. Ma sono arrivata a credere che le medaglie che prendono a prestito per l'occasione mostrino pi verit di quante ne nascondano. Mentre Saul si afferra al pulpito pi saldamente che mai, studiando la congregazione dei suoi fedeli. I quali se ne stanno senza dubbio sospesi in un suo obiettivo fotografico privato, ugualmente fedele, ugualmente fallace.
A volte, quando non riesce a dormire, gira la testa sul cuscino e mi chiede se sono sveglia. Possiamo anche avere avuto una giornata difficile, trovandoci in disaccordo, fraintendendoci,
arrivando a un'ulteriore separazione invisibile, a un minimo, stridente accomodamento. Lui se ne sta steso sul dorso nel suo vecchio letto stile impero e si preoccupa. 'Andr tutto
bene?', si chiede. Star bene, benedetto uomo? E star bene io? Saremo felici, sia pure su scala ridotta? Forse, dice, dovremmo fare un viaggio. Non ne avevo voglia anch'io, una volta?
Gli rispondo di no. Non ne vedo il bisogno, dico. Sono anni che ci troviamo in viaggio. Tutta una vita. Lo siamo ancora. Non potremmo stare fermi neanche se lo volessimo. Dormi, gli dico. E lui dorme.
...
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...
FINE.